Taccuino italiano, 31 agosto 2010

La relazione che Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat,  ha tenuto lo scorso 26 agosto al Meeting di Rimini è un documento storico che merita di venire considerato, e direi anche studiato attentamente (si tratta peraltro di un materiale accessibile a chiunque in forma audiovisiva tramite il sito www.meetingrimini.org). L’episodio è già rilevante come fatto di cronaca. Marchionne, che di regola sta ben lontano dalla ribalta mediatica e del quale quasi mai si era sentita la voce, a Rimini ha parlato per un’ora dicendo ampiamente di sé e del proprio progetto riguardo alla grande azienda che amministra. Ne è emerso il ritratto di un personaggio radicalmente nuovo non solo per il panorama della grande industria italiana ma anche per molti versi di quella europea in genere: un “marziano”, forse provvidenziale, da un punto di vista non solo professionale ma prima ancora da un punto di vista antropologico. In primo luogo va osservato che sul piano umano egli è un frutto tipico dell’era della globalizzazione. Italo-canadese,  risiede con la famiglia nella Svizzera romanda; e in Svizzera, dove è trascorsa una parte molto importante della sua carriera, continua a ricoprire incarichi di primo piano come quello di vice-presidente del consiglio d’amministrazione dell’UBS e di presidente del consiglio d’amministrazione della Societé Générale de Surveillance di Ginevra. E’ un trilingue perfetto che tanto in Italia viene percepito come un italiano quanto in America come un nordamericano anglofono mentre, da canadese che ha fatto studi universitari in quella parte dell’Ontario che confina con il Québec, parla francese come un’altra prima lingua. Questo però – è il caso di sottolinearlo subito – non implica tuttavia che la sua cultura di fondo abbia un orizzonte altrettanto variegato. In quanto manager è tipicamente americano, distante i proverbiali anni-luce dalla tradizione manageriale europea con i suoi caratteristici intrecci tra economia e politica, e tra vita professionale e vita mondana. Non mira ad ottenere consensi se non a partire dalla forza dei risultati conseguiti; e su tale base non sembra poi disposto a fare grandi sconti.

Figlio di Concezio Marchionne, un maresciallo dei Carabinieri abruzzese che aveva prestato servizio e trovato moglie in Istria (la penisola situata fra Trieste e Fiume che l’Italia dovette cedere alla Jugoslavia comunista di Tito al termine della Seconda guerra mondiale), Marchionne nasce in una famiglia duramente segnata dalla tragedia della cacciata degli istriani di lingua italiana dalla terra natìa. Nel settembre 1943 suo nonno materno era stato sequestrato da partigiani titini e gettato in una “foiba”. Un suo zio materno, messosi alla ricerca del padre del quale non si aveva più notizia, si era imbattuto in un rastrellamento tedesco e, preso per un partigiano, era stato passato per le armi. A questo punto Concezio con la futura moglie si era rifugiato presso i suoi parenti in Abruzzo, dove si era sposato e dove in seguito, nel 1952, sarebbe nato Sergio. Quattordici anni più tardi, concluso il proprio servizio nei Carabinieri, Concezio emigrerà con la sua famiglia in Canada, a Toronto, dove già viveva, esule dall’Istria, una sorella di sua moglie. In Canada il giovane Sergio fa studi di diritto e poi comincia a lavorare come commercialista e esperto tributario in un ufficio locale della società Deloitte Touche, una vera e propria multinazionale dell’avvocatura d’impresa. All’inizio degli anni ’90 viene in Svizzera dove sempre più si afferma come grande manager e dove Umberto Agnelli lo “scopre” e nel 2003 lo porta nel consiglio di amministrazione della Fiat. L’anno seguente, alla morte di Umberto, Marchionne  diviene amministratore delegato del grande gruppo automobilistico torinese, allora prossimo a fallire, e ne avvia il risanamento: un processo sin qui non compiuto ma senza dubbio ben avviato.

In Italia, per una scelta di politica economica che risale a Cavour, e quindi circa a centocinquant’anni or sono,  la grande industria metalmeccanica e i grandi sistemi di trasporto, e conseguentemente i loro dipendenti, hanno sempre vissuto all’ombra della protezione e dei finanziamenti dello Stato: un condizionamento ma anche un privilegio che, in modo solo apparentemente antagonistico, i sindacati storici (anche in questo guidati dalla CGIL) hanno poi ben volentieri condiviso. Ciò valeva innanzitutto per la Fiat, la cui primogenitura ha un’origine tanto forte e solenne quanto oggi inconfessabile: un decreto con cui Mussolini l’aveva dichiarata azienda “di particolare interesse nazionale”. Il formarsi effettivo del mercato comune europeo e soprattutto la globalizzazione hanno però reso sempre più costoso tale modello, che ciononostante sin qui non si era riusciti a superare (si pensi al caso recente e clamoroso della crisi dell’Alitalia, che è costata e sta ancora costando centinaia di milioni di euro al contribuente italiano). Come bene si è visto a Rimini, per Marchionne tutto questo appartiene invece al passato. Dal governo di Roma egli non si aspetta niente. Il suo interlocutore fondamentale sono i dipendenti degli stabilimenti italiani del Gruppo, cui chiede di essere tanto diligenti ed efficienti quanto i loro colleghi polacchi. Altrimenti, fa capire, sposterà in Polonia o altrove nell’Unione Europea, le produzioni sin qui assegnate agli stabilimenti italiani. E quando la Confindustria  (il Vorort italiano) ha preteso di intervenire nella questione Marchionne non ha esitato a minacciare di far uscire la  Fiat dall’organizzazione.

Non è escluso che l’uomo rischi di strafare, ma non è certo muovendosi come si poteva fare venti o trent’ anni fa che i sindacati italiani dei metalmeccanici potranno reggere il confronto

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Taccuino italiano, 31 agosto 2010

  1. Cesare Chiericati ha detto:

    La biografia spiega bene il personaggio. Rispetto ai colleghi italiani doc e non solo si colloca fuori dal coro pure dal profilo estetico sfoggiando look anticonformisti – i maglioni blu o grigio scuri – anche nelle occasioni dove sarebbe invece”obbligatorio” indossare abiti di ordinanza con relative cravatte. Direi che lo stile Marchionne è rilevante anche sul piano del costume e ciò non guasta affatto.

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