Taccuino Italiano, 8 marzo 2010

Ieri sera, poco prima delle 20, il Tribunale amministrativo regionale del Lazio (sarebbe meglio dire “per il Lazio” trattandosi di un organo che non  ha legame alcuno con la Regione), TAR, ha respinto la “richiesta di sospensiva”  contro la decisione della Corte d’Appello di non registrare la lista del Partito della Libertà, PdL, nella provincia di Roma, dove risiedono circa 4 dei 5 milioni e mezzo di laziali. Gli avvocati del PdL hanno quindi annunciato il ricorso alla suprema corte amministrativa, che in Italia si chiama Consiglio di Stato. Nel frattempo, a norma di un apposito decreto-legge firmato ieri dal presidente della Repubblica, Giorgio Napoletano, che riapriva per un giorno i termini per la presentazione delle liste, oggi il PdL della provincia di Roma aveva presentato ex novo la sua lista. Verso sera però i presidenti di centro-sinistra di Piemonte e Lazio, in carica ancora per pochi giorni, hanno annunciato un ricorso alla Corte Costituzionale (detta nel gergo politico italiano “Consulta” dal nome del palazzo ove ha sede)  contro il decreto suddetto, ironicamente chiamato “salva liste”.

La questione della candidatura di Renata Polverini, che il PdL ha scelto quale suo candidato alla presidenza del Lazio, resta dunque ancora in sospeso. Non così quella di Roberto Formigoni in Lombardia, rientrata in gioco, a prescindere dal decreto-legge di cui sopra, avendo il  TAR lombardo respinto il ricorso presentato contro la sua lista dai Radicali. Si trattava in ogni caso di una questione diversa da quella del Lazio. A Roma la lista di Renata Polverini era stata presentata fuori tempo massimo mentre a Milano la lista di Formigoni era stata presentata in tempo ma con alcune carenze formali ( per lo più l’assenza di timbri accanto a firme pur autentiche e così via) tali quindi da non inficiare la validità dell’atto.

La questione è, come si vede, di lana caprina. Ringraziando vivamente il lettore che ciononostante    ci ha seguiti sin qui veniamo ora alla sostanza del problema, che ha due facce. Una faccia è quella di opposizioni come i Radicali di Emma Bonino e Marco Pannella e l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro che – sapendo di non avere la minima possibilità di diventare un giorno maggioranza – cercano di provocare la crisi ed eventualmente il crollo del Partito della Libertà con metodi diversi da quelli propri della democrazia, ovvero mobilitando contro Berlusconi e la sua coalizione talvolta segmenti di magistratura “militante” a loro vicini, talvolta gruppi sociali “alternativi” sempre maggioritari nelle piazze ma mai nelle urne della votazioni, e talvolta sia gli uni che gli altri. Tutto questo potendo contare sui giornali del gruppo De Benedetti,  tra cui in primis la Repubblica e L’Espresso, impegnati senza tregua in una campagna di continua delegittimazione umana, prima ancora che politica, dei leaders della coalizione di centro-destra. L’altra faccia, meno evidente ma in questo momento tutt’altro che da trascurare,  è  quella invece  delle divisioni interne della coalizione di governo, con Gianfranco Fini che alimenta la fronda contro Berlusconi e molti altri piccoli Fini che fanno lo stesso or qua or là. E’ per esempio molto probabile che a Roma la lista di Renata Polverini sia stata depositata fuori tempo massimo o deliberatamente oppure perché la battaglia per la versione definitiva della lista dei candidati si sia protratta fino a rendere impossibile il deposito della lista entro la scadenza fissata a termini di legge. Eventualità che in entrambi i casi costituisce un segnale di pessima salute per la maggioranza.

La confusa vicenda riporta di nuovo a una questione di fondo già ricordata in varie occasioni su queste colonne:  la sempre più difficile convivenza dentro la coalizione che sostiene il governo Berlusconi di due aree sociali del tutto eterogenee: da un lato i ceti produttivi del Nord, che chiedono allo Stato più efficienza e meno tasse, e dall’altro la burocrazia  ministeriale romana, le imprese anche settentrionali che vivono di forniture statali, i pensionati dello Stato e della grande industria che si attendono l’eterna conferma dei loro vari privilegi, quindi nessuna riduzione della spesa pubblica e dunque delle tasse. La forza delle cose sta rendendo questa coabitazione sempre meno sostenibile, il che apre alla vita pubblica italiana scenari tempestosi riguardo ai quali fare previsioni plausibili diventa sempre più difficile.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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