Meglio puntare sull’India che sulla Cina (anche se della Cina non si può non tener conto)

Il Sussidiario/ Esteri, 14 dicembre 2010

In attesa della…sfida dell’OK Corral in programma in Parlamento per martedì prossimo inganniamo il tempo dando qualche contributo, speriamo non inutile, all’elaborazione di una possibile rinnovata politica estera del nostro Paese. Sono tra coloro i quali ritengono che, malgrado ogni limite, l’attuale maggioranza sia l’espressione politica più adeguata oggi possibile del blocco sociale che vuole un’Italia all’altezza delle sfide della globalizzazione e non più arroccata in difesa di interessi costituiti e di privilegi di massa che essendo di massa non perciò sono ipso facto “progressisti”, tutt’altro. Spero dunque vivamente che mercoledì prossimo sia ancora in sella. Proprio per questo non cessa di dispiacermi che Berlusconi e Bossi facciano faville quando si trovano nel proverbiale occhio del ciclone ma poi, dopo aver vinto la guerra, perdano la pace imbarcando a piene mani nei loro programmi di governo criteri e idee mutuati dalla cultura corrente e quindi da chi la domina, ossia proprio quel mondo che è schierato contro di loro.

Incurante delle notizie di prima pagina di questi giorni, che per quanto concerne le relazioni internazionali ruotano tutte o quasi attorno a Wikileaks, cuccagna mediatica ma evento in sostanza irrilevante, mi soffermo qui su un dettaglio, ma non di poco peso: la politica del nostro Paese verso l’Asia, anzi in particolare verso l’Estremo Oriente. Nel quadro di essa si è data finora alla Cina una priorità assoluta o quasi. Ebbene, fermo restando che il Paese più popoloso del mondo non può che meritare grande attenzione, a mio avviso puntare tutto o quasi sulla Cina non conviene in genere, e in particolare non conviene all’Italia. Non conviene in genere poiché la corsa allo sviluppo dell’immenso Paese è segnata da nodi che verranno al pettine: dai giganteschi squilibri territoriali all’imminente crisi sociale, prossimo esito ineluttabile del violento e maldestro blocco demografico attuato perentoriamente negli ultimi decenni del secolo scorso; dalla debolezza del mercato interno a un sistema politico autoritario e perciò stesso poco adatto a gestire in modo non disastroso i grandi problemi di una società che sta passando a passo di corsa dal sottosviluppo all’economia post-industriale dovendo saltare ogni fase intermedia. Non conviene in particolare all’Italia, e anche all’Unione Europea nel suo insieme, poiché nel campo dei rapporti sino-occidentali il primato degli Stati Uniti è assoluto e incrollabile. Si tratta innanzitutto di una relazione privilegiata più che secolare. Quando infatti gli Stati Uniti si affacciano sul continente asiatico l’India è nelle mani dell’Inghilterra, l’Indocina nelle mani della Francia e l’attuale Indonesia è nelle mani dell’Olanda. Soltanto in Cina gli Usa possono giocare alla pari con le altre potenze occidentali; e qui infatti giocano tutte le loro carte fino allo scontro inevitabile con il Giappone, l’altra potenza che si trovava nella loro medesima situazione. Adesso viviamo in un’altra e ben diversa stagione storica, ma quell’eredità permane. Dal tempo del Celeste Impero a quello della Cina di Mao e fino alla Cina di oggi, all’ombra delle più diverse crisi (da quella di Formosa a quella seguita al massacro di piazza Tienanmen), anche sottobanco quando non poteva fare diversamente, Washington non ha mai cessato di essere il primo partner commerciale e finanziario di Pechino.

A mio avviso pertanto è molto più interessante puntare in primo luogo, anche se di certo non esclusivamente, sullo sviluppo dei rapporti con l’India e con il grande polo di sviluppo che si sta formando attorno a Singapore con l’attiva partecipazione del Vietnam, delle Filippine e per alcuni aspetti anche dell’Indonesia: un insieme che da un punto di vista demografico equivale alla Cina, ma che la supera in termini di risorse umane e di capacità di relazionarsi in modo equilibrato con il resto del mondo. Riservandomi di parlare in altra occasione del polo di Singapore, mi soffermo qui in conclusione sull’altro gigante demografico asiatico, l’India, sottolineando che: ci è molto più vicina sia geograficamente che culturalmente (non a caso di parla di stirpe indo-europea); è una democrazia, di certo imperfetta ma stabile; ha un ordinamento giuridico simile al nostro, elemento cruciale ai fini di un ampio e stabile interscambio di cui invece la Cina è priva; ha puntato prioritariamente non sull’esportazione a basso prezzo bensì sulla crescita del suo mercato interno, e quindi a medio e lungo termine ha ben maggiori prospettive dinnanzi a sé.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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