Non perdiamo tempo con Wikileaks. Le urgenze sono ben altre.

Prisma n.12/nuova serie, 4 dicembre 2010

Resistiamo alla tentazione di perdere tempo con vicende come “Wikileaks” (neologismo composto, dico per chi ama conoscere l’origine delle parole, dalle prime due sillabe del termine Wikipedia e dall’inglese leak, che significa “crepa”, “falla”, “perdita”). L’episodio è fastidioso, ma in sostanza irrilevante. Anche quando non si tratta  di puri e semplici pettegolezzi, che ieri si sarebbero detti da salotto e oggi si potrebbero definire da cocktail,  ciò che veniamo così a sapere o sono cose che non sta bene dire ma che tutti già sapevano, oppure  sono dei giudizi soggettivi, effimeri e non determinanti.  Non c’era bisogno di “Wikileaks” per scoprire che l’Arabia Saudita sarebbe felice se Ahmadinhejad sparisse dalla circolazione o che Berlusconi è grande amico di Putin. Gli ambasciatori degli Usa in Italia coinvolti nella vicenda,  Ronald Spogli e David Thorne, entrambi di nomina politica, due imprenditori prestati alla diplomazia, l’uno discendente di italiani emigrati in California dall’Umbria, e l’altro vissuto da ragazzo a Roma dove il padre lavorava negli uffici del Piano Marshall, sono tutti e due di casa nella grande città laziale e parlano italiano correntemente.  Avendo avuto occasione di incontrarli entrambi in varie occasioni e intuendo un po’ il loro carattere, per quel poco che conosco della Farnesina e dei circoli diplomatici romani immagino, credo in modo molto verosimile, come e dove si siano formate le loro convinzioni; e dico perciò che non è il caso di occuparsene e di preoccuparsene troppo.

Quello che invece ci deve preoccupare molto è la persistente incapacità del nostro ceto di governo a progettare e poi a far procedere quelle riforme di fondo in mancanza delle quali l’Italia continuerà ad andare avanti sulla via del declino. Non spero nel Partito Democratico e nella galassia delle altre forze di opposizione esterna (come l’UDC di Casini) o interna (come Fini e i suoi) all’attuale maggioranza. Tornare a un governo di centro-sinistra sarebbe come lasciare l’aereo per la mongolfiera: tutta l’eventuale buona volontà e buona fede dei suoi leader non basterebbe a compensare la storica inadeguatezza della loro cultura politica. Se andassero al potere farebbero disastri. Per di più il grosso dei mass media, che è dalla loro parte, si precipiterebbe a mascherarli e quindi potrebbero anche continuare a farli per lungo tempo. Ben sapendo dunque di dare voce a molti dirò che il mio disagio, la mia speranza quindi e il mio appello sono tutti rivolti verso Berlusconi e verso Bossi.

Finora il governo è riuscito ad avviare (a tutt’oggi peraltro non a concludere) tre sole cosiddette riforme: quella del  “federalismo fiscale” e quelle della scuola e dell’università. In tutti e tre i casi la montagna ha partorito, o meglio se va bene finirà di partorire, il proverbiale topolino. Ad abundantiam impegnamoci a credere che non di un topolino si tratti bensì di un leprotto; però non di più. Le resistenze dell’ordine costituito sono grandissime ed evidenti. Il limite di fondo tuttavia è il vuoto di cultura politica della maggioranza a causa del quale il governo, non appena passa dagli enunciati di principio all’elaborazione concreta delle leggi, perde immediatamente di vista la sostanza del proprio progetto e comincia a imbarcare criteri e modelli operativi tipici della cultura dirigista neo-giacobina del PD e dei suoi alleati. Di tutto ciò le riforme in fieri sopra ricordate sono ahimè degli ottimi esempi. In tutti e tre i casi si è cercato di innovare senza affatto spostare davvero competenze e correlative  responsabilità in modo chiaro, distinto e irreversibile  dallo Stato alle Regioni, ai Comuni e così via; e rispettivamente dallo Stato ai titolari del diritto di educare e di essere educati, ossia le famiglie e gli studenti, e infine dallo Stato  alle Università. Non si sono voluti cioè mettere in moto dei sistemi basati da un lato sulla responsabilità piena, quindi evidente e ineludibile, di chi amministra  e dall’altro sulla reale possibilità degli elettori/utenti di punire non riscegliendoli coloro che hanno amministrato male. Sistemi che, come meglio preciseremo in una futura occasione, implicano necessariamente le competenze esclusive e la concorrenza fiscale tra i vari enti di governo. In pieno ontrasto con la visione del mondo liberale e personalista cui si diceva di volersi ispirare, in tutti e tre i casi il motore della presunta riforma  è un complicato sistema di controlli espliciti o surrettizi dall’alto, le leve dei cui ingranaggi stanno proprio nelle mani di quelle  burocrazie parassitarie statali e para-statali che tali riforme dovrebbero mettere fuori gioco. Non si fatica a immaginare dove si andrà a finire: a scontentare chi si attende che le riforme funzionino senza per questo captare affatto la benevolenza di coloro che ad esse si oppongono. Con tutti i rischi che ne conseguono, ovvero: o che il governo cada o che resti in carica amministrando senza legiferare, vincendo magari qualche battaglia, ma infine perdendo una guerra la cui posta in gioco, dicevamo, è la rinascita del Paese oppure il suo ulteriore declino. Se però si dovesse davvero tornare a votare sia chiaro: meglio l’aereo della mongolfiera. Anche quando lo si facesse con l’astensione, gettando insomma il sasso ma nascondendo la mano, abbattere l’aereo, che comunque vola,  sarebbe in ogni caso una grossa irresponsabilità.     

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Non perdiamo tempo con Wikileaks. Le urgenze sono ben altre.

  1. Giancarlo Paganini ha detto:

    Caro Robi,
    ho letto l’articolo su Wikileaks e l’ho trovato interessante anche se la parte sul fenomeno citato è troppo breve. Mi spiego. Secondo me il caso è sufficientemente serio da meritare qualche considerazione in più perchè dice molto di modi di pensare delle generazioni di oggi. Parlandone con colleghi più giovani e addentro quanto basta nella realtà cibernetica e informatica, la posizione netta emergente è quella di una difesa a spada tratta dell’eroe senza macchia e senza paura che toglie sicurezze ai ricchi e a i potenti per darle a i poveri e ai senzapotere (o impotenti). Guerriero scaltro che fa la guerra per tutti (e al posto di tutti) e con il quale è inevitabile schierarsi perché è dalla parte dei buoni (cioè io). Con queste affermazioni ho già anticipato in parte ciò che intendo affermare: è un problema di responsabilità. Ovvero:
    Questo Assange è davvero così credibile, trasparente e disinteressato? Cosa ne sappiamo veramente per dargli tutta la nostra fiducia? Cosa è disposto a perdere in questa guerra e cosa ci guadagna? Il “sistema” Wiki è, secondo me, come la lapidazione, in cui ciascuno tira un sasso ma la responsabilità dell’uccisione è di tutti e di nessuno in particolare. Nessuno si prende veramente la responsabilità delle sue azioni. Inoltre innesca un “massimalismo” ideologico per cui è sempre lecito e doveroso denunciare tutto di tutti sempre e comunque senza se a senza ma. Nel dialogo suddetto per spiegarmi ho fatto questa domanda: “Tu, che hai accesso a dati sensibili, se venissi a conoscenza di cose che, denunciate pubblicamente, provocassero la chisura della ditta e mettessero sulla strada 40 persone, lo faresti sempre e comunque? O cercheresti prima altre strade che portassero a soluzioni più giuste?” La risposta è stata più pensosa, fortunatamente.
    ciao
    Giancarlo

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