Taccuino Italiano, 11 agosto 2010

 

Il caso dell’appartamento ricevuto in eredità da AN, il vecchio partito di Gianfranco Fini, e ora dato in locazione al fratello della sua “compagna” richiama in fondo alla mente l’evangelica festuca nell’occhio altrui. Non è in fin dei conti con questi mezzi che si fa veramente politica. E montando la vicenda  il quotidiano milanese Il Giornale ha confermato di essere quello che ormai da tempo è divenuto, ossia  uno strumento di conforto e sollazzo per il proverbiale “zoccolo duro” dell’elettorato di Berlusconi: qualcosa che perciò stesso non serve ad allargare nemmeno di un millimetro la cerchia del consenso o anche solo della stima per il progetto politico del Partito della Libertà, PdL. Il nocciolo della questione della vita pubblica italiana non è l’appartamento al mare del “cognato” di Fini bensì la sostanza dello sgretolamento in atto nel PdL: un processo del quale l’ex  leader di An non è certo l’unico promotore ma senza dubbio il principale catalizzatore. Potendo in teoria disporre di una larghissima maggioranza in entrambi i rami del Parlamento, nei fatti Berlusconi non riesce a governare; e tanto meno a legiferare. Paradossalmente il suo primo problema è proprio questa sua maggioranza troppo ampia dove stanno fianco a fianco, ma senza smettere un attimo di darsi potenti gomitate, rappresentanti di forze sociali e di gruppi di interesse ben poco compatibili tra loro: ceti produttivi del nord e burocrazia parassitaria romana; piccoli e medi imprenditori del Nordest, alle prese con la dura legge della globalizzazione, e clientele meridionali; artigiani soffocati dalla pressione fiscale e dipendenti di grandi industrie decotte i cui ammortizzatori sociali sine die non sarebbero possibili se la pressione fiscale diminuisse realmente; giovani che hanno bisogno di una vera formazione e masse di insegnanti statali dequalificati che finirebbero sul lastrico se le varie scuole statali e non statali potessero  davvero entrare in concorrenza virtuosa fra di loro.

Berlusconi sa piacere alla gente, e  non perché sia, come pretendono i suoi oppositori, un moderno pifferaio di Hamelin. Piace alla gente comune per gli stessi motivi per cui l’intellighenzija di sinistra non lo sopporta: perché parla e straparla, ma ogni volta dice quello che sta pensando; perché quando dice una cosa cerca davvero di farla; perché ricco come è non si può pensare che si sia messo in politica per arricchirsi, ma anzi ci ha perso mancando l’occasione di diventare un altro Murdoch, trasformando la sua Mediaset in qualcosa di analogo a Sky, ossia una multinazionale dei media che opera alla scala planetaria. Berlusconi perciò vince alle elezioni. Poi però,  condizionato dal suo desiderio di piacere sempre a tutti, o almeno a quanti più possibile, non riesce a legiferare e nemmeno a governare. Il suo forte sono gli atti di straordinaria amministrazione, come lo sgombero delle immondizie a Napoli o l’emergenza del terremoto all’Aquila. Piuttosto che impegnarsi nella riforma della pubblica amministrazione preferisce poi scorciatoie pericolose, come l’abnorne e anomalo impiego del nucleo centrale (che è statale e non di milizia) della Protezione Civile. L’ultima della serie è il suo intervento  nel controllo e nella gestione dell’area archeologica di Pompei, giustamente censurato dalla Corte dei Conti.

Berlusconi non manca nemmeno di colpi di genio, come lo spostamento del G8 dall’isola della Maddalena all’Aquila in macerie, che è stato un indubbio successo. Tutto bene, ma non dovrebbe esserci bisogno per cose del genere dell’impegno diretto prevalente di un capo di governo. Se al suo attivo ci sono cose come queste, al passivo c’è la mancanza di un impegno meditato e sistematico a fare quell’ insieme organico di riforme di struttura di cui l’Italia ha urgente necessità, nonché il rapido arenarsi delle poche riforme di settore che ha tentato di avviare.

Di fronte all’esplodere di queste contraddizioni il PdL si sta, dicevamo, sgretolando, o almeno sta perdendo pezzi, e non pezzi da poco. Tanto più dopo le sue dichiarazioni di ieri sera Berlusconi sembra oscillare tra il ricorso a votazioni anticipate nell’imminente autunno e un tentativo di ricuperare la dissidenza del gruppo di Fini in tutta la misura del possibile. A nostro avviso motivare gli elettori a tornare al voto non sarà certo facile, ma peggio ancora sarebbe andare avanti così fino alla scadenza naturale della legislatura. Forse è meglio correre l’alea delle votazioni anticipate, purché Berlusconi si decida finalmente ad impegnarsi a fare le riforme che promette in campagna elettorale e poi non fa quando è al governo; e si attrezzi per farle. D’altro canto di alternative a lui al momento in Italia non ce ne sono, come tutti vedono, né nell’attuale maggioranza che nell’attuale opposizione. Molti ne sono felici e molti altri pensano che occorra fare di necessità virtù, ma alla fine il risultato non cambia.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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