Taccuino Italiano, 8 aprile 2010

Uscito rafforzato dal successo alle recenti elezioni regionali dell’alleanza politica di cui è il leader, il premier italiano Silvio Berlusconi ha annunciato il tanto atteso inizio di quella che nel gergo politico della vicina Repubblica si chiama “stagione delle riforme”, ossia una nuova riforma costituzionale e nuove leggi organiche in diversi settori-chiave della vita pubblica.

Salvo imprevisti in Italia per i prossimi tre anni non sono in programma altre votazioni di livello nazionale, il che dovrebbe assicurare al governo tutta la stabilità che occorre per avviare la “stagione” spesso promessa ma appunto sin qui in realtà mai iniziata. Sin qui infatti per molti motivi Berlusconi ha governato senza legiferare giocando la carta del suo carisma personale e appoggiandosi a decreti o a leggi che per il loro riferimento a questioni immediate e specifiche ( ad esempio la crisi dei rifiuti a Napoli o il terremoto in Abruzzo) sono decreti nella sostanza. Frattanto l’Italia continuava ad essere sempre più oppressa da un prelievo fiscale più o meno pari al 50 per cento del prodotto nazionale lordo, da una macchina amministrativa statale costosa e inefficiente, nonché da un drenaggio di risorse dal Nord verso Roma e il Sud che, in un suo libro che sta divenendo un best seller, “Il sacco del Nord”, l’economista Luca Ricolfi ha valutato ammonti a oltre 50 miliardi di euro all’anno.

Spronato anche dal successo elettorale della Lega Nord, Berlusconi ha compreso che l’avvio della “stagione delle riforme” era ormai divenuto improcrastinabile. Lo ha perciò annunciato, ma a questo punto è accaduto l’imprevedibile. Al “pronti,via!” la Lega Nord lo ha scavalcato: dapprima il ministro Roberto Maroni ha dichiarato che la macchina delle riforme costituzionali non poteva che essere a guida leghista, e poco dopo il ministro Calderoli, suo collega di partito, con un gesto a dir poco “irrituale”, lo scorso mercoledì 7 aprile è andato dal presidente della Repubblica a presentargli una bozza di riforma costituzionale che il consiglio dei Ministri non aveva ancora né esaminato né tanto meno approvato. A questo punto Berlusconi è dovuto intervenire dicendo strizzito che la “bozza Calderoli” era una proposta personale del suo autore, e non un documento condiviso dal governo.

Forse non a caso, in quello stesso giorno la presidente dell’Associazione nazionale degli Industriali (Confindustria), Emma Marcegaglia, ha pubblicato un documento che è un vero e proprio programma di governo in materia economica, annunciando che domani e dopo esso sarà al centro di una grande assemblea nazionale di imprenditori convocata a Parma. Togliendo insomma l’iniziativa a Berlusconi, la Lega Nord da una parte e la Confindustria dall’altra hanno prodotto due progetti che nel loro insieme costituiscono un vero e proprio programma organico della “stagione delle riforme”. Riuscirà Berlusconi a riprendere in mano il pallino? A mio avviso certamente sì, ma di fatto a condizioni diverse da quelle che poteva sperare. Come già in una precedente puntata di “Taccuino Italiano” ebbi modo di dire, il grande problema di Berlusconi è la coabitazione nel Partito della Libertà, PdL, di due Italie che hanno interessi opposti: l’Italia dell’economia produttiva, concentrata al Nord (pur se presente anche nella Penisola), che domanda meno tasse e più efficienza della pubblica amministrazione, e l’Italia dell’economia sussidiata concentrata nella Penisola (pur se presente anche al Nord) che non vuole né la riforma della pubblica amministrazione né la riduzione della pressione fiscale di cui ha i vantaggi senza averne i pesi dal momento che riesce ad evadere le tasse in una misura non più possibile al Nord. Pur non essendo poi così innovativo, il “federalismo” prospettato nella bozza Calderoli lo è quanto basta ridurre in modo consistente il drenaggio di risorse dal Nord a Roma e al Sud. E d’altro canto la liberalizzazione dell’intrapresa economica delineata nella proposta di Emma Marcegaglia cammina sulla stessa via poiché riduce drasticamente i poteri e quindi il ruolo della burocrazia statale. A questo punto Berlusconi o per così dire rifiuta l’ostacolo ( ma come?) oppure deve affrontare dei problemi, peraltro giganteschi, che sin qui era riuscito a tenere chiusi nel cassetto: l’urgenza del riorientamento verso forme produttive dell’economia della città di Roma, che a tutt’oggi vive in larga misura di consumo di risorse provenienti dal Nord, e una riforma generale dell’amministrazione dello Stato. Auguri.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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