Che cosa è in realtà il “federalismo municipale” di cui si sta parlando in Italia

Taccuino Italiano, 28 gennaio 2011 > Giornale del Popolo, Lugano

Ormai a circa due anni di distanza da quando la riforma detta del “federalismo fiscale” è divenuta legge, in Italia nessuno dei suoi “decreti attuativi” di qualche rilievo è stato approvato. Negli ultimi giorni il dibattito sul “federalismo municipale”, ovvero sulla restituzione ai Comuni di un minimo di autonomia impositiva, è stato sommerso dalla lutulenta onda alluvionale di rivelazioni, accuse e contro-accuse scandalistiche che sta dilagando sulla ribalta della vita pubblica italiana. E’ possibile che l’ormai imminente termine di scadenza entro il quale i “decreti attuativi” avrebbero dovuto entrare in vigore venga prorogato con un apposito decreto per evitare che la già traballante impalcatura della riforma crolli definitivamente.

In attesa dei possibili sviluppi può essere in ogni caso utile rendersi conto della posta in palio. Già in altre occasioni ho ricordato (ma conviene comunque ripeterlo) che, malgrado l’uso e l’abuso delle parole “federalismo” e “federale” tutte le riforme istituzionali in ballo in Italia non hanno nulla di federale. A norma di un comma della Costituzione che nessuna forza politica – compresa la Lega Nord – ha mai nemmeno proposto di modificare la Repubblica Italiana è “una e indivisibile” secondo una formula ripresa tale e quale dalle costituzioni rivoluzionarie della Francia giacobina. Tutti gli altri commi e articoli restano finora all’ombra di tale principio. E non fa eccezione il caso del “federalismo municipale” ora sul tappeto. L’ ”autonomia impositiva” su cui si discute consiste nell’eventuale diritto dei Comuni di riscuotere una nuova imposta municipale unica, IMU, nonché di imporre delle “addizionali”, ovvero delle aggiunte all’Imposta sul reddito delle persone fisiche, Irpef, l’una e le altre stabilite in ogni particolare da una legge varata dal Parlamento nazionale. L’ ”autonomia” consiste nella possibilità da variarne leggermente gli importi. Siccome però non è previsto che lo Stato riduca proporzionalmente la propria pressione fiscale ecco che così come la si progetta la futura autonomia impositiva dei Comuni si risolverà in un aumento ulteriore delle imposte in un Paese dove il loro peso sta già schiacciando l’economia produttiva.

All’inizio di dicembre l’OCDE, l’organizzazione internazionale dei paesi più  industrializzati del globo, pubblicò a Parigi i primi dati provvisori per il 2009 relativi al rapporto pressione fiscale/ produzione nazionale lorda negli Stati membri. Dalla lettura di questi dati emerge un elemento che è molto significativo: i Paesi davvero federali, come la Svizzera, gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia,  hanno una pressione fiscale che o è addirittura inferiore (si veda il 24 per cento degli Stati Uniti) oppure si aggira attorno  al 30 per cento,  mentre tutti i maggiori Paesi centralizzati, compresa quindi l’Italia, sono sopra il 40 per cento. E’ per l’Italia particolarmente significativo il caso della vicina Svizzera,  dove come si sa la pressione fiscale è pari al 30,3 per cento, oltre dieci punti in meno di quella italiana. Credo che a queste latitudini sia molto importante aver sempre ben presente  che tale vantaggio dipende da un semplice ma efficace principio: chi decide la spesa è anche colui che decide le imposte, essendo pienamente responsabile di fronte ai propri elettori sia della prima che delle seconde. Di qui una positiva concorrenza al ribasso della pressione fiscale tra Comuni e Cantoni, orientata ad assicurare ai cittadini e ai residenti il massimo dei servizi richiesti al minor costo possibile. In Italia una tale concorrenza non è nemmeno concepibile; innanzitutto perché le imposte vengono considerate non per quello che sono in sostanza, ovvero il prezzo dei servizi della pubblica amministrazione, bensì come delle norme, addirittura degli strumenti di rimedio alle disuguaglianze sociali. In realtà non è affatto così poiché la storia dimostra che questa “filosofia” gioca a favore non degli interessi dei ceti popolari bensì soltanto di quelli di una burocrazia in larga misura parassitaria. Sinora però, come dimostrano le meste vicissitudini della riforma del “federalismo fiscale”, in Italia questa burocrazia centrale parassitaria riesce al riguardo ad avere sempre la meglio su qualsiasi maggioranza di governo, quali che siano il suo orientamento e le sue intenzioni.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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