Le grandi riforme: un miracolo possibile, ma soltanto se Berlusconi rinuncia al suo desiderio di piacere sempre a tutti

Prisma n.3/nuova serie, 1 ottobre 2010

Non è ormai più il caso di soffermarsi qui sui limiti della fiducia che il governo Berlusconi ha appena ottenuto dalle Camere. Per parte mia ne ho già scritto su “Taccuino Italiano”, una rubrica che appare ogni quindici giorni sul quotidiano ticinese Giornale del Popolo e che pubblico anche in questo sito.  Diciamo a questo punto in positivo che  il governo comunque resta in carica e che per bocca del suo leader si è impegnato a metter mano a una stagione di riforme. Per il bene del Paese dobbiamo sperare che ci riesca davvero. Stando le cose come stanno se ci riesce è un miracolo, ma sappiamo che i miracoli possono succedere.

Berlusconi è pienamente legittimato nel suo ruolo di capo di governo dal grande consenso popolare di cui gode e che riesce a mantenere malgrado non sia sin qui riuscito a fare le grandi riforme che  promette. E questo non perché il popolo sia drogato dalle sue Tv (e in ogni caso come ciò potrebbe succedere visto che sono quasi tutte schierate contro di lui?) ma perché  ritiene che se non ci sta riuscendo Silvio tanto meno ci riuscirebbero altri. Nondimeno Berlusconi non può continuare a tempo indeterminato a vincere le elezioni e poi a saltellare sul posto fino alle elezioni successive. E questo non solo perché il popolo potrebbe infine perdere la pazienza ma anche perché nemmeno lui è eterno. Forte della sua grande legittimazione democratica, egli può invece ragionevolmente puntare a quel miracolo di cui si diceva, ma a nostro avviso ad alcune condizioni sine quae non che proveremo qui a descrivere. La prima è intrinseca: l’uomo deve mortificare il proprio desiderio di piacere sempre a tutti o quasi.  Ovunque e in ogni tempo le grandi riforme, le grandi svolte si sono fatte con maggioranze risicate e con grande sacrificio personale. E questo per un semplice ma solido motivo: al delinearsi di una vera e profonda riforma gli interessi di parte che vengono  colpiti reagiscono subito mentre gli interessi popolari che si vogliono finalmente favorire restano fermi a guardare come andrà a finire. E ciò tanto più accade quanto più i primi sono dominanti e i secondi sono dominati. Le altre condizioni invece sono estrinseche, e attengono alla scelta degli obiettivi, che devono essere realmente di fondo e cui si deve puntare in modo realmente radicale. Dei “Cinque punti” con cui Berlusconi si è presentato alle Camere e ha ottenuto la fiducia nei giorni scorsi uno soltanto, la riforma fiscale, è realmente di fondo, è realmente di struttura. La legge a mezzo della quale dovrebbe mettersi in moto, la cosiddetta legge del cosiddetto “federalismo fiscale” (qualcosa che non il federalismo autentico non ha nulla o quasi a che fare) è però un esempio tipico degli esiti nefasti di quel desiderio di piacere a tutti più sopra ricordato. La legge è ferma in attesa di decreti attuativi che, nella misura in cu la applicheranno fedelmente, provocheranno conflitti di competenze che la renderanno comunque inutile, anzi dannosa.   Nemmeno poi si parla dell’altra grande riforma di struttura che urge nel nostro Paese: la riforma generale dell’amministrazione dello Stato, senza la quale tutte le altre diventano impraticabili. E’ poi pur vero che non si muoverà comunque foglia fino a quando non si affronterà esplicitamente il problema (che è socio-economico prima che politico) del riorientamento verso forme produttive dell’economia della città di Roma, oggi sede principale del coacervo di burocrazie parassitarie e di clientele che bloccano lo sviluppo del Paese. Siccome ovviamente la soluzione non può consistere nel buttarle tutte  nel Tevere si devono pur trovare delle vie d’uscita per queste persone  e  delle alternative occupazionali per i loro figli. Altrimenti questa gente si mobilita in permanenza contro qualsiasi riforma, profondendo per difendere i propri opachi interessi tutta la fantasia e la capacità di innovare che risparmia sul posto di lavoro. Una mobilitazione il cui più recente frutto è la ridicola vicenda di “Roma capitale” che è segno di debolezza ( quale autentica e riconosciuta capitale ha mai avuto bisogno di una simile proclamazione?) ma anche della volontà di difendere con le unghie e coi denti l’insostenibile status quo che vede la grande città laziale vivere alle spalle del resto del Paese dando in cambio inefficienza e spreco di denaro pubblico. Resta infine un’altra questione-chiave, quella della qualità del governo. Il Parlamento è per natura sua una rappresentanza di interessi immediati. E’ perciò escluso che un governo composto quasi soltanto da parlamentari in carica possa affrontare con qualche speranza di successo una stagione di riforme. Compito di un Parlamento in un frangente del genere è quello di gestire e comporre il conflitto tra gli interessi in gioco nella riforme dialettizzando con il governo, e non invece esprimere ministri e sottosegretari.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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