Abbiamo tutti il dovere di non buttare soldi dalla finestra: anche chi fa cultura

Taccuino Italiano, 10 dicembre 2010 > Giornale del Popolo, Lugano.

Con un rituale che ormai è parte integrante delle tradizioni della Scala, lo scorso 7 dicembre, festa del patrono Sant’Ambrogio, la serata inaugurale della stagione scaligera 2010-2011 è stata accompagnata a Milano dalla consueta manifestazione di protesta. Quest’anno la protesta era diretta contro i tagli dei sussidi al mondo dello spettacolo e della cultura in genere decisi dal governo Berlusconi.  La manifestazione era solo la più recente di una serie iniziata lo scorso 22 novembre con uno “sciopero nazionale” di tutto il settore.  Più tardi un crollo nell’aerea archeologica di Pompei, esito a distanza di un restauro maldestro vecchio di qualche decennio, è stato preso come spunto dall’opposizione per additare al pubblico ludibrio il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi,  contro cui  l’opposizione ha presentato in Parlamento una mozione di sfiducia individuale, rivolta cioè a lui personalmente (da non confondersi con l’altra che pende contro il governo Berlusconi nel suo insieme).  Frattanto si moltiplicano in Italia le chiusure di musei anche molto importanti per scioperi provocati da vertenze sia generali che locali. Che cosa sta succedendo in questo campo così importante per un Paese che ha nei beni culturali e monumentali una delle sue principali risorse, se non la principale? La risposta per un verso è complessa poiché i disservizi e i motivi di disagio sono numerosi, ma per un altro è semplice poiché alla radice la ragione è una sola, il centralismo statale, con le sue tipiche conseguenze: l’esplosione dei costi e il dilagare dell’inefficienza.

Per quanto riguarda i musei e le aree archeologiche ciò significa che queste strutture non hanno alcuna autonomia di bilancio e di spesa, ma vengono gestite da Roma come uffici periferici del ministero dei Beni culturali in base a norme fissate con leggi e regolamenti nazionali. Solo questo consente di capire come mai delle strutture come il museo degli Uffizi a Firenze o le varie Gallerie Nazionali, che se fosse amministrate diversamente potrebbero produrre non deficit ma anzi ingenti utili, succhino invece costantemente risorse ai contribuenti; o nel migliore dei casi chiudano in pareggio i loro bilanci di esercizio senza minimamente rimunerare il loro gigantesco patrimonio.

Nel caso invece dello spettacolo in genere (dal cinema ai teatri lirici) il centralismo statale è ulteriormente aggravato dalla persistenza di un oneroso sistema di contributi ad hoc che l’Italia democratica ha ereditato dal fascismo  e che fino ad oggi ahimè nessun governo  aveva nemmeno tentato di riformare. Il pilastro fondamentale di tale sistema è il Fondo Unico per lo Spettacolo, FES, una specie di albero della cuccagna che distribuisce contributi a fondo perduto provocando un inevitabile groviglio di favori e di ricatti. Bondi ha cominciato a ridurlo e questa è la vera origine delle sue disgrazie.

Al di là di ogni altro dettaglio, alla base degli argomenti di chi si oppone al progressivo smantellamento del FES e dei meccanismi analoghi c’è la pretesa che la cultura, essendo una nobile attività, sfugga al dovere dell’uso oculato delle risorse: se fai cultura hai diritto di buttare i soldi dalla finestra e le istituzioni hanno il dovere di finanziarti a fondo perso, e se non lo fanno sono nemiche della cultura… Contro questa pretesa, che viene spacciata per una “cosa di sinistra” mentre tra l’altro invece è di sapore tipicamente signorile, è giusto cominciare a contrapporre con fermezza il principio che l’uso oculato delle risorse è un dovere di tutti. E’ poi vero che alcuni tipi di produzione culturale hanno per natura loro una redditività limitata (ad esempio il teatro, ma non certo il cinema), ma in tali casi lo strumento giusto – e credo che ciò valga ad ogni latitudine —  non è l’intervento pubblico diretto bensì l’agevolazione di natura fiscale che costituisce non un credito a monte bensì un riconoscimento a valle della capacità di efficiente e qualificata intrapresa.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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