Il 150° anniversario dell’Unità d’Italia: un’occasione (sin qui) sprecata

Taccuino Italiano > Giornale del Popolo, Lugano, 7 febbraio 2011

E’ evidente che il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, che ricorrerà il prossimo 17 marzo, non sta suscitando nella vicina Repubblica alcuna grande emozione popolare. Ciò non è casuale. Da più parti si era proposto che tale anniversario divenisse occasione per liberarsi dall’interpretazione retorica e falsamente univoca che, impostasi nei decenni immediatamente seguenti alla formazione del Regno d’Italia, da allora malgrado tutto continua a perdurare: tutto questo non per negare la storia ma per giungere riguardo al Risorgimento a una memoria nazionale più condivisa. Soprattutto invece per impulso dell’attuale presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, antico dirigente del Partito Comunista approdato in senectute a un sorprendente pathos neo-risorgimentale, non si è voluto che tale dibattito si aprisse; che insomma si conoscessero anche le ragioni dei vinti, le prevaricazioni dei vincitori, e i progetti politici messi fuori gioco dai Savoia e da Cavour, in primo luogo quello federalista laico di Carlo Cattaneo e quello neo-guelfo del primo Vincenzo Gioberti. Di qui lo scarso entusiasmo, anzi l’indifferenza di quegli ampi spicchi della società italiana – eredi degli ambienti sociali e dei territori che in vario modo non si erano riconosciuti nel programma monarchico, unitario e sostanzialmente anticattolico di Cavour. – i quali oggi più che mai sentono il peso dello statalismo centralista di matrice sabauda che tuttora incombe sull’Italia.

Alle origini di quello che Cavour battezzò Risorgimento (ma che originariamente si chiamava “Rivoluzione Italiana”) c’erano tre diversi progetti politici alternativi tra loro, rappresentati rispettivamente da Giuseppe Mazzini, da Carlo Cattaneo e Vincenzo Gioberti, e da Camillo di Cavour. Oggi più che mai sarebbe interessante conoscere in modo approfondito anche i due progetti politici allora sconfitti. Invece tuttora nelle scuole italiane il Risorgimento viene letto con le lenti di Cavour.

Il Regno d’Italia si formò non ex novo bensì per semplice annessione dei territori conquistati dalla Casa di Savoia, tanto e vero che Vittorio Emanuele II di Savoia non divenne Vittorio Emanuele I d’Italia ma mantenne il numero della successione dinastica sabauda. Conseguentemente nell’arco di quattro anni (1861-1865) tutti gli ordinamenti degli Stati pre-unitari annessi vennero abrogati senza eccezione anche laddove erano più moderni e democratici di quelli del Regno sabaudo. Che cosa di buono si perse a causa di ciò? Che cosa c’era di buono negli ordinamenti degli altri Stati? Oggi sono sempre più numerosi coloro che vorrebbero saperlo. A metà del secolo XIX sembrò inevitabile, e forse lo era, che rispettivamente la Germania e l’Italia, le uniche due grandi nazioni dell’Europa occidentale non ancora politicamente unite, venissero riorganizzate in uno “Stato nazionale”. Il modello secondo cui procedere a tale unificazione non era, come ricordavamo, uno solo. Di qui un accresciuto interesse per la riscoperta dei riflessi negativi del tipo di Italia che Cavour e i suoi successori andarono a fare: il pagamento dell’enorme debito pubblico di cui il Piemonte si era caricato per finanziare le sue spese di guerra con il conseguente aumento della pressione fiscale; le conseguenze dell’estensione immediata di un lungo servizio militare di leva nei territori nei quali non c’era mai stato; il conflitto con il Papato e l’emarginazione della Chiesa, e con essa l’emarginazione di larga parte del popolo italiano e della sua cultura; i contraccolpi della brusca estinzione del Regno delle Due Sicilie. In tale prospettiva l’emigrazione di massa verso le Americhe, iniziata poco dopo l’Unità, viene oggi sempre più spesso considerata come la conseguenza di un disagio popolare economico, ma non solo. Resta il fatto che un esito della nascita del nuovo Stato fu anche la formazione di un vasto mercato che favorì lo sviluppo dell’industria manifatturiera nel Nord; e che in poco più di un secolo, seppur attraverso immani tragedie storiche (dalla sciagurata partecipazione alle due Guerre mondiali al fascismo) portò infine nel 1975 l’Italia a entrare nel G 7, il Gruppo delle sette maggiori economie industriali del mondo. Oggi però, di fronte alle sfide della globalizzazione c’è l’urgenza di un nuovo “patto nazionale” basato non più sull’Unità, presunta adesione doverosa a una presunta realtà preesistente, bensì sull’Unione, ovvero su un’intesa concordata e deliberata sullo spunto di prossimità linguistiche, storiche e geografiche le quali sono senza dubbio reali, ma da cui non derivano conseguenze perciò stesso obbliganti e quindi doverose per tutti a qualsiasi costo. La celebrazione del 150° anniversario della nascita dello Stato italiano avrebbe potuto diventare la ribalta condivisa per l’elaborazione concorde di tale nuovo “patto nazionale”: un’occasione storica che invece si sta perdendo.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Il 150° anniversario dell’Unità d’Italia: un’occasione (sin qui) sprecata

  1. determinata ha detto:

    condivido in toto… purtroppo è proprio così…

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