Taccuino Italiano, 29 settembre 2010

 

Lungamente preparata e preannunciata, la fiducia che ieri il governo Berlusconi ha ottenuto a Roma dalla Camera dei Deputati non è bastata tuttavia a riportare il sereno nel cielo della vita pubblica italiana. In gioco non era infatti il “se” bensì il “come” di tale fiducia. Nelle ultime settimane  Berlusconi aveva lavorato per portare dalla sua un gruppo di deputati eletti in liste minori dell’opposizione numeroso quanto basta per non rendere determinante il voto favorevole dei “frondisti” raccolti attorno all’attuale presidente della Camera Gianfranco Fini, i cosiddetti finiani. Purtroppo per lui non c’è riuscito:  i loro voti sono stati determinanti, e quindi Berlusconi esce da questa vittoria più debole di prima.  Chi guardi le  cose dall’esterno può trovare curioso che il “sì” dei finiani pesi sulle spalle del premier ancor più del “no” dell’opposizione. Il motivo è paradossale ma fondato: i finiani, che Berlusconi non ha avuto la forza di espellere dal Partito della Libertà ti (PdL), vi rimangono solo per eroderlo dall’interno. Sperano così di creare le condizioni che possano al più presto consentire al loro leader di prendere il posto dell’attuale premier al vertice sia del governo che del partito di maggioranza. Come ricordavamo in una precedente puntata di “Taccuino Italiano”,  lo scontro non è peraltro personale ma politico. Fini è il principale punto di riferimento del blocco di forze che si oppongono (ahimè finora con successo) a quelle autentiche riforme di struttura di cui l’Italia ha sempre più urgente bisogno. Sotto la pressione di questa opposizione interna Berlusconi ha in realtà rinunciato al più ampio programma con cui aveva vinto le votazioni. Ne ha delineato uno più ridotto chiamato dei “Cinque punti” e impegnandosi su quello ieri ha chiesto e ottenuto la fiducia. Il problema è che  su questi Cinque punti (obiettivi molto generali come “Federalismo”, “Giustizia”, “Mezzogiorno” ecc.) tra lui e Fini non c’è alcun consenso nel dettaglio. Si tratta per così dire di canestri vuoti nei quali poi ciascuno dei due getta cose molto diverse. Quando ad esempio Fini dice di essere anche lui per il federalismo, ma per un federalismo “che non mortifichi il Sud” dice in pratica di non volere alcuna effettiva riforma in senso federale della Repubblica Italiana. E si potrebbero fare analoghe osservazioni sulla versione finiana di ciascuno dei famosi Cinque punti.

Stando così le cose, il governo Berlusconi più che dalla forza propria è sorretto dalla profonda crisi del Partito Democratico, perno (si fa per dire) dell’opposizione, al momento del tutto incapace di esprimere sia un programma che un candidato credibili. A questo punto la vera incognita viene piuttosto dalla Lega Nord di Umberto Bossi, il maggiore alleato di Berlusconi. Tanto più sapendo che i sondaggi demoscopici danno la Lega in forte crescita di consensi, Bossi aveva proposto lo scioglimento delle Camere e nuove votazioni già al momento della rottura tra Fini e Berlusconi. Ieri, dopo la fiducia con l’apporto determinante dei voti…avvelenati dei finiani, è ritornato a tale sua proposta. La disistima per la politica, che sta dilagando in Italia a seguito di tutte queste vicissitudini, induce a temere che nuove votazioni darebbero risultati aberranti. Ciò fermo restando, si può andare avanti con un governo che non riesce a governare e con un dibattito politico ridotto a pettegolezzo di bassa lega? Ben presto a questa domanda si dovrà pur dare una risposta.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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