Taccuino Italiano, 26 luglio 2010

Dal 2007 esce in Italia un Indice delle liberalizzazioni realizzato a cura dell’Istituto Bruno Leoni, che si sta affermando come il più vivace foyer italiano di pensiero neo-liberale. L’edizione 2010, appena uscita, è stata recentemente presentata a Milano nel corso di una tavola rotonda che ha visto l’intervento tra gli altri del ministro italiano del Lavoro e delle Politiche Sociali, Maurizio Sacconi, e del parlamentare del Partito Democratico ed ex ministro del governo Prodi, Paolo Gentiloni. Prendendo in esame 15 settori dell’economia italiana, dal mercato elettrico fino alla pubblica amministrazione, sulla base di un  complesso metodo di calcolo i ricercatori dell’Istituto Bruno Leoni vanno a determinare il grado di apertura del sistema economico della vicina Repubblica, che nel 2009, anno cui ovviamente si riferisce l’edizione 2010, è risultato pari al 49 per cento. Dal momento che nel 2007 era stato pari al 48 per cento si può concludere che in Italia la libertà economica risulta da alcuni anni in una situazione di sostanziale stallo, il che è tanto più sorprendente se si considera che frattanto è al potere un governo di conclamata ispirazione liberale. L’indice, il cui “universo” sono i paesi membri dell’Unione Europea, presuppone calcoli ovviamente complessi riguardo ai quali si rimanda in primo luogo al volume stesso, edito da IBL Libri ( www.ibl-libri.it / info@ibl-libri.it ). Ci limitiamo qui a indicarne una caratteristica significativa ossia l’elemento di paragone (benchmark) cui ci si riferisce: si tratta per ogni settore del Paese più liberalizzato dell’Unione. Ad esempio, nel campo del trasporto aereo il Paese più liberalizzato è l’Irlanda. Fatto quindi uguale a 100 il mercato irlandese del trasporto aereo quello di tutti gli altri membri dell’UE si dispone nell’ordine come frazione di quel 100. L’indice complessivo è il risultato delle rispettive sommatorie. Ci sono anche dei settori in cui l’Italia è molto al di sopra del suo risultato complessivo: per esempio nel mercato elettrico, dove  il punto di riferimento è la Gran Bretagna, l’ Italia è al 71%, in forte crescita rispetto al 63% del 2007. In quello delle telecomunicazioni è però al 41%, in quello dei servizi postali è al 43%. Esaminando la serie  cronologica dei dati ciò che più preoccupa è però che, anche laddove la liberalizzazione era stata avviata in modo rilevante poi ha rallentato, in certi casi si è fermata e qualche volta ha fatto anche dei passi indietro. E talvolta ciò è avvenuto a causa dell’introduzione di norme che, essendo a parole volute per facilitare il processo di liberalizzazione del mercato, sono state all’origine di un’ondata di regole formali che di fatto l’hanno reso meno libero di quanto prima fosse.

Negli ultimi quindici anni l’Italia ha fatto registrare tassi di crescita mediamente inferiori di un punto alla media dell’Unione Europea. “Evidentemente”, scrive Carlo Stagnaro nell’introduzione al volume, “coesistono qui un problema strutturale e uno congiunturale: entrambi devono trovare risposta in misure pro-crescita. Le liberalizzazioni (…) possono da un lato accelerare la ripresa, e dall’altro determinare un allargamento della base imponibile che faccia salire, a sistema fiscale invariato, il gettito delle imposte”.  Una crisi può essere paradossalmente una buona occasione per fare delle riforme, ma ciò non avviene affatto automaticamente. Si tratta di scegliere se giocare la carta della protezione dei già protetti, che in quanto tali sono anche quelli che meglio riescono a farsi sentire, oppure avventurarsi in riforme effettive, quindi orientate a tutelare interessi più vasti e duraturi, che in quanto tali sono però meno capaci di rappresentarsi. Un governo forte di grandi consensi, come è stato l’attuale governo Berlusconi,  deve mettere mano alle riforme quando è appena entrato in carica, in modo che i più vasti interessi che le riforme tutelano abbiano il tempo di rendersi conto che si sta lavorando per loro e mentre la spinta che viene dal recente consenso costringe in difensiva i titolari dei vecchi privilegi (che non necessariamente sono di élite, ma possono anche di massa, come sono ad esempio in Italia quelli degli operai e dei pensionati delle grandi industrie). Se si perde tale occasione tutto diventa più difficile. E Berlusconi questa occasione l’ha già persa.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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