Dallo “scatto” del federalismo fiscale al “coraggio” di Cattelan: la sincerità alla prova del potere

 

Prisma n.4/nuova serie, 9  ottobre 2010 

Metto  a tema questa volta due fatti di cronaca a prima vista molto lontani tra loro, ma che invece hanno qualcosa di profondo in comune: si tratta  da un lato del patrocinio e del supporto alle iniziative dello scultore nichilista Maurizio Cattelan da parte del Comune di Milano, e dall’altro della conferenza stampa con cui giovedì scorso il governo ha annunciato l’avvio del cosiddetto “federalismo fiscale”.

Cattelan — dirò per ricordare chi sia a coloro che non se lo rammentassero – è lo scultore di cui il Comune di Milano patrocinò e pagò  nel 2004 la provocatoria e nefanda installazione di tre figure di bambini impiccati su una secolare quercia sita nella storica piazza XXVI Maggio.  Contemplando le statue dei tre piccoli impiccati appese ai rami del grande albero il sindaco del tempo, Gabriele Albertini, disse allora “sorridendo” che si trattava di  “un bell’esempio di cultura anticonformista che farà molto discutere” (cfr. http://www.repubblica.it, 6 maggio 2004). Se non erro, poco dopo qualcuno – con gesto  altrettanto provocatorio ma altamente civile – salì sull’albero e tagliò le corde cui erano appese le tre statue  facendole precipitare al suolo. Mentre però la nefanda provocazione di Cattelan era stata salutata con grandi plausi dall’intellighenzija, chi aveva tagliato quelle corde venne denunciato per danneggiamenti, portato in tribunale e condannato.  Passa qualche anno ed ecco che nel corrente 2010 il Comune di Milano decide di rinnovare il proprio omaggio a Cattelan e alla sua lezione di vita dedicandogli una mostra a Palazzo Reale, la sede espositiva più prestigiosa della città. Aperta fino al prossimo 24 ottobre,  la mostra è accompagnata dall’installazione di una sua grande scultura nella piazza antistante il palazzo della Borsa. Alla mostra a Palazzo Reale, il cui tema è “Contro le ideologie”, sono esposti pezzi come una statua che raffigura Giovanni Paolo II abbattuto da un piccolo meteorite, una donna crocifissa messa di spalle e così via. La scultura installata nella piazza della Borsa, “Il dito medio”, alta 11 metri, raffigura invece una mano appunto con il dito medio teso verso l’alto in segno di beffardo spregio: qualcosa che richiama alla mente la colonna infame di manzoniana memoria. L’attuale sindaco, Letizia Moratti, ha lodato la scultura definendola  “un’opera coraggiosa”. L’assessore milanese alla Cultura, Massimiliano Finazzer Flory, vorrebbe che il “Dito medio” restasse per sempre nella città trovando infine collocazione definitiva in un futuro museo dell’arte contemporanea. Da Nuova York, dove vive, Cattelan ha fatto benevolmente sapere di essere pronto a donarlo, ma a patto che resti dove è ora, ossia nella piazza dinnanzi al palazzo della Borsa a perenne ignominia del mondo della finanza (di cui fanno parte a pieno titolo, tra gli altri, marito, figli, cognati, cugini, amici e antichi compagni di scuola del Sindaco). Allontanando così da sé con gesto elegante l’ombra di qualsiasi conflitto d’interesse, a questo punto Letizia Moratti ha incaricato Finazzer Flory di “rinsaldare e stringere” il  “patto con Milano” di Cattelan.

Veniamo adesso alla conferenza stampa di giovedì scorso a Roma, ove un mesto Tremonti e un impettito Calderoli hanno annunciato lo…scatto di partenza del cosiddetto “federalismo fiscale”  avendo a fianco un Fitto e un Fazio (il ministro della Sanità, non la spalla della Littizzetto) quanto mai muti e compunti. La tristezza dei volti contrastava con l’entusiasmo d’ufficio delle parole, e non a caso. Il presunto federalismo fiscale “scatta” nel 2015, ovvero tra cinque anni; quindi più che di “scatto” sarebbe meglio parlare di “lunga marcia”. E non ha proprio nulla di federale: si tratta infatti soltanto di un meccanismo di diversa ripartizione del gettito di imposte che continuano ad essere comunque stabilite, raccolte e ridistribuite dallo Stato. La libertà di imposizione delle Regioni resta racchiusa entro una percentuale compresa tra l’1,4 e il 3 per cento del gettito dell’Irpef, e per soprammercato con vari ulteriori limiti. Sentire il ministro leghista Calderoli affermare che con ciò “il 90% del federalismo è realizzato” stringeva il cuore. Amici comuni mi  dicono che l’uomo sia più intelligente di quanto molti pensino, e non ho motivo di non crederlo. Questo però rendeva la scena ancora più sconsolata.  E’ impossibile pertanto che Calderoli non si rendesse conto  che quanto veniva annunciato non era nemmeno l’inizio del federalismo bensì soltanto l’avvio di un processo di ciò che in Francia, madre del centralismo e dello statalismo, si chiama più pudicamente “deconcentrazione”: ovvero un processo di decentramento  sul territorio di scelte esecutive, tattiche lasciando al centro tutte le decisioni a livello strategico.  E infatti la sua faccia smentiva le sue parole.

Che cosa — diciamo a questo punto concludendo — i due episodi qui ricordati hanno in comune malgrado ogni differenza? Quello di essere ugualmente testimonianza di quanto il potere sia incline al sacrificio della sincerità.  Sarebbe stato bello se avessero rispettivamente avuto il coraggio di dire: anche se sono sindaco devo fare buon viso a un nichilismo aggressivo che non riesco a frenare; anche se sono il ministro che più di tutti  dovrebbe adoperarsi per la transizione della Repubblica Italiana verso il federalismo al momento non posso fare altro che aiutare la montagna  a partorire topolini. Invece, piuttosto che imboccare la strada della sincerità sollecitando quindi il dibattito e l’appoggio della loro base elettorale — cioè dei tanti che come me votano per la coalizione cui in vario modo essi appartengono — preferiscono perdere da soli chiusi nel Palazzo. Peccato.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Dallo “scatto” del federalismo fiscale al “coraggio” di Cattelan: la sincerità alla prova del potere

  1. Giorgio Cavalli ha detto:

    Grazie al dott. Ronza, che come sempre riesce a fare sintesi e chiarezza dove spesso regnano solo confusione e sofismi. Il caso di Maurizio Cattelan e dei suoi bambini impiccati mi pare sia davvero l’emblema di una società e di una cultura che viaggia sul Titanic molto prima di quando vi si è imbarcata la nostra politica. Allora scrissi una lettera a diversi giornali, cattolici e laici, nella quale come genitore e come cittadino protestavo per lo scempio che veniva esibito davantio ad occhi di bambini che non avevano affatto inteso pagare per quello spettacolo iper-realista obbligato su una pubblica piazza, in nome di una sedicente libertà dell’arte. Nessuno pubblicò. Non si poteve dire che il re è nudo. Se un qualsiasi cittadino oggi esibisse il dito medio ai nostri amministratori comunali, penso si prenderebbe una denuncia. Se lo fa Cattelan all’intera città, si prende un bel premio milionario, con i soldi dei contribuenti. Ho poi saputo che quel semplice lavoratore che cade dalla quercia per togliere i bambini impiccati dallo sguardo dei nostri figli, dopo l’ospedale si prese una condanna che lo ha costretto ad impegnare anche la sua casa, per avere offeso l’artista miliardario. Spero che non sia vero, ma avrei sperato che si facesse piuttosto un monumento a questo eroe del buon senso, e a spese del comune. Nessuna organizzazione internazionale pare che si sia spesa per i diritti dell’unica persona che osò manifestare a proprio rischio l’opposizione all’ultimo grande tabù contemporaneo, il nichilismo. La cosiddetta “arte contemporanea” si è rivelata un grosso strumento per distruggere tutti i tabù, salvo l’ultimo dei tabù: l’arte contemporanea stessa. Questa, è provato, non si può neppure sfiorare. Severamente vietato. Quando una mostra a Palazzo Reale contro l’ultima delle ideologie del nostro tempo?
    Giorgio Cavalli

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