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	<title>Robi Ronza</title>
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	<description>Pagina personale di Robi Ronza. Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.</description>
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		<title>Robi Ronza</title>
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		<title>Governo Monti: perché questa gente così preparata e così a modo in fin dei conti spara a salve come quelli di prima?</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 23:13:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robi Ronza</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prisma]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Monti]]></category>
		<category><![CDATA[Università Bocconi]]></category>
		<category><![CDATA[Università italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[Robi Ronza, Prisma/nuova serie n. 57, 27 gennaio 2012 Vedendo ieri sera sui telegiornali il premier Mario Monti presentare in conferenza stampa il suo nuovo decreto &#8212; subito trionfalmente battezzato “Semplifica Italia” da cronisti non si sa se più spacconi &#8230; <a href="http://robironza.wordpress.com/2012/01/28/governo-monti-perche-questa-gente-cosi-preparata-e-cosi-a-modo-in-fin-dei-conti-spara-a-salve-come-quelli-di-prima/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=robironza.wordpress.com&amp;blog=12718734&amp;post=2750&amp;subd=robironza&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Robi Ronza, Prisma/nuova serie n. 57, 27 gennaio 2012</strong></p>
<p>Vedendo ieri sera sui telegiornali il premier Mario Monti presentare in conferenza stampa il suo nuovo decreto &#8212; subito trionfalmente battezzato “Semplifica Italia” da cronisti non si sa se più spacconi o più servili &#8212; mi è venuto da domandarmi che cosa ci sia che non funziona in questa persona così a modo e in quei suoi simili che sono stati chiamati a fare i ministri del suo governo. C’è infatti in loro, e temo ci sarà sempre di più, come una frattura <span id="more-2750"></span> tra il dire, rigorosamente non enfatico, acuto e ben argomentato, e il fare, che corrisponde ben poco agli enunciati. Con elegante bocconiano <em>understantement</em> si comunica che il galeone del governo sta per sparare una colossale bordata; e poi al fatidico comando “Fuoco!” ogni dieci cannoni sette restano muti, due sparano a salve tanto per fare un po’ di fumo e uno forse spara a palla, ma senza provocare al naviglio nemico alcun grave danno visibile. Viene quasi nostalgia degli ultimi tempi del precedente governo: anche allora non c’era altro che il “son et lumière”, ma almeno se ne poteva godere dall’inizio alla fine.</p>
<p>Facciamo il caso di ieri sera. L’economia e la società del nostro Paese sono impastoiate in una fitta e intricata rete di norme burocratiche che ne hanno sempre frenato lo sviluppo e che oggi, nel contesto di crisi generale internazionale in cui ci troviamo, giungono anche a bloccarlo. Mario Monti lo sa, lo spiega bene ma poi qual è il suo colpo di scimitarra? Quisquilie come l’introduzione <em>de jure</em> delle procedure telematiche per la produzione di documenti anagrafici e simili. Qualcosa che nei Comuni, nella Camere di Commercio e nelle Regioni del Nord è una realtà consolidata già da gran tempo; e che in Calabria non germoglierà di certo in quattro e quattr’otto solo perché il governo di Roma lo ordina per decreto.</p>
<p>Il blocco di potere costituito dall’intreccio di burocrazie ministeriali parassitarie e di organizzazioni neo-corporative, che presidia i gangli centrali dello Stato,  riesce poi a farsene un boccone a ogni piè sospinto. Non solo infatti  ogni decreto di questo governo è disegnato in modo da tenere tale blocco di potere (la maggior causa immediata della crisi della nostra finanza pubblica) al riparo da qualsiasi riforma, ma anzi si risolve regolarmente nella prospettata apertura o nel potenziamento di nuovi uffici a Roma: “Autorità”, banche dati centrali e cose del genere che, grazie ai generosi stipendi che offrono, sono delle vere galline dalle uova d’oro per i burocrati bene introdotti che ci si butteranno dentro. Ciò aiuta a capire perché questo governo veda solo le festuche nell’occhio del proverbiale comune di Ronco Fritto e non il trave in quello di Palazzo Chigi che, detto per inciso, in Tv fa la sua bella figura, ma dentro è un preciso ritratto della qualità della nostra amministrazione statale. Chi ci entra se ha una certa età si sente ringiovanire di qualche decennio, agli anni ormai lontani in cui il nobile palazzo subì la sua ultima manutenzione straordinaria; o a quelli ancor più remoti del suo ultimo adeguamento tecnologico.</p>
<p>Riguardo invece alla prospettata (e lungamente attesa) abrogazione del valore legale dei titoli universitari, l’unica vera riforma strutturale che il nuovo decreto sembrava dovesse contenere, Monti non ha esitato a dire che occorrerà pensarci un’altra volta “perché ci siamo resi conto che la questione è più complicata di quel che immaginavamo”. C’è di che restare a bocca aperta: come professore universitario egli non può non sapere (come si sarebbe detto una volta) la rava e la fava del pro e del contro della dibattuta questione del valore legale del titolo di studio, motore principale del declassamento dell’università italiana. E come studioso il cui spirito è sempre in volo tra Oxford e Harvard &#8212; e che con noi parla un ottimo italiano per farci piacere, ma è evidente che se non fossimo degli ignoranti ci parlerebbe in inglese – Mario Monti sa meglio di tutti noi che né in Gran Bretagna né negli Usa le lauree hanno valore legale; e ciò contribuisce in modo decisivo a fare dell’insegnamento universitario di questi due Paesi un’eccellenza alla scala planetaria. E poi ci viene a dire che ha bisogno di tempo per studiarsi il problema. L’avesse detto per qualcos’altro ci avremmo anche potuto credere, ma non per una questione come questa di cui nel mondo accademico italiano si discute da decenni, con la sua Bocconi e le altre migliori università schierate a favore e tutte le peggiori università e i peggiori studenti ovviamente schierati (e sin qui con successo) a favore dello <em>statu quo</em>.</p>
<p>Senza ripetere qui ciò che già si può leggere in precedenti puntate di “Prisma” (vedi ad esempio ne &lt;labussolaquotidiana.it&gt;  quelle pubblicate il 17 e 31 dicembre e il 6 gennaio scorsi) vorrei tornare alla domanda da cui più sopra ho preso le mosse: che cosa c’è che non funziona in Monti e nei suoi. La risposta a mio avviso attiene più all’antropologia che all’economia e alla politica. Anche quando hanno le idee chiare sembrano indisponibili a sacrificarsi per attuarle. Si aspettano che, come nelle aule universitarie, coloro che li ascoltano tengano perciò stesso  attento conto di quanto dicono. E se poi così non è ammutoliscono e lasciano perdere. Torna purtroppo la domanda che già ci facemmo nello scorso dicembre in questa stessa rubrica: a che cosa serve un governo del genere se poi si comporta come un governo qualsiasi? Possibile che questo governo – libero dalla vecchia “macchina” dei partiti quanto nessun altro mai era né sarà &#8212; non sappia trovare nella società civile italiana energie e soggetti forti e ben radicati in grado di aiutarlo a fare almeno un po’ di quel che promette? Non ce ne sono o non si rendono disponibili? Non li cerca? Non li vuole? Ecco delle domande cui sarebbe importante trovare quanto prima qualche risposta.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/robironza.wordpress.com/2750/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/robironza.wordpress.com/2750/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/robironza.wordpress.com/2750/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/robironza.wordpress.com/2750/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/robironza.wordpress.com/2750/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/robironza.wordpress.com/2750/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/robironza.wordpress.com/2750/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/robironza.wordpress.com/2750/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/robironza.wordpress.com/2750/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/robironza.wordpress.com/2750/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/robironza.wordpress.com/2750/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/robironza.wordpress.com/2750/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/robironza.wordpress.com/2750/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/robironza.wordpress.com/2750/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=robironza.wordpress.com&amp;blog=12718734&amp;post=2750&amp;subd=robironza&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Genocidio armeno: la crisi dei rapporti franco-turchi innescata dalla questione ci riguarda da vicino. Faremmo bene ad occuparcene malgrado lo sciopero dei taxi e i blocchi autostradali dei TIR</title>
		<link>http://robironza.wordpress.com/2012/01/26/genocidio-armeno-la-crisi-dei-rapporti-franco-turchi-innescata-dalla-questione-ci-riguarda-da-vicino-faremmo-bene-ad-occuparcene-malgrado-lo-sciopero-dei-taxi-e-i-blocchi-autostradali-dei-tir/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 09:20:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robi Ronza</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Sussidiario]]></category>
		<category><![CDATA[Antonia Arslan]]></category>
		<category><![CDATA[Genocidio armeno]]></category>
		<category><![CDATA[La masseria delle allodole]]></category>
		<category><![CDATA[Sarkozy]]></category>
		<category><![CDATA[Turchia]]></category>

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		<description><![CDATA[GENOCIDIO ARMENO/ Così la legge della memoria fa “esplodere” la Turchia, il Sussidiario, 25 gennaio 2012 Il Senato francese ha approvato ieri la legge, che in precedenza era già passata alla Camera bassa, con cui si stabilisce che in Francia &#8230; <a href="http://robironza.wordpress.com/2012/01/26/genocidio-armeno-la-crisi-dei-rapporti-franco-turchi-innescata-dalla-questione-ci-riguarda-da-vicino-faremmo-bene-ad-occuparcene-malgrado-lo-sciopero-dei-taxi-e-i-blocchi-autostradali-dei-tir/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=robironza.wordpress.com&amp;blog=12718734&amp;post=2741&amp;subd=robironza&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color:#993300;">GENOCIDIO ARMENO/ Così la legge della memoria fa “esplodere” la Turchia, </span></strong><strong><em><span style="color:#993300;">il Sussidiario</span></em><span style="color:#993300;">, 25 gennaio 2012</span></strong><br />
Il Senato francese ha approvato ieri la legge, che in precedenza era già passata alla Camera bassa, con cui si stabilisce che in Francia è reato negare il genocidio degli armeni perpetrato in Turchia nel 1915: un massacro sistematico che nell’arco di un anno costò la vita da un minimo di un milione a un massimo di un milione e mezzo di armeni, uomini, donne, vecchi e bambini.<span id="more-2741"></span> Manca adesso soltanto la sua promulgazione da parte del presidente Sarkozy, ma già il governo turco ha reagito duramente. Per meglio comprendere come mai questa tragedia avvenuta nell’allora Anatolia ottomana quasi un secolo fa sia ancora oggi di un’attualità politica così bruciante sia in Turchia che in Francia occorre ricordare da un lato che la nuova Turchia nata dalle ceneri dell’Impero Ottomano negli anni ’20 del secolo scorso ha sempre negato questo olocausto (anche perché se lo ammettesse l’ombra delle responsabilità al riguardo si allungherebbe fino a raggiungere il “padre della patria” Mustafà Kemal Atatürk). E occorre ricordare dall’altro che la massima parte dei superstiti, circa 600 mila, si rifugiarono in Francia dove i loro discendenti hanno tra l’altro una forza elettorale che nessun candidato alle imminenti elezioni presidenziali può ignorare; tanto più Sarkozy che per il momento i sondaggi danno per perdente. A complicare ulteriormente le cose c’è il fatto che Sarkozy è figlio di un ebreo di Salonicco che nacque cittadino ottomano in una città dove i suoi antenati espulsi dalla Spagna erano stati accolti e avevano potuto prosperare. Il governo di Ankara non ha esitato perciò ad accusarlo per questo di sconvenniente ingratitudine; e lui, nel tentativo di salvare il salvabile, arrampicandosi arditamente sui vetri ha già comunicato al premier turco che la legge in questione non si rivolge contro nessun Paese in particolare.<br />
Prima di procedere oltre nell’esame della questione vale la pena di dare qualche ulteriore informazione sul genocidio armeno, forse ignoto a molti e soprattutto ai più giovani, tanto più che ben raramente i manuali di storia ne parlano (mi si permetta di dire che una di queste rare eccezioni è <em>Alle radici del domani</em>, un manuale per la scuola secondaria di primo grado, ultimamente edito dalla De Agostini, che venne realizzato anche con il mio contributo). Quello degli armeni fu il primo dei tre grandi genocidi del’900; e ci sono prove che la reazione internazionale relativamente modesta che esso suscitò fecero pensare a Hitler che si sarebbe potuto fare lo stesso con gli ebrei senza dover mettere in conto un contraccolpo insostenibile sulle relazioni della Germania con il resto del mondo. Edito per la prima volta nel 2004 e poi più volte ristampato, <em>La masseria delle allodole</em>, un romanzo scritto dalla scrittrice italo-armena Antonia Arslan rielaborando memorie di famiglia, delinea un quadro realistico e commovente di quella immane tragedia: è una lettura da raccomandare a chiunque voglia farsi un’idea di ciò che fu il primo genocidio del ‘900.<br />
Tornando alla vicenda dei nostri giorni, ci si può domandare se abbia molto senso, e addirittura se non abbia paradossalmente venature neo-autoritarie, il varo di leggi che trasformano in un reato penale la negazione dei genocidi. In Francia già era stato fatto con il genocidio nazista degli ebrei, la Shoa, e adesso lo si va a fare con quello turco degli armeni. E’ vero che la tendenza a ridurre anche i fatti ad opinione è un pericoloso cancro del mondo in cui viviamo, ma non è con le sanzioni legali che si possono vincere battaglie che vanno combattute piuttosto con la virtù cardinale della fermezza e con le armi della ragione. Ciò premesso &#8212; prima di essere una spada di Damocle sempre pendente sulle sue relazioni internazionali in particolare ma non solo con la Francia e gli Stati Uniti (dove pure gli armeni sono oggi numerosi) &#8212; la pretesa della Turchia ufficiale di negare il genocidio armeno in primo luogo non fa bene alla Turchia stessa. Una colossale censura di questo genere, infatti, provoca per contraccolpo tutta una serie di altre censure e di altre menzogne nella vita pubblica della Turchia: in primo luogo l’idea che possa esserci una realtà ufficiale diversa dalla realtà senza aggettivi, il che non aiuta questo grande Paese a fare i conti con se stesso. Rientra a mio avviso in tale preoccupante prospettiva anche il mito dell’ingresso nell’Unione Europea. La Turchia è la metropoli di un lungo arco di popoli turcofoni che inizia nella Cina nord-orientale e arriva fino ad Adrianopoli, fino al suo lembo di territorio che si estende in Europa (che però non basta a farla definire un paese europeo non meno di quanto le città di Ceuta e Melilla, <em>ex claves</em> spagnole sulla costa del Marocco, non basterebbero a far definire la Spagna un paese africano). Combinandosi con la sua collocazione ai confini con l’Europa, il suo ruolo di principale paese turcofono dà alla Turchia una importante funzione potenziale di tramite tra Occidente e Asia centrale che invece perderebbe se diventasse l’ultimo membro dell’Unione Europea. Invece di cullarla in un’illusione che tutti sappiamo resterà tale, l’Unione Europea dovrebbe piuttosto proporre alla Turchia delle relazioni di speciale prossimità in quella prospettiva. Altrimenti, come adesso sta facendo, Ankara cerca di consolarsi della lunga attesa nell’anticamera dell’Unione Europea volgendosi sulle orme del suo passato ottomano verso la Siria e la Mesopotamia (oggi Iraq), dove i turchi sono tanto popolari quanto i tedeschi in Polonia: una strada che la porta per di più all’attrito con l’Iran. E noi, che siamo l’unico paese membro del G8 esclusivamente bagnato dal Mediterraneo, non ce ne occupiamo perché troppo assorbiti dalla vertenza dei tassisti e da quella dei farmacisti?</p>
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		<item>
		<title>Per uscire dalla crisi l&#8217;Italia ha bisogno di una rapida riduzione delle imposte sui redditi più bassi e sui prodotti di consumo fondamentali più che di sconti sui taxi e le aspirine</title>
		<link>http://robironza.wordpress.com/2012/01/24/per-uscire-dalla-crisi-litalia-ha-bisogno-di-una-rapida-riduzione-della-pressione-fiscale-sui-redditi-piu-bassi-e-sui-prodotti-di-consumo-fondamentali-piu-di-sconti-sui-taxi-e-le-aspirine/</link>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 13:23:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robi Ronza</dc:creator>
				<category><![CDATA[Taccuino Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Monti]]></category>

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		<description><![CDATA[Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 24 gennaio 2012 Secondo l’edizione 2012 dell’Index of Economic Freedom (Indice della libertà economica) pubblicato negli Stati Uniti dalla Heritage Foundation in collaborazione con il Wall Street Journal, l’Italia è quest’anno al 92° posto &#8230; <a href="http://robironza.wordpress.com/2012/01/24/per-uscire-dalla-crisi-litalia-ha-bisogno-di-una-rapida-riduzione-della-pressione-fiscale-sui-redditi-piu-bassi-e-sui-prodotti-di-consumo-fondamentali-piu-di-sconti-sui-taxi-e-le-aspirine/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=robironza.wordpress.com&amp;blog=12718734&amp;post=2724&amp;subd=robironza&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 24 gennaio 2012</strong></p>
<p>Secondo l’edizione 2012 dell’Index of Economic Freedom (Indice della libertà economica) pubblicato negli Stati Uniti dalla Heritage Foundation in collaborazione con il Wall Street Journal,  l’Italia è quest’anno al 92° posto con una perdita di cinque posizioni rispetto al 2011 mentre per parte sua la Svizzera è al 5° posto. Nella classifica dei Paesi europei l’Italia è poi 36a su 43. Stiamo parlando, giova precisarlo, di un indice composto dei seguenti indicatori: legalità; inpatto dello Stato sulla vita e l’attività dei cittadini; efficacia delle norme stabilite con riguardo al funzionamento dei mercati; apertura dei mercati. Si aggiunga poi che in Italia la pressione fiscale in percentuale del prodotto interno lordo si avvicina ormai al 50 per cento mentre in Svizzera viene valutata secondo i diversi criteri di calcolo tra un minimo del 29.4 e un massimo del 30,3 per cento.<br />
Tutto quello che sta accadendo in Italia in questi giorni si può capire solo se viene posto sullo sfondo dei dati di cui sopra.<span id="more-2724"></span> La vicina Repubblica avrebbe bisogno dello shock di una grande riforma organica intesa a liberalizzazione in tutta la misura del possibile l’economia privata nel suo insieme avviando la riforma dell’amministrazione centrale dello Stato, che è una voragine di sprechi e di inefficienze e aprendo innanzitutto il mercato dei comparti realmente significativi, dalle assicurazioni auto ai carburanti, dall’energia elettrica alle ferrovie, alle poste ecc. Con tutto il consenso interno e internazionale di cui gode, e con il sostegno che bene o male tutti i grandi partiti si sono impegnati a dargli sulla carta l’attuale governo sarebbe l’unico in grado di dare all’economia italiana questo benefico shock. Questo però è possibile solo se si mette mano in un colpo a una grande riforma organica che incida su tutte le rendite di posizione che permangono in Italia a partire appunto dai grandi settori, quelli davvero incidenti e significativi di cui più sopra si diceva; e che, grazie a un suo bilanciato insieme di vantaggi e svantaggi, diventi accettabile per tutti o quasi. Invece,  adottando un criterio che può forse valere in un’azienda ma non in un Paese, il governo Monti prende sotto tiro le singole categorie ad una ad una per di più partendo da quelle &#8212; come i tassisti, i farmacisti, i notai – che o sono titolari di singole rendite di posizione relativamente modeste (rispetto ad esempio a quelle delle compagnie assicurazione e delle società petrolifere) e che poco incidono sui bilanci correnti delle famiglie, oppure sono numerose e dotate di una grande capacità di mobilitazione molto “visibile” come appunto i tassisti. E per di più non si tratta di vere liberalizzazioni ma di nuove regole entro mercati che restano ultra regolamentati. Facciamo il caso delle farmacie: non si elimina il loro rapporto fisso con il numero di abitanti del territorio che servono ma lo si riduce da 4 mila a 3 mila. Analogamente nel caso dei tassisti si tende semplicemente  a calmierare il mercato delle licenze di taxi (che in Italia sono vendibili e anzi di regola vengono comprate e vendute) rilasciando un numero rilevante di nuove licenze. Anche qui però – merita di osservare – non si apre il mercato ma semplicemente si tenta di ampliarlo un po’ lasciandolo però sempre chiuso entro un regime di licenze.<br />
Per quanto concerne poi i blocchi stradali degli autotrenisti il governo di Roma farebbe bene a non sottovalutarne la valenza profonda e a non illudersi che si possano risolvere solo con provvedimenti di polizia. Si tratta in effetti di una vera e propria rivolta contro l’eccesso di pressione fiscale su un prodotto oggi di prima necessità come i carburanti: una rivolta che potrebbe anche estendersi ad altre categorie. Il nocciolo della questione sta nella spropositata pressione fiscale sui carburanti con un’imposta di fabbricazione che, essendo correlata al costo industriale, aumenta in proporzione di quest’ultimo. E’ in sostanza per questo che, malgrado l’attuale alto corso del franco, con legittimo vantaggio dei benzinai ticinesi e grigionesi di frontiera la benzina verde costa attualmente in Svizzera 1,4 euro quando in Italia ne costa 1,7. Oltre l’80 per cento del prezzo alla pompa dei carburanti in Italia è costituito da imposte. Inoltre tale prezzo è mediamente più alto nel Sud, e in particolare in Sicilia da dove perciò non a caso è partita la protesta dei camionisti.<br />
Così facendo insomma, nella speranza di risultati di scarso peso strutturale, il governo Monti sta logorando la propria principale risorsa, ossia il grande consenso di cui per uno strano insieme di ragioni godeva quando entrò in carica. Frattanto si continua a restare in attesa dell’ormai mitica “fase 2”, quella cioè del sempre annunciato piano di rilancio dell’economia. Se anche infatti per magia il governo vincesse la sua battaglia contro i tassisti e i camionisti è difficile credere che ciò si risolverebbe in un potente stimolo per l’economia italiana, che avrebbe invece più di tutti bisogno di una rapida riduzione dei prezzi di beni fondamentali, come appunto i carburanti, l’energia ecc. e di un rilancio dei consumi stimolato riducendo o eliminando la tassazione sui redditi più bassi. Facciamo ad esempio il caso delle pensioni (di cui è più facile reperire dati omogenei): di una pensione lorda mensile Inps, l’equivalente italiano dell’Avs, minuscola se non minima, la più diffusa, di circa 600 euro al mese, il pensionato ne riceve netti circa 394 euro perché tutto il resto va in imposte. Così di una pensione lorda media di un professionista di quasi 3700 euro ne giungono netti al pensionato solo poco più di 2400 euro.  E’ evidente che un vero stimolo alla ripresa dei consumi può solo venire da una riduzione della pressione fiscale sia sui redditi, a partire dai più bassi, e sia su prodotti fondamentali come i carburanti. Difficile credere che basti per questo una diminuzione del prezzo dei taxi o delle aspirine. </p>
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		<title>Qualche riflessione sull&#8217;autoritarismo settario di chi nega il diritto a una civile protesta contro l&#8217;insultante spettacolo in programma a Milano al Teatro Parenti.</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 22:01:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robi Ronza</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prisma]]></category>
		<category><![CDATA[Andrée Ruth Shammah]]></category>
		<category><![CDATA[Pierluigi Battista]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Romano]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro Franco Parenti]]></category>

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		<description><![CDATA[Prisma/nuova serie n.56,  20 gennaio 2012 Che cosa sarebbe  successo se al Teatro Franco Parenti di Milano fosse stato programmato per i prossimi 24-28 gennaio uno spettacolo culminante nel lancio di sassi, di bombe a mano giocattolo per mano di &#8230; <a href="http://robironza.wordpress.com/2012/01/21/qualche-riflessione-sullautoritarismo-settario-di-chi-nega-il-diritto-a-una-civile-protesta-contro-linsultante-spettacolo-in-programma-a-milano-al-teatro-parenti/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=robironza.wordpress.com&amp;blog=12718734&amp;post=2706&amp;subd=robironza&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color:#993300;">Prisma/nuova serie n.56,  20 gennaio 2012</span></strong><br />
Che cosa sarebbe  successo se al Teatro Franco Parenti di Milano fosse stato programmato per i prossimi 24-28 gennaio uno spettacolo culminante nel lancio di sassi, di bombe a mano giocattolo per mano di bambini e forse anche di escrementi contro una grande bandiera verde con al centro una mezzaluna bianca? Non facciamo fatica a immaginarlo. E purchè composte e non violente  sarebbero state anche reazioni più che condivisibili, giustificate, anzi doverose. Lo stesso dicasi se fosse stato programmato uno spettacolo che culminava con un analogo lancio contro una gigantesca stella di Davide azzurra su campo bianco, o peggio ancora nera su campo giallo. Se invece il bersaglio previsto è una gigantografia del volto di Cristo cambia tutto.<span id="more-2706"></span> La direttrice del teatro, Andreé Ruth Shammah, facendo torto sia alla sua intelligenza che alla sua lunga militanza culturale di grande livello, può sostenere: “Non abbiamo mai voluto essere offensivi. Cerchiamo il dialogo”. Mentre per parte sua l’autore dello spettacolo può impunemente dire  di coloro che lo contestano: “Hanno preso un granchio. Il mio lavoro è concepito come una preghiera”. E il <em>Corriere della Sera</em> raccoglie queste loro dichiarazioni  e le pubblica con l’evidenza che si riserba a semi di saggezza.<br />
Non voglio però soffermarmi qui in modo specifico su questo desolante episodio. &lt;Labussolaquotidiana.it&gt; è già intervenuta tempestivamente in modo tanto chiaro quanto equilibrato, senza lasciarsi confondere dai meriti passati (e speriamo anche futuri) di Andreé Ruth Shammah e del Teatro Parenti, che tra l’altro proprio nei giorni precedenti alla pièce in questione ha in programma “Job” di Fabrice Hadjadj, rappresentato per la prima volta con successo al Meeting di Rimini 2011. Il comunicato diffuso lo scorso 14 gennaio dall’Ufficio comunicazioni sociali della Diocesi di Milano, raggiungibile sul sito www.chiesadimilano.it; e la lettera della Segreteria di Stato a padre Giovanni Cavalcoli diffusa due giorni dopo nella quale si legge che il Papa “auspica che ogni mancanza di rispetto verso Dio, i Santi e i simboli religiosi incontri la reazione ferma e composta della Comunità cristiana, illuminata e guidata dai suoi Pastori”  sono una risposta e un’indicazione magistrale. Non c’è altro da aggiungere: si tratta solo  di tenerne conto.<br />
Ne prendo piuttosto spunto per una rinnovata consapevolezza dell’autoritarismo settario che caratterizza  quella cultura cosiddetta “laica” che è la forma mentis dell’autentica “razza padrona” del nostro Paese: la borghesia progressista e la presunta sinistra il cui potente altoparlante sono il <em>Corriere della Sera</em> e la galassia editoriale <em>Espresso/la Repubblica</em>, nei cui consigli d’amministrazione sta tutto il grande capitale italiano di antico lignaggio. E’ un autoritarismo settario, talvolta fondato su una falsa coscienza, che non risparmia nemmeno i meglio intenzionati e che fa capolino a ogni piè sospinto.  Sfogliando quello stesso Corriere dello scorso 18 gennaio (oggi comunque raggiungibile via Internet) in cui venivano riportate le massime cui più sopra accennavo, ne ho trovato altri due documenti. Uno è un’ampia recensione dovuta a Marco Ventura del nuovo volume di Sergio e Beda Romano  <em>La Chiesa contro</em> edito da Longanesi. Questo il titolo della recensione: “Analisi / Nel libro di Sergio e Beda Romano una riflessione sull’ostilità della gerarchia cattolica alla legislazione laica in campo bioetico / Una Chiesa che frena il Paese / Più lontana l’Europa dei diritti / Tutti i “no” su coppie di fatto, eutanasia e sessualità”.  Vale la pena di andarsi a leggere l’articolo perché è una bellissima sintesi di quell’autoritarismo settario di cui si diceva. La filigrana di tutta la sua argomentazione è questa: c’è una sola visione del mondo legittima nel nostro tempo, una modernità fondata sul relativismo e sull’autodeterminazione assoluta dell’individuo che nessuno ha diritto di mettere in discussione. Chi lo fa “si mette contro”; e chi si mette contro deve venire spazzato via. In Italia la Chiesa, i cristiani si mettono contro, e questo è il nostro grande problema nazionale. Altrove, dove la presenza cristiana è già stata annichilita, in particolare nell’”Europa nord-occidentale libera e mobile”, non è più così. In Italia invece, ahimè, c’è la “Chiesa contro”. Speriamo per il futuro dicono Sergio e Beda Romano. Noi no.<br />
Poco più avanti nello stesso numero del <em>Corriere</em>, nella pagina che ospita le massime di Shammah e Castellucci da cui ho preso le mosse, c’è un corsivo di Pierluigi Battista dal titolo “I roghi culturali, terribile malattia che uccide le idee”. I roghi culturali di cui parla Battista sarebbero secondo lui le proteste annunciate contro lo spettacolo in programma al Teatro Parenti di Milano, da lui irresponsabilmente definite equivalenti ai massacri di cristiani in Pakistan e in Nigeria. La filigrana del suo discorso è questa: contro il cristianesimo si può dire e fare di tutto, e nessuno ha il diritto di esprimere al riguardo il minimo dissenso. Non avendone diritto, coloro che ciononostante si permettono di protestare sono perciò stesso violenti, integralisti, liberticidi. Se qualcun altro protesta su qualsiasi altra cosa è un lodevole “indignato”. Se quattro scalzacani minacciano di contestare il Papa invitato dalle autorità accademiche a visitare l’Università La Sapienza di Roma nessuna mente illuminata ci trova niente da dire. Quelli invece che protestano contro lo spettacolo in programma al Teatro Parenti di Milano  – fosse anche con una veglia di preghiera in una chiesa dall’altra parte della città &#8212; vogliono perciò stesso la censura “preventiva, intransigente, totale”.  “Non sanno nemmeno”, aggiunge commosso Battista, “che, proprio per la premura di non urtare la sensibilità dei credenti, una scena controversa, non “blasfema” ma semplicemente controversa, non verrà replicata nel teatro milanese”.  In che cosa consista la scena”controversa” Battista non lo dice. Sin d’ora possiamo però immaginarcela. Ma c’è forse bisogno di essere dei credenti, come dice lui, per indignarsi per  cose del genere? Essere  uomini dovrebbe bastare.</p>
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		<title>E&#8217; in linea &#8220;La terra e il cielo&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 13:12:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robi Ronza</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diario]]></category>

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		<description><![CDATA[La terra e il cielo &#8212; il racconto lungo  che pubblicai nel 1993 per edizioni Jaca Book e che oggi è fuori catalogo &#8212; adesso si può leggere anche qui andando alla pagina Libri e &#8220;cliccando&#8221; sulla sua copertina. Ambientato &#8230; <a href="http://robironza.wordpress.com/2012/01/18/e-in-linea-la-terra-e-il-cielo/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=robironza.wordpress.com&amp;blog=12718734&amp;post=2696&amp;subd=robironza&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color:#993300;"><em>La terra e il cielo</em></span></strong> &#8212; il racconto lungo  che pubblicai nel 1993 per edizioni Jaca Book e che oggi è fuori catalogo &#8212; adesso si può leggere anche qui andando alla pagina <strong><span style="color:#993300;">Libri</span></strong> e &#8220;cliccando&#8221; sulla sua copertina. Ambientato tra Varese, il Lago Maggiore e i monti dell&#8217;Ossola, non è Champagne e nemmeno Brunello di Montalcino. E&#8217; un onesto vino locale, ma nei suoi limiti mi sembra ancora buono da bere.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/robironza.wordpress.com/2696/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/robironza.wordpress.com/2696/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/robironza.wordpress.com/2696/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/robironza.wordpress.com/2696/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/robironza.wordpress.com/2696/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/robironza.wordpress.com/2696/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/robironza.wordpress.com/2696/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/robironza.wordpress.com/2696/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/robironza.wordpress.com/2696/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/robironza.wordpress.com/2696/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/robironza.wordpress.com/2696/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/robironza.wordpress.com/2696/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/robironza.wordpress.com/2696/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/robironza.wordpress.com/2696/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=robironza.wordpress.com&amp;blog=12718734&amp;post=2696&amp;subd=robironza&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Ignorare che cosa sta succedendo in Siria: un lusso che neanche adesso  ci possiamo permettere</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 10:49:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robi Ronza</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Sussidiario]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica estera italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>

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		<description><![CDATA[SIRIA/ e ora l’Italia rischia una nuova Libia, Il Sussidiario, 16 gennaio 2012 Dal marzo scorso ovvero da quasi un anno la Siria &#8212; un Paese a poche ore di volo da noi e col quale abbiamo relazioni economiche non &#8230; <a href="http://robironza.wordpress.com/2012/01/18/ignorare-che-cosa-sta-succedendo-in-siria-un-lusso-che-neanche-adesso-ci-possiamo-permettere/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=robironza.wordpress.com&amp;blog=12718734&amp;post=2683&amp;subd=robironza&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color:#993300;">SIRIA/ e ora l’Italia rischia una nuova Libia, <em>Il Sussidiario</em>, 16 gennaio 2012</span></strong></p>
<p>Dal marzo scorso ovvero da quasi un anno la Siria &#8212; un Paese a poche ore di volo da noi e col quale abbiamo relazioni economiche non trascurabili &#8212; è travagliato dalla crisi del regime di Bashar al-Assad. Nelle città più ostili a tale regime, tra cui in particolare Hama, roccaforte dei Fratelli Musulmani, si susseguono manifestazioni poi represse con spargimento di sangue dall’esercito. Già colpita dal contraccolpo <span id="more-2683"></span>della crisi internazionale in atto, tanto più l’economia siriana sta ovviamente risentendo di questa drammatica e prolungata instabilità. Ciò ha particolari riflessi anche sul suo non trascurabile settore manifatturiero, che è un cliente di un certo peso dell’industria delle macchine utensili italiana e specialmente lombarda. E anche al di là di questo, che comunque non è cosa di poco conto, giova ricordare che, insieme a Sudest europeo,  il Vicino Oriente è la più rilevante area di potenziale crescita del nostro interscambio con l’estero, e quindi una “frontiera” molto importante tanto più in un momento come quello che stiamo attraversando. Non possiamo perciò permetterci di lasciare che sugli sviluppi della crisi siriana influiscano soltanto delle potenze che &#8212; diversamente dall’Italia, e dall’Europa mediterranea in genere – preferiscono che il Levante resti in tensione e non vada mai oltre la  tregua, senza mai  giungere alla pace e quindi allo sviluppo. E che quindi, come già avvenne nel caso della Libia, soffiano sul fuoco della crisi siriana puntando ad esasperarla e non a propiziarne una soluzione non catastrofica. Per motivi storici sui quali non abbiamo spazio per soffermarci qui, il regime di cui oggi è a capo Bashir al-Assad, fondato oltre quarant’anni fa da suo padre Hafiz al-Assad, s’identifica in larga misura con gli alawiti, una confessione religiosa nata dall’Islam ma ritenuta eretica dalla maggior parte dei musulmani, i cui seguaci sono in Siria circa il 15 per cento della popolazione. Nel Paese si contano poi altre minoranze socialmente rilevanti tra cui innanzitutto i cristiani, che sono circa il 10 per cento.</p>
<p>Favorire pertanto l’esasperazione dello scontro tra la maggioranza sunnita e il regime non è di vero aiuto per nessuno poiché una vittoria sul campo di quest’ultima non sarebbe l’inizio della democrazia ma semplicemente di una nuova dittatura, che a differenza dell’attuale non avrebbe la necessità di garantire o quantomeno di non negare la libertà religiosa con tutto ciò che positivamente ne consegue sul piano della libertà in genere. Sarebbe perciò importante che l’Italia, in quanto Paese-chiave dell’Europa mediterranea, si adoperasse attivamente per favorire una soluzione concordata e non catastrofica della crisi del regime di Assad come invece non interessa molto al Nord Europa atlantico. Può darsi che il regime di Assad abbia fatto il suo tempo, ma allora occorre facilitarne un’uscita di scena concordata per evitare che a una dittatura comunque “laica” faccia seguito un regime integralista islamico per di più sotto la protezione dell’Iran di Ahmadinejad. Per questo però occorrerebbe avere un disegno di politica estera  che peraltro, nel caso della Siria e del Levante in genere, manca da tempo. Avendo coinciso con l’inizio della crisi del governo Berlusconi e poi con tutto ciò che ne è seguito fino all’entrata in carica del governo  Monti,  la vicenda siriana – a parte estemporanee note di cronaca televisiva sui disordini e la loro repressione &#8211;  non è stata purtroppo sin qui seguita in Italia con l’attenzione che merita. D’altro canto, cosa sorprendente ma vera, benché le relazioni internazionali abbiano un’incidenza cruciale sia sull’economia che sulla vita pubblica del nostro Paese, né i partiti né la stampa ne parlano molto; e quando ne parlano di solito lo fanno in modo strumentale a esigenze contingenti di politica interna. Basti pensare ad esempio a come in un battibaleno la Libia sia scomparsa dalla scena. Prima non passava giorno senza che ce ne parlassero in diretta da Tripoli come della questione più importante della quale dovevamo occuparci. Caduto Berlusconi e confermati i contratti dell’Eni,  a Tripoli e a Bengasi possono fare quello che vogliono: a noi non ce ne importa più nulla. In circostanze poi straordinarie, come quelle che hanno portato alla formazione del governo Monti, è come se tutto il mondo cominciasse al Quirinale e finisse a Montecitorio ( a parte la sponda dell’”Europa” che ormai nel bene o nel male non è più un vero “estero”) . Perciò non ha tra l’altro suscitato la minima reazione il fatto che il presente governo sia deliberatamente nato senza alcun disegno di politica internazionale tanto da avere a capo del ministero degli Esteri un diplomatico in aspettativa: insomma più un commissario che un ministro. Si può andare avanti così? A nostro avviso l’Italia non se lo può permettere.</p>
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		<title>Merkel e Sarkozy fanno la parte di chi ha il coltello dalla parte del manico ma in realtà sono tutti e due con l&#8217;acqua alla gola: sarebbe il caso di tenerne conto</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 22:03:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robi Ronza</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prisma]]></category>
		<category><![CDATA[Angela Merkel]]></category>
		<category><![CDATA[Eurozona]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Monti]]></category>
		<category><![CDATA[Nicolas Sarkozy]]></category>

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		<description><![CDATA[Prisma/nuova serie n.54,  13 gennaio 2012 Declassando nove Paesi dell’Eurozona, i maggiori tra i quali sono l’Italia e la Francia, l’agenzia americana di classificazione (rating) Standard &#38; Poor’s ha tirato un altro sasso nel già abbastanza agitato stagno della finanza &#8230; <a href="http://robironza.wordpress.com/2012/01/15/merkel-e-sarkozy-fanno-la-parte-di-ha-il-coltello-dalla-parte-del-manico-ma-in-realta-sono-tutti-e-due-con-lacqua-alla-gola-sarebbe-il-caso-di-tenerne-conto/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=robironza.wordpress.com&amp;blog=12718734&amp;post=2677&amp;subd=robironza&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color:#993300;">Prisma/nuova serie n.54,  13 gennaio 2012</span></strong></p>
<p>Declassando nove Paesi dell’Eurozona, i maggiori tra i quali sono l’Italia e la Francia, l’agenzia americana di classificazione (<em>rating</em>) Standard &amp; Poor’s ha tirato un altro sasso nel già abbastanza agitato stagno della finanza pubblica europea. Il nostro Paese è sceso da A+  a BBB+, e la Francia da tre a due A. Nella sostanza il colpo così subito dalla Francia di Sarkozy è però più forte di quello subito dall’Italia,<span id="more-2677"></span> tenuto conto del ruolo di…vice-cancelliere europeo che il presidente francese ha preteso di fare negli ultimi mesi. D’altra parte anche la Germania di Angela Merkel, pur avendo conservato le sue tre A, non è poi così in buona salute come ama credere e far credere.</p>
<p>In una situazione nella quale le opinioni stanno sostituendo i fatti conviene, almeno ogni tanto, fare lo sforzo di risalire la china. Proviamo questa volta a farlo appunto con riguardo ad Angela Merkel e a Nicolas Sarkozy,  i due “mattatori” che attualmente spopolano sulla scena europea cercando di decidere per conto loro a ogni piè sospinto e ponendosi come le due colonne portanti dell’Ue. Sarkozy va alle elezioni tra meno di quattro mesi con il forte rischio di non venire rieletto. Da alcuni sondaggi risulta che due francesi su tre al momento non intendano votarlo. Poi magari riuscirà a riguadagnare, anche perché il candidato socialista alle presidenziali piace poco anche lui, ma comunque le sue prospettive non sono esaltanti.</p>
<p>In Germania le elezioni politiche sono in calendario per il settembre 2013, e Angela Merkel ha già annunciato che si candiderà per un terzo mandato, ma da due anni a questa parte i partiti della sua maggioranza hanno perso tutte le elezioni comunali e regionali che hanno avuto luogo. I sondaggi più recenti danno la CDU-CSU, il partito di Angela Merkel, al 30 per cento, e  gli alleati liberali rovinosamente al 3 per cento. Il centro-destra avrebbe soltanto dunque il 33 per cento dei voti mentre i Verdi sono nientemeno che al 28 e i socialdemocratici al 23 per cento. I Länder stanno passando all’opposizione uno dopo l’altro. La CDU-CSU ha perso persino l’importante Baden-Württemberg, che governava da sessant’anni. Tenuto conto che il Bundesrat, il Senato tedesco, è una camera di revisione costituita da rappresentanti dei governi dei vari Länder, non è impossibile che si arrivi alla crisi del governo federale e quindi alle elezioni anticipate prima della scadenza naturale della legislatura nel 2013.</p>
<p>Quando dunque Merkel e Sarkozy piombano al galoppo sulla scena europea,  visti dalla nostra parte  sembra che stiano caricando a sciabole sguainate verso di noi, ma visti dall’interno dei loro Paesi l’effetto è tutt’altro: più che all’attacco sembrano in fuga dai forconi che brandiscono i loro elettori.</p>
<p>La loro insomma non è una cavalcata vittoriosa. Assomiglia molto di più a “L’ultima disperata carica del Savoia Cavalleria a Novara”,  il celebre, patetico quadro che un tempo era una presenza di rigore nei libri di storia per la scuola media. Questo non significa che le cose siano perciò più facili dato che resistere a chi è in ritirata talvolta è non meno difficile che far fronte a chi sta andando all’attacco. Ciò fermo restando, nella misura in cui il governo Monti ne tenesse conto l&#8217;Italia potrebbe fare in sede europea anche qualche altra parte oltre a quella dello scolaro un po&#8217; scarso sempre a rischio di bocciatura.</p>
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		<title>I cittadini hanno il dovere di non evadere le imposte, ma lo Stato ha quello di non depredarli. Qualche riflessione su due doveri strettamente complementari</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 15:45:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robi Ronza</dc:creator>
				<category><![CDATA[Taccuino Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Fazio]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Monti]]></category>
		<category><![CDATA[Svizzera]]></category>

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		<description><![CDATA[Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 11 gennaio 2012 Lo scambio di battute riguardo alla Svizzera tra il nuovo premier italiano Mario Monti e Fabio Fazio, conduttore di “Che tempo che fa”, in onda domenica scorsa sulla Rete tre della &#8230; <a href="http://robironza.wordpress.com/2012/01/13/il-cittadini-hanno-il-dovere-di-non-evadere-le-imposte-ma-lo-stato-ha-quello-di-non-depredarli-qualche-riflessione-su-due-doveri-strettamente-complementari/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=robironza.wordpress.com&amp;blog=12718734&amp;post=2667&amp;subd=robironza&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color:#993300;">Taccuino Italiano, <em>Giornale del Popolo</em>, Lugano, 11 gennaio 2012</span></strong></p>
<p>Lo scambio di battute riguardo alla Svizzera tra il nuovo premier italiano Mario Monti e Fabio Fazio, conduttore di “Che tempo che fa”, in onda domenica scorsa sulla Rete tre della RaiTV, merita di venire considerato attentamente anche al di là del suo contenuto immediato. E’ stato infatti un ulteriore riflesso di pregiudizi<span id="more-2667"></span> a danno della Confederazone che a mio a avviso a queste latitudini sarebbe meglio non prendere sottogamba. E ciò nel comune interesse del positivo sviluppo delle relazioni italo-elvetiche. Come ho recentemente ricordato ai lettori della mia rubrica sul quotidiano via Internet &lt;labussolaquotidiana.it&gt;, ricordo di aver giustamente sentire dire una volta da Pascal Couchepin, allora presidente della Confederazione Elvetica,  che i  paradisi fiscali non ci sarebbero se non ci fossero gli inferni fiscali. E l’Italia, aggiungo io, è uno di questi. Nell’ondata di moralismo troppo spesso a senso unico, che sta passando sull’Italia in queste settimane, si fa un gran dire del dovere che i cittadini hanno di pagare le imposte, il che è ovviamente giusto. Ci si dimentica però di aggiungere che per parte loro le istituzioni hanno il corrispondente dovere di non depredare i cittadini, come purtroppo invece accade in Italia, dove l’Iva è al 22 per cento (Svizzera: 8 per cento) e il prelievo fiscale effettivo si sta ormai avvicinando al 50 per cento della produzione interna lorda (Svizzera: secondo le varie fonti da un minimo del 29,4 a un massimo del 30,3 per cento). Tenendo poi conto dei costi indotti dalla farraginosità delle norme e della bassa qualità dell’amministrazione statale, un centro di ricerche molto ascoltato con sede a Mestre (Venezia) calcola che attualmente in Italia ogni anno si lavora da gennaio fino al 19 giugno per lo Stato, e solo dal 20 giugno in avanti per proprio reddito.</p>
<p>Quello della rilevante evasione fiscale, che peraltro si concentra specialmente in alcuni settori economici e in alcune parti del Paese, è certamente un problema per l’ Italia. Al di là infatti di tutte le attenuanti che si possono invocare, nella misura in cui è diffuso un comportamento illegale percepito da molti come giustificato è un’infezione che logora la convivenza civile. Quindi va combattuto. Quello dell’equità fiscale, di cui invece quasi nessuno parla, è però un problema altrettanto urgente. E fra l’altro i due problemi in questione hanno tra loro un nesso evidente. Al di sopra infatti di una certa soglia di pressione fiscale l’evasione diventa irrefrenabile se non al prezzo dello sviluppo di una rete di controlli così fitta e così pesante da costituire un ulteriore ostacolo alla ripresa dell’ economia privata.</p>
<p>Secondo invece la cultura politica della sempre più arcaica sinistra italiana &#8212; di cui Fabio Fazio è un portavoce tanto compito nella forma quanto intransigente nei contenuti –  le imposte sono intese non tanto come il prezzo dei servizi della pubblica amministrazione quanto in sostanza e in primo luogo come lo strumento principe di una tendenziale ridistribuzione egalitaria di quella ricchezza che invece l’economia privata ha la colpa di distribuire in modo asimmetrico. Pertanto il problema dell’equità fiscale non si pone per definizione; e quindi nemmeno si avverte il problema del soffocamento di un’economia di cui lo Stato incamera la metà del prodotto. La panacea di tutti i mali è invece la lotta all’evasione fiscale fatta in certo modo <em>manu militari</em>; e peraltro non solo per modo di dire se è vero come è vero che l’Italia è l’unico Paese al mondo ad avere con la Guardia di Finanzia una polizia fiscale armata,  in uniforme e con poteri di polizia criminale compresi quelli di pattugliamento del territorio, di perquisizione e di arresto. Pretendendo però di ignorare, come dicevamo, che è la sproporzionata pressione fiscale a rendere in certa misura irrefrenabile l’evasione e la fuga di capitali all’estero, l’<em>establishment</em> italiano – tutto quanto abbastanza post-giacobino al di là di ogni altra differenza &#8212; da Tremonti a Monti passando per Fazio, ama credere che quella contro i “paradisi fiscali” sia l’ultima battaglia campale che ancora resta da combattere perché l’evasione non abbia più scampo. E’ su questo sfondo che si colloca il botta e risposta televisivo di Fabio e di Monti riguardo alla Svizzera, con il primo che compitamente lancia l’idea che l’Ue assedi e strozzi la Confederazione, e il secondo che risponde in modo altrettanto garbato di aver già provato a farlo quando era membro della Commissario europeo e di esser pronto a riprovarci anche adesso.</p>
<p>Beninteso la Svizzera &#8211;  come Paese che per dimensioni, per storia e per competenze accumulate è chiamato ad essere uno dei maggiori crocevia finanziari del mondo – ha il dovere di contemperare tale ruolo con il dovere e anche l’interesse di mobilitarsi per non diventare un grande ricettacolo di denaro sporco e una tesoreria della criminalità internazionale, e già lo fa. Quello però che è urgente faccia capire all’estero è che in tale impegno può avere tanto più successo se non viene fatta oggetto di ottusi assedi. Si torna però qui di nuovo, osservo concludendo, a una questione su cui già tante volte mi sono soffermato: l’insufficiente impegno della Confederazione in un’opera efficace di riqualificazione della sua “immagine” in Italia e negli altri maggiori Paesi dell’Unione Europea.</p>
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		<title>La montagna: non un problema ma una risorsa da riscoprire scommettendo sulla capacità di autogoverno di chi ci vive e ci lavora</title>
		<link>http://robironza.wordpress.com/2012/01/11/la-montagna-non-un-problema-ma-una-risorsa-da-riscoprire-scommettendo-sulla-capacita-di-autogoverno-di-chi-ci-vive-e-ci-lavora/</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 08:29:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robi Ronza</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diario]]></category>
		<category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category>
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		<category><![CDATA[Terre alte]]></category>

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		<description><![CDATA[Quaderni Valtellinesi, Sondrio, gennaio 2012  Quali prospettive si pongono oggi alle terre alte in un tempo nel quale, come ha scritto Benedetto XVI nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2012, “è cresciuto il senso di frustrazione per &#8230; <a href="http://robironza.wordpress.com/2012/01/11/la-montagna-non-un-problema-ma-una-risorsa-da-riscoprire-scommettendo-sulla-capacita-di-autogoverno-di-chi-ci-vive-e-ci-lavora/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=robironza.wordpress.com&amp;blog=12718734&amp;post=2654&amp;subd=robironza&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color:#993300;"><em>Qu</em><em>aderni Valtellinesi, </em>Sondrio, gennaio 2012</span></strong></p>
<p><strong> </strong>Quali prospettive si pongono oggi alle terre alte in un tempo nel quale, come ha scritto Benedetto XVI nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2012, “è cresciuto il senso di frustrazione per la crisi che sta assillando la società, il mondo del lavoro e l’economia: una crisi le cui radici sono innanzitutto culturali e antropologiche.&#8221;<span id="more-2654"></span> Tanto che sembra quasi, aggiunge il Papa, che &#8220;una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno”. Con quale atteggiamento guardare allora al nuovo anno? Citando al riguardo il salmo 130 laddove dice che l’uomo di fede attende il Signore “più che le sentinelle l’aurora” il Papa prosegue dicendo che “In questa oscurità il cuore dell’uomo non cessa tuttavia di attendere l’aurora di cui parla il Salmista”. Impostato in modo nuovo rispetto a tutti gli analoghi documenti che lo hanno preceduto, il messaggio non si sofferma poi su specifici attuali problemi ma si pone “in una prospettiva educativa” mettendo soprattutto l’accento sull’educazione alla pace  e sui suoi contenuti.  Senza commentarlo qui ulteriormente ma rimandando alla sua lettura, nell’orizzonte che il Messaggio delinea ne prendiamo spunto qui per domandarci appunto quale contributo proprio possa venire dalle terre alte alla rimozione della coltre di oscurità di cui parla Benedetto XVI.</p>
<p>In un Paese come il nostro, il cui territorio è per quasi due terzi costituito da montagne e colline, e in un contesto nel quale è divenuto urgente valorizzare ogni risorsa e non soltanto quelle più facilmente accessibili e soprattutto più facilmente concentrabili, è oggi meno che mai sostenibile considerare le terre alte semplicemente come… parco giochi delle grandi masse umane che l’età delle grandi manifatture ha spinto ad assieparsi nelle pianure, come aree da rimboscare indiscriminatamente e da inselvatichire irresponsabilmente perché possano diventare luoghi dei sogni delle popolazioni metropolitane. Un modello sconsiderato che, nel caso della Valtellina spinge alla trasformazione del fondo valle in una periferia industriale di Milano accompagnata dal declino delle convalli e degli insediamenti di quota, salvo alcuni pochi luoghi drogati (ma fino a quando?) dalla fragile monocoltura dello sci. Ostinarsi a pensare e governare come se fosse tutto una grande pianura un Paese come l’Italia, dove invece circa il 72 per cento del territorio è in pendenza, costituisce  uno spreco che ormai (e provvidenzialmente)  non ci si può più permettere. In Lombardia, dove circa il 40 per cento del territorio è alpestre, su quel 40 per cento vive il 10 per cento della popolazione: è uno squilibrio cui occorre porre rimedio con urgenza. A lungo si è parlato di frenare lo spopolamento della montagna: un obiettivo minimo, difensivo, e quindi non a caso fallito. Non basta: oggi si deve piuttosto puntare al ripopolamento della montagna, favoriti da sviluppi tecnologici che hanno in larga misura attenuato quando non eliminato le situazioni di svantaggio geografico e logistico che la caratterizzarono nell’epoca classica dell’industrializzazione. Per questo però il primo impegno deve essere volto al contrasto di quelle cause culturali e antropologiche della crisi della quale Benedetto XVI scrive nel messaggio più sopra ricordato. C’è dunque da impegnarsi a fondo per porre rimedio a un’emergenza educativa di cui il disastroso quasi-monopolio statale della scuola pubblica è una delle cause principali. Non si può certo mettere in moto un processo di rinascita di questa forza e di questa ampiezza con delle generazioni giovanili fatte in ampia misura di gente scoraggiata, passiva, culturalmente annichilita, disorientata, rintronata dalle troppo notti passate in discoteca e vittima dei miti del peggio dell’odierna cultura di massa.</p>
<p>Nel caso della Valtellina – grazie in particolare al Centro Don Minzoni e a <em>Quaderni Valtellinesi </em>&#8211; tale impegno può positivamente prendere le mosse dal patrimonio di esperienze e di idee che nel 1986 trovarono un momento forte di espressione nella Carta di Sondrio (*). Un catalizzatore molto rilevante di un tale processo sarebbe poi, valorizzando e incrementando il tradizionale plurilinguismo della gente delle Alpi, l’avvio tra Sondrio e Coira &#8212; nel segno della libertà di ricerca, di insegnamento e di educazione &#8212; del progetto di una Scuola Retica di Alti Studi le cui lingue d’insegnamento fossero tanto l’italiano quanto il tedesco (**), salvo l&#8217;uso anche ovviamente  di altre lingue, <em>in primis</em> l&#8217;inglese e il francese, quali strumenti di studio: un luogo di formazione di eccellenza in grado di contribuire a ridare centralità al “Paese delle Alpi”, che l’età moderna ora al tramonto aveva negli ultimi secoli ridotto a periferia.</p>
<p>La crisi finanziaria degli Stati moderni, motore immediato anche se non sostanziale della crisi economica in atto, segna tra l’altro la fine degli assistenzialismi di ogni genere e tipo, compresi quelli relativi alla montagna. Come abbiamo scritto nel più recente numero di <em>Confronti</em>, la rivista di cultura politica della presidenza della Regione Lombardia, la montagna non è un problema ma una risorsa da riscoprire scommettendo sulla capacità di autogoverno di chi vi abita e vi lavora. A mio parere è più che mai il caso di tenerne conto.</p>
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<p>(*)  Cfr. Autori Vari, <em>La montagna: un protagonista nell’Italia degli anni ’90</em>, Jaca Book, 1987.</p>
<p>(**)  “Tra Sondrio e Coira c’è già una scuola universitaria di eccellenza: si tratta solo di farla percepire e di darle forma”, <em>Confronti </em>n. 2-3/2010. <em>Confronti</em> è accessibile anche in forma telematica tramite i siti <a href="http://www.regione.lombardia.it/">www.regione.lombardia.it</a> e <a href="http://www.eupolislombardia.it/">www.eupolislombardia.it</a>.</p>
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		<title>Federalismo? In tempo di crisi non è un lusso ma un&#8217;occasione da prendere al volo. I paradisi fiscali non ci sarebbero se non ci fossero gli inferni fiscali: e l&#8217;Italia è uno di questi.</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2012 12:11:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Robi Ronza</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prisma]]></category>
		<category><![CDATA[federalismo fiscale]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Monti]]></category>

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		<description><![CDATA[Prisma/nuova serie n. 53, 5 gennaio 2012 I paradisi fiscali non ci sarebbero se non ci fossero gli inferni fiscali: e l’Italia è uno di questi. I cittadini hanno il dovere di pagare le imposte, ma le istituzioni (nel caso &#8230; <a href="http://robironza.wordpress.com/2012/01/06/i-paradisi-fiscali-non-ci-sarebbero-se-non-ci-fossero-gli-inferni-fiscali-e-litalia-e-uno-di-questi/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=robironza.wordpress.com&amp;blog=12718734&amp;post=2636&amp;subd=robironza&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="color:#993300;">Prisma/nuova serie n. 53, 5 gennaio 2012</span></strong></p>
<p>I paradisi fiscali non ci sarebbero se non ci fossero gli inferni fiscali: e l’Italia è uno di questi. I cittadini hanno il dovere di pagare le imposte, ma le istituzioni (nel caso italiano lo Stato, che continua a detenere ogni competenza in materia) hanno il corrispondente dovere di non depredare i cittadini,<span id="more-2636"></span> la società civile. E nel caso del nostro Paese senza dubbio di depredazione si deve parlare non soltanto per il prelievo fiscale che ormai si sta avvicinando al 50 per cento della produzione interna lorda, Pil, ma anche per le forme di usura che in vario modo lo caratterizzano: in primo luogo i cosiddetti acconti che, essendo vicini al 100 per cento del dovuto, si configurano come imposte sul reddito futuro, e poi penali spropositate per minimi ritardi sulle scadenze dei pagamenti (dei piccoli; quando invece a evadere o a ritardare pure di anni i pagamenti sono grandi ricchi allora si arriva non di rado a concordati con enormi sconti).<br />
Quando si richiama al dovere morale di pagare le imposte che incombe sui cittadini, sarebbe equo, opportuno e importante richiamare contemporaneamente lo Stato, e quindi il governo e il parlamento, al dovere morale di non porre sulle loro spalle un onere fiscale soffocante. Altrimenti si finisce, anche senza volerlo, di assegnare al potere politico una patente di innocenza a priori che non fa bene né a chi lo esercita né al Paese. L’attentato dello scorso 9 novembre al direttore generale di Equitalia e le lettere minatorie spedite a sedi di tale società in tutta Italia in questi ultimi giorni sono un campanello d’allarme da non trascurare. Si tratta ovviamente di un crimine e di intimidazioni assolutamente esecrabili. Ciò fermo restando, tali episodi sono però anche il sintomo, seppur estremo e patologico, di un grave disagio obiettivo dell’intera società civile italiana. In altre epoche e circostanze sarebbero stati presi di mira altri settori della pubblica amministrazione o anche realtà private. Questa volta invece è stato spedito un pacco bomba al gran capo dei dazieri. Sarebbe il caso di tenerne conto.<br />
Anche in questa materia il governo Monti si sta dimostrando di una convenzionalità sconfortante. Se è vero come è vero che oggi soltanto una ripresa dell’economia ci può salvare da guai sempre maggiori, allora l’itinerario da percorrere dovrebbe piuttosto avere una sequenza come la seguente: taglio rapido e consistente della spesa dello Stato e riforma generale organica della sua macchina amministrativa, riduzione della pressione fiscale, abrogazione di leggi e norme amministrative che intralciano e rallentano le attività produttive. Viceversa si aumentano le imposte e se ne introducono di nuove aumentando la pressione fiscale fino a livelli che faranno dilagare sempre di più l’evasione; di riforma dell’amministrazione statale nemmeno si parla; si ventilano tagli lineari che, con la sgangherata amministrazione statale che abbiamo, provocheranno tagli dei servizi senza affatto incidere sugli sprechi e le inefficienze dell’apparato. L’esperienza dimostra che a un livello di pressione fiscale come quello che abbiamo in Italia l’evasione non scende comunque a livelli “fisiologici”. Oltre a generare nuovi costi, ogni ulteriore inasprimento dei controlli non serve ad altro se non a intralciare ancora di più le attività produttive. In tale quadro dei “blitz” di squadre di ispettori fiscali come quello dei giorni scorsi a Cortina d’Ampezzo sono in sostanza pura demagogia.<br />
Le imposte non sono una norma, né tanto meno uno strumento di riforma sociale. Le imposte sono il prezzo dei servizi della pubblica amministrazione. Nelle circostanze attuali un governo che voglia davvero tirarci fuori dai guai deve innanzitutto impegnarsi a ridurre il costo e quindi il prezzo di tali servizi. In tempi brevi un governo così ampiamente sostenuto come quello oggi in carica potrebbe e dovrebbe chiudere o accorpare ministeri; mettere sul mercato la Rai e l’enorme patrimonio immobiliare non necessario di cui lo Stato italiano dispone; tagliare una quantità di ingenti spese inutili, come ad esempio la massima parte delle missioni militari all’estero. Siccome poi la storia ha ormai dimostrato in modo inoppugnabile che i prezzi scendono e restano al minimo solo all’interno di un regime di concorrenza, diventa urgente introdurre anche nel pubblico il principio di concorrenza ovunque possibile. In tale prospettiva il federalismo non è un lusso bensì un’occasione da prendere al volo trattandosi dell’unico modello istituzionale in cui naturalmente il principio di concorrenza trova ampio spazio. Invece di imboccare la strada di un ulteriore accentramento, come invece questo governo sta facendo, sarebbe piuttosto il caso che spingesse l’acceleratore sul federalismo attribuendo ad ogni livello di governo sub-statuale, dai Comuni alle Regioni, piene competenze e adeguata piena responsabilità sul lato sia della spesa e sia (al di sotto di una soglia massima uguale per tutti ) sul lato del prelievo, compreso il diritto di abbassare la pressione fiscale sul proprio territorio in concorrenza con altri attirare su di esso investimenti. Non sono cose che stanno solo sulla luna. Se ne possono trovare ampi esempi in molti altri Paesi europei.<br />
<!--more--></p>
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