Taccuino Italiano, 10 gennaio 2010

A Rosarno, città calabrese di circa 20 mila abitanti posta ai margini della piana di Gioia Tauro, la crescente tensione in atto tra braccianti africani irregolari rimasti senza lavoro e abitanti del luogo è sfociata  nei giorni scorsi in scontri con decine di feriti. Il governo di Roma ha inviato sul posto unità mobili della polizia di Stato che, dopo aver garantito la fine degli scontri, hanno provveduto all’esodo sotto scorta degli immigrati africani e al loro trasferimento in “centri di raccolta” situati in altre province calabresi o in altre regioni vicine. Nell’immediato la vicenda è una  sconfitta sia per le forze politiche di centro-destra che, essendo al governo a Roma, non sono state sin qui capaci di avviare una politica organica ed efficace dell’immigrazione; e sia per le forze di centro-sinistra non soltanto perché sono al governo in Calabria ma anche e soprattutto per la loro astratta “filosofia” in tema di immigrazione, fondata sull’idea che chiunque possa illegalmente entrare in Italia, stabilirvisi e poi venire de facto equiparato ai cittadini e agli altri residenti legali.  A ciò si aggiunga l’eterno problema dell’enorme eterogeneità socio-economica del Paese, dove regioni come la Lombardia, che per forza economica e vitalità sociale supera anche buona parte dei Länder tedeschi e delle regioni francesi, si trovano nella stessa barca di regioni come la Calabria, i cui dati fondamentali sono peggiori di quelli di molti stati  del Sud del mondo. E con in più la complicazione costituita dal fatto di essere comunque inclusa nei confini dell’Unione Europea nonché in particolare in quelli di un Paese che è una delle sette maggiori economie industriali del globo. In tal senso la condizione della Calabria è anche peggiore di quella di Paesi latino-americani o asiatici di analogo grado di sviluppo.  In Calabria il reddito procapite e la qualità amministrativa sono paragonabili a quelli, ad esempio, della Turchia. Le aspettative degli abitanti di Rosarno sono però simili a quelle degli abitanti di Como; e  i pensionati calabresi percepiscono pensioni identiche a quelle dei pensionati comaschi.  A causa di tale sua collocazione una regione come la Calabria vive di un’economia “drogata”, che aiuta ad esempio a capire come mai a una disoccupazione giovanile attorno al 40 per cento fanno riscontro campagne piene di braccianti africani; e alberghi, bar e ristoranti pieni di camerieri e cuochi ucraini e romeni. Il caso dei braccianti africani di Rosarno è un esito significativo di tale perverso groviglio di sottosviluppo, bassa qualità della  pubblica amministrazione e parassitismo di massa.  La criminalità organizzata è poi un elemento di ulteriore complicazione, ma non spiega tutto, e nemmeno spiega molto. L’ndrangheta coglie anche l’occasione di queste tensioni, ma certo non le provoca attivamente poiché non ha alcun interesse a favorire uno stato di cose a causa del quale affluiscono in Calabria ingenti forze di polizia e la regione sale alla ribalta dell’attenzione dei media e del governo di Roma.
All’origine della questione sta il crollo delle vendite degli agrumi calabresi, che nell’Unione Europea (dove come è noto il mercato agricolo è protetto) si vendono meno a causa della crisi economica; e che non conviene neppure trasformare in succo e mettere sul mercato mondiale  perché il prezzo del prodotto che ne se ricava non è competitivo con quello dell’analogo prodotto di origine latinoamericana, africana o asiatica.  Quest’anno dunque i braccianti africani quasi tutti irregolari, giunti come al solito in Calabria all’inizio della stagione della raccolta degli agrumi, non hanno trovato lavoro o quasi. Se tale immigrazione fosse regolare e controllata, in primo luogo il flusso di migranti sarebbe stato ridotto per adeguarlo alla domanda, e in secondo luogo chi pur arrivando sul posto non avesse trovato lavoro avrebbe dovuto fare ritorno a casa. Siccome però tale flusso è illegale, e quindi non governato, i braccianti africani divenuti in soprannumero sono arrivati lo stesso accampandosi in tuguri e in  fabbriche abbandonate; e in attesa di un lavoro sempre più fantomatico si sono messi a vivere di espedienti  e di accattonaggio. E’ questo il complesso e sconfortante “brodo di coltura” da cui sono germogliati gli incidenti di Rosarno, rimasti finora provvidenzialmente isolati, ma fino a quando? In tutto il Sud d’Italia infatti le “Rosarno” pronte a esplodere sono decine. Non resta che sperare che la notizia degli incidenti provochi l’esodo spontaneo degli stagionali irregolari senza lavoro, ma è ovviamente una magra e ben sconfortante speranza.
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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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