Di che pasta sono Fazio e Saviano

Prisma n.11/nuova serie, 27 novembre 2010

Il diniego opposto da Fabio Fazio e da Roberto Saviano alla richiesta di dare voce nella loro trasmissione televisiva “Vieni via con me” a testimonianze di persone malate che, pur vivendo in condizioni estreme,  non domandano affatto di venire aiutate ad uccidersi merita un’attenta analisi. L’episodio è rilevante non solo in quanto tale ma anche come sintomo significativo del carattere autoritario della cultura neo-giacobina dei due autori, nonché della tendenza alla mistificazione che la caratterizza. Riassumo i fatti per chi mi legge da Paesi dove non giungono i programmi di Raitre, una delle tre reti principali della TV di Stato italiana. Nella trasmissione più sopra ricordata, andata in onda appunto su Raitre, i due celebri conduttori avevano perorato la causa della legalizzazione dell’eutanasia ospitando e interpellando esclusivamente Peppino Englaro, noto per esser riuscito ad ottenere il blocco dell’alimentazione artificiale e quindi la susseguente morte per inedia  della figlia che viveva da anni in coma profondo, e Mina Welby, nota per aver attivamente sostenuto il cammino verso il suicidio del marito Piergiorgio, malato di Sla in stadio avanzato. La gravità dell’argomento e il modo assolutamente unilaterale con cui era stato preso in esame avevano suscitato diffuse critiche in Italia tanto più considerando che per la RAI,che è la Tv di Stato, l’imparzialità dovrebbe essere la regola. Sia un folto gruppo di parlamentari di centro-destra che 34 parlamentari di centro-sinistra, rispettivamente dunque della maggioranza e dell’opposizione, in due distinte lettere aperte avevano chiesto alla RAI che nella medesima trasmissione venisse dato spazio anche a malati gravi che pur essendo in condizioni molto difficili non desiderano affatto essere aiutati a morire, nonché a loro familiari. Tra loro ad esempio Mario Melazzini, il noto primario dell’ospedale di Pavia malato di Sla che in carrozzella continua a lavorare come medico dirigendo un reparto ove sono in cura persone in condizioni analoghe alla sua. Il Consiglio di amministrazione della RAI aveva votato a maggioranza, grazie all’assenso di consiglieri sia di centro-destra che di centro-sinistra, un ordine del giorno con cui si chiedeva di “consentire a testimonianze (di persone. Ndr) che hanno scelto percorsi diversi a favore della vita di rappresentare la propria esperienza nella stessa trasmissione”.

Che cosa di più ineccepibilmente democratico e di più consono al dovere di imparzialità del cosiddetto “servizio pubblico radiotelevisivo”? Chiunque si sarebbe immaginato che Fazio e Saviano non avrebbero potuto che accogliere tale invito. Invece l’hanno respinto. Allora diventa interessante capire con quale grimaldello concettuale, con quale mistificazione sono riusciti a giustificarlo. Il punto di partenza è questo: si sono inventati che la richiesta fosse venuta non da comuni cittadini, da diretti interessati e da membri del Parlamento sia di maggioranza che di opposizione bensì da fantomatiche “associazioni pro vita” di cui in Italia non c’è traccia. Si noti — ed è un particolare importante — che “pro vita” è una traduzione italiana di “pro life”, nome che negli Stati Uniti designa in particolare dei gruppi anti-aborto anche violenti che in alcuni casi sono giunti fino ad assassinare medici abortisti. Sulla base di questa mistificazione Fazio e Saviano hanno poi argomentato che “concedere un cosiddetto diritto di replica alle associazioni pro vita significherebbe avallare l’idea, inaccettabile, che la nostra trasmissione sia stata pro-morte mentre abbiamo raccontato due storie di vita sottolineando la pari dignità, di fronte alla prosecuzione artificiale della vita, di chi sceglie di accettarla e di chi sceglie di rifiutarla”. L’intreccio di mistificazione e di falsa coscienza che caratterizza questo ragionamento mette i brividi. C’è però qualcosa ancora che mi preme sottolineare, ed è appunto il suo carattere autoritario . E’ il caso, per meglio comprenderlo, di considerare anche alcune dichiarazioni di Mina Welby.”Non è questione di far parlare o non far parlare quelli pro life“, ha affermato.” Il problema è mal posto (…) non c’è bisogno di alcun contraddittorio (…) sia io e sia Roberto Saviano abbiamo parlato a nome della vita e a nome del lasciarla andare via”. Come dire: bastiamo già noi, noi gente progressista e illuminata, a prendere in mano i due corni del dilemma e a decidere come risolverlo. Gente come voi non vale nemmeno come controparte. Ci siamo già noi e non c’è bisogno di nessun altro. Ecco dunque riemergere ancora una volta la presunzione giacobina, che attraversa la modernità come una saetta velenosa portando sempre con sé, poco o tanto, un carico di distruzione e di morte. “Vieni via con me” ha avuto se non altro questo di positivo: ha fatto capire a tutti, anche a quelli che già non l’avevano ancora capito, che persino il sornione Fazio e lo ieratico Saviano sono di questa pasta.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Di che pasta sono Fazio e Saviano

  1. determinata ha detto:

    …. storie di ordinarie polemiche tv, dove i contenuti appaiono come gli ultimi dei problemi, gli spettatori come gli ultimi degli interessi….
    Poi Vieni via con me va in onda e gli ascolti, clamorosamente alti, prendono di sorpresa tutti. Di questi tempi 7 milioni e passa di spettatori, picchi di 9 milioni, non li fa più nessuno. È bastato che alcune persone neanche troppo televisive andassero in tv a dire parole di senso… perché il senso della televisione, generalista e pubblica, fosse ritrovato… perché si ricompattasse un pubblico ovunque disperso…
    Non aggiungo altro…

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