Referendum alla Fiat Mirafiori: importante in ogni caso, quale ne sia l’esito

Robi Ronza, Taccuino Italiano,  14 gennaio 2011 > Giornale del Popolo, Lugano

Anche se soltanto nella tarda serata di oggi diventeranno noti i risultati del referendum in corso a Torino tra gli operai dello stabilimento Fiat di Mirafiori, si può già dire che l’evento è cruciale quale ne sarà l’esito. Con tale referendum, indetto nella fabbrica simbolo della Fiat, finisce di crollare un sistema  di relazioni industriali di tipo corporativo che durava in Italia sin dalla fine della Seconda guerra mondiale: un sistema in realtà di matrice fascista che paradossalmente era entrato in pieno vigore proprio dalla nuova Italia democratica sorta dopo la cruenta caduta del Regime. In forza di tale meccanismo ai sindacati “maggiormente rappresentativi” veniva riconosciuto il potere di stipulare con le associazioni degli industriali e anche con singole imprese dei contratti collettivi di lavoro validi erga omnes ( = verso tutti) , compresi i lavoratori ad essi non iscritti. 

Nel quadro del complesso equilibrio politico imposto dalle logiche della Guerra fredda, tale carattere di “maggiore rappresentatività” veniva riconosciuto a priori e senza verifica alcuna alle tre centrali sindacali CGIL, CISL e UIL di area rispettivamente comunista e socialista, democristiana e socialdemocratica/repubblicana. Tale assetto era di rigore anche in settori, come ad esempio quello degli insegnanti o anche di certe categorie di ferrovieri (ad esempio i macchinisti), dove i sindacati effettivamente più rappresentativi erano altri. Forti di tale potere, CGIL, CISL e UIL erano comunque concordi nell’opporsi a qualsiasi serie  verifica della loro rappresentatività sia complessiva che specifica. I nuovi contratti venivano al massimo sottoposti al voto di assemblee di fabbrica che sia venivano convocate sia funzionavano in base a sistemi la cui effettiva democraticità non era minimamente garantita. Il solo fatto che quello oggi in corso a Mirafiori sia un referendum organizzato e gestito in modo del tutto regolare già costituisce dunque un fattore di decisiva discontinuità rispetto al precedente ordine costituito sindacale.  Tutto questo accade però, giova ricordarlo, ben a quasi trent’anni da quella “marcia dei 40 mila” che nell’ottobre 1980 mise per la prima volta clamorosamente in crisi la pretesa “maggiore rappresentatività” di quelle tre centrali sindacali.  Fu allora, in un’epoca per tanti aspetti così lontana, che uno sciopero che da 35 giorni veniva imposto agli operai della Fiat da picchetti di quadri sindacali messi a presidio dei cancelli degli stabilimenti venne interrotto a Torino da una marcia appunto di circa 40 lavoratori che entrarono di forza in fabbrica decisi a riprendere il lavoro.  Che ci siano voluti quasi trent’anni per completare il processo di superamento del meccanismo di tipo corporativo di cui si diceva, e che questo sia durato per circa vent’anni oltre la caduta del Muro di Berlino e quindi oltre la fine di quella Guerra fredda tra Occidente e Urss che l’aveva imposto, la dice lunga sulla straordinaria lentezza degli sviluppi della vita pubblica in Italia: una lentezza e una vischiosità che le urgenze del nostro tempo stanno rendendo insostenibile. Ben vengano dunque, quale ne sia l’esito, novità come quella del referendum di Mirafiori e del confronto diretto tra la Fiat di Marchionne e i suoi operai senza la mediazione né del governo né di organizzazioni di categoria che sia sul lato dei lavoratori che su quello degli imprenditori non sono più all’altezza dei tempi.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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