Taccuino Italiano, 7 luglio 2010

Il canale ufficiale di rapporto tra il  governo di Roma e rispettivamente le Regioni, le Province e i Comuni sono in Italia le cosiddette  Conferenze Stato-Regioni, Stato-Province e Stato-Comuni che in casi particolari vengono convocate insieme venendo perciò a costituire la cosiddetta Conferenza unificata. Ebbene essendo stata oggi convocata a Roma la Conferenza unificata, i presidenti delle Conferenze componenti, Errani, Chiamparino e Castiglione, hanno ieri dichiarato che non ci andranno se prima non verranno ricevuti personalmente da Berlusconi “poco prima e anche in altra sede”.  Ciò significa che lo scontro fra Stato e autonomie locali riguardo ai prospettati tagli della spesa pubblica sta innescando uno scontro istituzionale senza molti precedenti. In sostanza la questione è questa: il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti,  ha presentato un proposta di “tagli” in cui il taglio alle autonomie locali è circa il quadruplo di quello previsto per lo Stato. Le Regioni, che in molti ambiti operano per delega dello Stato, hanno allora risposto che in tal caso restituiranno allo Stato in proporzione le deleghe ricevute.  E a parte questo in sostanza hanno fatto sapere che vogliono appunto parlare direttamente con Berlusconi e non più con Tremonti.

Per meglio capire il quadro in cui si situa la vicenda occorre tener conto innanzitutto di un fatto: in Italia, alla faccia del “federalismo fiscale” di cui da un po’ si parla, il sistema fiscale continua a essere del tutto centralizzato. Attraverso la sua Agenzia delle Entrate il governo di Roma raccoglie la quasi totalità delle imposte, e in sostanza lo gestisce tramite sue leggi e suoi regolamenti.  Dopo di che ne ridistribuisce una parte a Regioni, Province e Comuni. Dal momento che anche una recente cosiddetta riforma non ha affatto intaccato tale monopolio, il “federalismo fiscale” di cui si parla altro non è che un possibile ritocco di tale ridistribuzione in modo più favorevole agli enti di governo regionale e locale. Quindi è qualcosa che di federale non ha niente. Tutto il potere fiscale resta in ogni caso in mano allo Stato, tanto e vero che il suo ministro dell’Economia  può fissare i “tagli” alla spesa di Regioni, Province e Comuni. E lo può fare in modo molto semplice: riducendo i cosiddetti “trasferimenti”, ovvero i fondi loro erogati da Roma con vincolo di destinazione. Persino nel caso della sanità, ossia l’unica materia quasi del tutto in capo alle Regioni, queste la gestiscono in base a quanto ciascuna di esse riceve da un apposito “Fondo nazionale”. Di qui una ricorrente battaglia per l’entità dei “trasferimenti” e per i criteri in base ai quali avviene la loro ripartizione.

A causa di ciò non esiste in Italia quel fondamentale meccanismo di controllo e di razionalizzazione della spesa pubblica che in Paesi federali come la Svizzera è la responsabilità fiscale tra i vari territori e  la concorrenza fiscale tra di essi. In Italia a parità di reddito accertato le imposte sono uguali per tutti: per il cittadino di un Comune ben  governato e con i conti a posto e il cittadino di un Comune in dissesto; per il cittadino  della Lombardia, dove i conti della Sanità sono in  pareggio e per il cittadino del Lazio, dove la Sanità è in dissesto. Non potendo dunque sperare in riduzioni mirate delle imposte la gente chiede ai suoi politici e ai suoi amministratori locali di farsi dare dallo Stato tutto il possibile: un meccanismo la cui sommatoria è una costante pressione malgrado tutto all’aumento della spesa pubblica e comunque non alla sua diminuzione. Per lo stesso motivo gli enti di governo locale non hanno alcuna competenza ma nemmeno alcun obiettivo interesse alla lotta all’evasione fiscale. Anzi paradossalmente si può dire che l’evasore non fa solo l’interesse suo ma anche quello del suo Comune poiché lascia più risorse sul mercato dell’economia privata senza peraltro intaccare le entrate di cui il municipio potrà disporre! In un tale contesto la spartizione del gettito fiscale si fa in sostanza sulla base di rapporti di forza, e quindi si risolve sempre a favore del governo nazionale o più precisamente della burocrazia ministeriale romana di cui qualsiasi governo nazionale, di  destra o di sinistra, è sempre stato fino ad oggi ostaggio. Staremo a vedere se per caso dal “braccio di ferro” in corso adesso a Roma verrà fuori qualche sia pur piccola novità. Sarà molto difficile, ma sperare, come si usa dire, non costa nulla.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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