Taccuino Italiano, 17 settembre 2010

Almeno a quel che risulta oggi, in Italia l’eventualità di una crisi di governo e del conseguente scioglimento anticipato delle Camere sembra essere venuta meno. Come si ricorderà tale prospettiva si era aperta a seguito della presa di distanze da Berlusconi  dell’ex-presidente di AN, Gianfranco Fini, il quale ha fondato in Parlamento un gruppo di deputati e rispettivamente di senatori  che di fatto non fanno più parte del  Partito della Libertà, PdL, la forza politica di maggioranza guidata appunto da Berlusconi.  Fini ha frattanto ribadito che comunque il suo gruppo continuerà a sostenere l’attuale governo, il  che equivale a dire che ne sarà la serpe in seno. Dopo aver prospettato per alcuni giorni quello che in Italia si chiama il “ritorno alle urne”, Berlusconi ha cambiato idea ottenendo in questo anche il consenso di Bossi, il quale era ben lieto di una prospettiva del  genere dal momento che di certo la Lega Nord ne sarebbe uscita molto rafforzata.  Evidentemente i due hanno valutato che gli elettori non avrebbero apprezzato il crollo di una così forte maggioranza per dissidi che all’uomo della strada sembrano personali e non politici, e che quindi delle nuove votazioni avrebbero potuto avere nel loro insieme degli effetti nient’affatto positivi. Ciò non toglie che la coalizione di governo esca azzoppata da questa crisi: se dunque sin qui non era riuscita a fare alcuna riforma di rilievo tanto meno ci riuscirà da adesso in poi.

In realtà (ed è questo purtroppo che il proverbiale uomo della strada non è aiutato a capire) , la battaglia di Fini contro Berlusconi non è personale bensì tipicamente politica. Come Casini nell’opposizione così Fini nella maggioranza sono espressioni del blocco sociale che impedisce l’ammodernamento dell’economi a italiana: un blocco costituito da quel coacervo di burocrazie parassitarie statali e para-statali romane, di clientele meridionali nonché di  settori economici non più competitivi (anche settentrionali)  che sopravvivono solo grazie alla protezione dello Stato. In questo senso va detto che Fini e i suoi, e rispettivamente Casini e i suoi, sono soltanto la punta dell’iceberg di una realtà che in ciascuna delle due aree va ben al di là di loro.  Sotto la superficie della vita pubblica italiana con le sue varie forze politiche e coalizioni sta la sostanza di questa decisiva contrapposizione sin qui irrisolta. In teoria, per la sua conclamata ispirazione liberale e cristiana, il PdL di Berlusconi avrebbe le carte in regola per procedere verso le liberalizzazioni che s’impongono senza venir meno nel contempo al valore della solidarietà sociale. Nella pratica invece non può essere così dal momento che nella sua maggioranza le componenti  contrarie a un tale sviluppo sono, dicevamo, ampiamente rappresentate. Per chi voglia rendersi conto di quali perversi esiti abbia tale “coabitazione” si consiglia una lettura della legge-quadro sul cosiddetto federalismo fiscale, accessibile sui siti Internet del governo italiano. La legge è vigente ma di fatto inefficace fino a quando non verranno varati i suoi decreti attuativi, che a tutt’oggi sono di là da venire, e non caso: attuare infatti un groviglio di norme tanto contraddittorie è  un’impresa sovrumana. Ciononostante per far passare questo presunto “federalismo fiscale”  il governo ha dovuto varare contestualmente una legge in forza della quale il comune di Roma riceve ogni anno dallo Stato 500 milioni di euro a copertura delle spese in più che avrebbe in quanto la città è la capitale d’Italia ( il che sarebbe come indennizzare Torino perché ha la Fiat o Milano perché ha la Borsa…). Ebbene , il federalismo fiscale è ancora sulla carta, ma la legge per Roma capitale è già vigente, ovvero il comune della grande città laziale sta già incassando i 500 milioni all’anno.

D’altro canto  l’attuale opposizione non costituisce affatto un’alternativa non solo perché è divisa ma anche perché il suo minimo comune denominatore politico è lo statalismo (sia pure rispettivamente di destra, di centro e di sinistra): ossia proprio ciò che porterebbe definitivamente l’Italia nel fosso.

E’ significativo che le due questioni più urgenti per l’Italia di oggi, ossia una riforma generale dell’amministrazione dello Stato e un piano di riduzione della spesa pubblica (e quindi della pressione fiscale), non si ritrovino né nel programma del governo né in quelli dei partiti di opposizione. In tale contesto la Lega Nord fa la pars destruens, e la farà sempre di più, ma non è in grado di fare da sola la pars construens non essendo per natura sua in grado di raccogliere consensi in alcun settore davvero influente dell’establishment italiano.  Così stanno per ora le cose, né per il momento si vedono possibili novità positive all’orizzonte. La vera speranza della vicina Repubblica sta ancora una volta non nella politica, bensì nella capacità della sua società civile di porre in qualche modo rimedio alla situazione: ma per quanto tempo ancora?

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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