Taccuino Italiano, 1 giugno 2010

Qualche giorno fa è uscita una nuova “direttiva” dell’Unione Europea che fissa la dimensione minima delle maglie di un tipo di rete che nei mari italiani si usa tra l’altro per la pesca dei calamaretti. Ebbene, la nuova maglia regolamentare “europea” ha dimensioni tali che i calamaretti vi possono passare attraverso indisturbati! Le associazioni dei pescatori si sono mobilitate e si spera di rimediare al più presto all’incresciosa situazione. Al di questo l’episodio è interessante perché aiuta a capire quale sia la realtà dell’Unione Europea e perché sia divenuta tanto impopolare. In primo luogo qualcuno potrebbe domandarsi come mai un gigante istituzionale le cui competenze spaziano (per restare ai mari) dal mare del Nord al Baltico e dall’Oceano Atlantico al Mare Egeo abbia il potere di stabilire quali misure uniche debbano avere le reti con cui si pesca in tutti questi così diversi e lontani mari ed oceani. In secondo luogo si tratta di capire chi ha deciso e sotto il controllo democratico di chi.

La risposta a quesiti di questo genere non può che condurre a una sola conclusione: l’Unione Europea è il più grande foyer di potere tecnocratico neo-autoritario del nostro tempo. E’ triste, ma è così. Sommando le sue competenze esclusive con quelle condivise con gli Stati membri nonché con i settori nei quali può promuovere azioni di “coordinamento” in pratica l’Unione può ingerirsi dappertutto mediante “direttive” fissate dalla Commissione, un organismo composto di commissari non eletti democraticamente bensì nominati dai governi degli Stati membri. Questi ultimi sono poi tenuti a recepire tali “direttive” trasformandole in leggi e regolamenti nazionali. E’ vero che nel processo di recepimento c’è spazio per varianti secondarie e adattamenti, ma la sostanza del provvedimento resta quella definita dalla Commissione. Il principale limite al potere della Commissione è piuttosto costituito dal Consiglio dei Capi di stato e di governo, che di fatto ha poteri analoghi. Il frequente attrito tra questi due supremi organi gioca a favore non del controllo democratico bensì della burocrazia dell’Unione, il cui anonimo ma forte potere all’ombra dai tali attriti non cessa di crescere. Osserviamo poi che ovviamente in un sistema del genere non c’è il minimo spazio per alcuna forma di referendum popolare. Contro la “direttiva” non si può opporre alcun referendum poiché, trattandosi di un provvedimento a livello dell’Unione l’iniziativa referendaria dovrebbe essere proposta in tutti i 27 Stati membri: impresa non solo ciclopica ma anche impossibile dal punto di vista del diritto poiché in parecchi di essi non esiste il diritto di referendum. Quando poi la “direttiva” viene recepita dall’ordinamento di un Paese come l’Italia, dove il diritto di referendum esiste (seppur in modo più limitato che in Svizzera) la legge o il regolamento non sono impugnabili essendo applicazioni di direttive europee comunque non modificabili con voto popolare.

Il…peccato originale dell’Unione Europea, tale quale è oggi, consiste peraltro in un fatto strutturale troppo spesso trascurato. L’Unione è un’alleanza fra Stati gestita dai loro governi nazionali. Ipso facto il Parlamento Europeo è una realtà sostanzialmente aliena, i cui poteri sono perciò evanescenti, mentre per analoghi motivi né i governi sub-nazionali né tanto meno le società civili dei Paesi membri hanno alcuna effettiva voce in capitolo. Dilagano gli organismi di “partecipazione” e le assemblee consultive (tra cui un Comitato delle Regioni), ma i luoghi dove davvero si decide sono altri, e nessuno di essi è legittimato dal voto diretto del popolo. Tutto questo spiega perché qua e là si cominci a domandare che finalmente si apra sull’Unione Europea un dibattito politico all’insegna del motto, “Europa sì, ma quale?”. Un dibattito insomma che, senza mettere in discussione l’inevitabilità dell’Unione Europea, sia inteso ad aprire un confronto sin qui negato sul come di tale Unione.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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