L’omosessualità è un handicap: e in quanto tale non va ne’ discriminata ne’ normalizzata

Diario, 27 febbraio 2011

Anche se la cronaca non è certo avara in questi giorni  di drammi e  di tragedie che giustamente calamitano l’attenzione del pubblico, merita comunque un commento il modo con cui la stampa e le Tv italiane di orientamento “progressista” hanno parlato di una decisione del presidente Obama   indirettamente favorevole alla legalizzazione negli Usa dello pseudo-matrimonio tra omosessuali.
Prima di entrare nel merito vale la pena di dare qualche informazione d’insieme. Negli Stati Uniti il diritto di famiglia è una competenza esclusiva degli Stati e non dell’Unione. Quindi ciò che il Presidente fa o non fa in materia ha un’importanza relativa. Dei 50 Stati americani soltanto cinque (più il Distretto federale, ossia Washington) hanno introdotto nel proprio ordinamento il “matrimonio” tra omosessuali peraltro con varie gradazioni, mentre 42 lo vietano esplicitamente. E’ poi clamoroso il caso della California, spesso spacciata come la mecca degli omosessuali. Qui il matrimonio tra persone del medesimo sesso durò pochi mesi perché, entrato in vigore il 16 giugno 2008, venne eliminato con referendum popolare il 5 novembre di quello stesso anno. Dai più recenti sondaggi risulta infine che solo il 40 per cento degli americani è favorevole alla sua legalizzazione: una percentuale che, dopo esser molto aumentata nel decennio ’70 dello scorso secolo, non cresce più ormai da circa trent’anni, e anzi mostra segni d’indebolimento.
In questo quadro Barak Obama ha ordinato all’equivalente americano della nostra avvocatura di Stato di non andare più in giudizio in difesa dell’applicazione del Defense of Marriage Art, una legge federale del 1996 con la quale si riconosce come matrimonio soltanto l’unione tra un uomo e una donna: un provvedimento cui molti si oppongono in linea di principio, a prescindere dal suo contenuto, in quanto interferenza dell’Unione in un campo che appunto compete in via esclusiva agli Stati. E’ certamente una decisione grave, e per di più di dubbia legittimità, ma non si tratta affatto, come la si è voluta far vedere, dell’ulteriore tappa di una presunta marcia trionfale verso il traguardo della legalizzazione dello  pseudo-matrimonio tra omosessuali. E’ solo il tentativo dell’attuale Presidente americano di rinsaldare in modo un po’ furbesco l’eterogenea maggioranza elettorale che lo elesse. Dichiarando infatti di non voler più far difendere il Defense of Marriage Act strizza l’occhio a chi pretende che omosessualità ed eterosessualità siano due condizioni di valore equivalente. Facendolo con un’iniziativa di scarsa efficacia pratica strizza l’occhio a quella maggioranza di americani che continua lodevolmente a non confondere le  lucciole con le lanterne.
Ancora una volta pure in questo caso i circoli “progressisti” che predominano nella stampa e nelle radiotelevisioni italiane, e che hanno il quasi monopolio negli uffici di corrispondenza a New York e Washington, hanno colto la palla al balzo per usare un fatto accaduto negli Usa a fini per così dire “interni”  stravolgendo il significato che riveste là dove è accaduto.
Resta però il fatto che nel nostro Paese gli ambienti che non condividono questa cultura  oppongono per lo più alla sua pressione soltanto una resistenza passiva quando non delle reazioni maldestre che a lungo termine sono di certo perdenti (come ampiamente dimostrato dal caso della legalizzazione dell’aborto). Viviamo in una società aperta, una situazione di grande vantaggio che implica però anche grandi responsabilità.  Nessun valore vi perdura se non viene da un lato vissuto e manifestato apertamente e dall’altro sostenuto culturalmente.
Così stando le  cose, nel caso in questione  occorre cominciare a dire forte e chiaro che l’eterosessualità e l’omosessualità non sono due varianti equivalenti tra loro: la prima è secondo natura, è ordinata alla fertilità, ed è in sintonia con  il grande motore del reale, ossia l’attrazione per il diverso; la seconda invece è contro natura, ed è ordinata alla sterilità  in ogni senso in quanto  ricerca dell’incontro con l’uguale a sé. Questo non significa beninteso che sia lecito discriminare né tanto meno perseguitare o irridere la persona omosessuale. Non bisogna però accettare l’equivoco del relativismo, quello cioè secondo cui ogni cosa e il suo contrario valgono allo stesso modo;  quindi qualsiasi giudizio di valore equivale a una discriminazione.  Come la storia ampiamente dimostra, nessuna civiltà è mai sopravvissuta a lungo a una catastrofe culturale del genere.
Nella misura in cui è effettiva e non indotta, l’omosessualità è un handicap. E come tale non va discriminata ma neanche normalizzata, né tanto meno glorificata.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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14 risposte a L’omosessualità è un handicap: e in quanto tale non va ne’ discriminata ne’ normalizzata

  1. Marco Meschini ha detto:

    Caro Robi,
    molto d’accordo, a parte che se qualcuno volesse attaccarti, con questa definizione di omosessualità=handicap, avrebbe un ottimo spunto mediatico. Puoi integrare con riferimenti culturali su questa categorizzazione o, se preferisci, giudizio?
    Grazie, un cordiale saluto

    mm

    • Robi Ronza ha detto:

      Caro Marco,
      in tale prospettiva comincio col segnalarti “Pastorale omosex? Senza tacere la verità”, la nota di Marco Invernizzi recentemente pubblicata su La Bussola Quotidiana , un quotidiano via Internet cui io pure collaboro. In quanto alla formula omossessualità = handicap, per parte mia la ritengo assai efficace poichè costituisce a priori una replica a chi pretende che difendere la sessualità secondo natura implichi perciò stesso un giudizio ostile e discriminatorio nei confronti delle persone con tendenze omosessuali.

  2. Claudio Antonelli ha detto:

    Il matrimonio tra un uomo e una donna è una convenzione determinata dal conformismo, dall’ipocrisia della gente, e da malintesi obblighi morali. Figli non se ne fanno più nella nostre opulente società. È venuta quindi anche a cadere la ragione per difendere lo scopo « nobilitante » che tanti tradizionalisti invocavano: la tutela della prole. A salvare capra e cavoli, fortunatamente, sono arrivati gli omosessuali, gli unici capaci di risollevare la crollante istituzione. Il matrimonio tra omosessuali aggiunge un nuovo, importante elemento, a questa istituzione incartapecorita. Questo nuovo elemento è l’amore. Sì, un amore vero, spontaneo, senza condizionamenti sociali, senza appesantimento di prole, senza ingiuste distinzioni d’identità basate sugli organi riproduttivi. Fino a prima della gloriosa rivoluzione sessuale, che è assai recente, l’uomo e la donna che infrangevano i tabù sessuali erano costretti al matrimonio. E il matrimonio era un fatto di massa. Tutti si sposavano. Tutti « dovevano » sposarsi. Finalmente, però, è arrivato l’amore, il vero amore. Gli omosessuali, infatti, hanno introdotto la scelta là dove vi era l’obbligo. E difatti non tutti gli omosessuali si sposeranno, ma solo una parte. La migliore, immagino. Il matrimonio è divenuto una scelta. Alla quantità è subentrata la qualità.
    Le nozze omosessuali introducono finalmente l’uguaglianza, la vera uguaglianza tra coniugi. Finita l’era del sesso debole e di quello forte, del completamento dell’uomo attraverso la donna e viceversa. Finita l’era dei ruoli distinti che volevano dire subordinazione della donna nei confronti del maschio. Oggi i coniugi sono uguali tra loro. Sono addirittura interscambiabili. Sono immagini speculari. Da lunga data la donna porta i pantaloni e all’uomo, nelle gay parades, tra gli applausi di folle oceaniche scroscianti, viene permesso di togliersi la gonna, e di rimanere nudo sui tacchi a spillo, e di celebrare cosi’ la propria normalità.
    Claudio Antonelli (Montréal)

    • Robi Ronza ha detto:

      Non si vede come mai l’unione tra persone di sesso diverso dovrebbe essere perciò stesso frutto di ipocrisia e di conformismo, mentre quella tra persone dello stesso sesso dovrebbe essere perciò stesso frutto di libertà e di amore. A chiunque guardi alla realtà delle cose senza pregiudizi ideologici appare chiarissimo che la natura vive dell’incontro tra i diversi e non tra gli eguali. Tanto e vero che l’unione omosessuale è sterile, nè potrebbe essere altrimenti. Per fortuna la situazione non è quella che lei descrive. Continuano a nascere bambini anche nelle nostre società opulente, altrimenti non avremmo più futuro e — al di là della vulgata di un certo tipo di stampa e di cultura — il comune sentire è contrario all’omologazione tra eterosessualità, ovvero sessualità secondo natura, e omosessualità, ovvero sessualità contro natura. Pretendere di prescindere da questo comune sentire è una forzatura che rischia di essere controproducente: lungi infatti dal giocare a favore degli omosessuali essa finisce così piuttosto per innnescare reazioni contrarie e peraltro eticamente inaccettabili come il rifiuto aggressivo degli omosessuali stessi. In Italia alcuni recenti episodi di cronaca di ciò sono un’evidente conferma.

  3. Claudio Antonelli ha detto:

    In realtà il mio scritto è pieno di sarcasmo, almeno nelle intenzioni. Io sono completamente sulle sue posizioni, caro Ronza. Il mio sarcasmo non è facilmente avvertibile perché il fatto che tale scritto sia la “riduzione” di un mio testo anteriore ha causato questa ambiguità. Me ne rendo conto io stesso, e mi biasimo per quanto è avvenuto. Ecco perché mi permetto di proporle qui di seguito il mio scritto originario.
    Cordiali saluti dal Canada
    Claudio Antonelli
    Il nuovo matrimonio lava più bianco
    Molti sostenitori del matrimonio omosessuale sono in realtà contro il matrimonio eterosessuale. Contro l’unione matrimoniale come la si è sempre conosciuta. A loro giudizio – ce lo dicono in maniera esplicita – il matrimonio tra opposti sessi è afflitto da gravi mancanze.
    Il matrimonio tra un uomo e una donna, voluto dalla società, è una convenzione determinata dal conformismo, dall’ipocrisia della gente, e da malintesi obblighi morali. Figli non se ne fanno più. È venuta quindi anche a cadere, almeno nelle nostre opulente società occidentali, la ragione per difendere lo scopo « nobilitante » che tanti tradizionalisti invocano: la tutela della prole. A salvare capra e cavoli, fortunatamente, sono arrivati gli omosessuali, gli unici capaci di risollevare la crollante istituzione. Josée Boileau, in un articolo di fondo sul quotidiano di Montreal « Le Devoir », dal significativo titolo “L’amore in più », ci dice chiaramente che il matrimonio tra omosessuali aggiunge un nuovo, importante elemento, a questa istituzione incartapecorita. E qual è questo nuovo elemento? Questo nuovo elemento, secondo Josée Boileau, è l’amore.
    Sì, un amore vero, spontaneo, senza condizionamenti sociali, senza appesantimento di prole, senza ingiuste distinzioni d’identità basate sugli organi riproduttivi. Fino a prima della gloriosa rivoluzione sessuale, che è assai recente, l’uomo e la donna che infrangevano i tabù sessuali erano costretti al matrimonio. E il matrimonio era un fatto di massa. Tutti si sposavano. Tutti « dovevano » sposarsi. Finalmente, però, è arrivato l’amore, il vero amore. Gli omosessuali, infatti, hanno introdotto la scelta là dove vi era l’obbligo. E difatti non tutti gli omosessuali si sposeranno, ma solo una parte. La migliore, immagino. Il matrimonio è divenuto una scelta. Alla quantità è subentrata la qualità.
    Il nuovo matrimonio offre allo sclerotico istituto matrimoniale di stampo antico una derrata quanto mai rara: il piacere. Il piacere sessuale, finalmente liberato da convenzioni borghesi, ipocrisie, costrizioni legalistiche, calcoli opportunistici, obblighi imposti da madre natura. Ormai la società non incoraggia più la coppia a sposarsi per regolarizzare una situazione anomala e per dare un padre ufficiale ai figli, ma per esaudire il sacrosanto desiderio di veder riconosciuto pubblicamente il proprio amore, e di veder legittimati i propri spontanei amplessi. Rifiutare il riconoscimento pubblico – lo sostengono i propugnatori del matrimonio aperto ai « diversi » – vorrebbe dire « condannarli, nell’immaginario collettivo, alla sessualità delle saune, al diniego di ogni altro legame possibile. » (La voce della verità è sempre quella di Josée Boileau).
    Il getto di linfa succosa, iniettato dal nuovo vigoroso innesto alla scheletrica, ipocrita e disfunzionale pianta del matrimonio, afflitta da secoli di siccità, è apportatore di ben altri nutrienti. Le nozze omosessuali introducono finalmente l’uguaglianza, la vera uguaglianza tra coniugi. Finita l’era del sesso debole e di quello forte, del completamento dell’uomo attraverso la donna e viceversa. Finita l’era dei ruoli distinti che volevano dire subordinazione della donna nei confronti del maschio. Oggi i coniugi sono uguali tra loro. Sono addirittura interscambiabili. Sono immagini speculari. Da lunga data la donna porta i pantaloni e già da tempo, all’uomo, nelle gay parades, tra gli applausi di folle oceaniche scroscianti, viene permesso di togliersi la gonna, e di rimanere nudo sui tacchi a spillo, e di celebrare così la propria normalità. Sotto i pantaloni o le gonne di questa nuova coppia identica, esistono identici « attributi riproduttivi ». È il trionfo dell’uguaglianza. Più uguali di così si muore. Gli attributi non riproducono, è vero, ma cosa conta? Forse che quelli della coppia eterosessuale sono sempre funzionanti?
    Appare sempre più chiaro, in questa inarrestabile cavalcata verso la gaiezza su terra, che non si può negare ai « diversi » la benedizione della « società civile ». Speriamo adesso che all’uomo tradizionale, invischiato « ad vitam aeternam », prima negli obblighi del matrimonio e poi in quelli del dopo matrimonio, venga infine riconosciuta una vera uguaglianza nei confronti della donna, da sempre preferita dai giudici nelle cause di affidamento e di obblighi di mantenimento. Dopo tutto, l’identità anatomico-sessuale non conta più: il matrimonio omosessuale lo dimostra. Allora che si cessi di sessualizzare il divorzio. Del principio di uguaglianza dovrebbe beneficiare anche… stavo per dire « il vero uomo », ma dirlo sarebbe inappropriato e anche pericoloso, dato che la nuova religione dei diritti dell’homo non perdona. Bisognerebbe invece dire il “povero cristo”. Infatti, visto che gli attributi virili, capaci o no di riprodurre, non contano più, che si cessi di tenerne conto per punire solo chi li ha usati nella maniera naturale, che – ormai tutti lo abbiamo capito – non è quella giusta. Che si proclami l’uomo, « donna ad honorem », o meglio ancora « omosessuale ad honorem ». Vi garantisco che noi uomini trogloditici ne trarremo molti vantaggi.

    Il nuovo matrimonio lava più bianco

    Molti sostenitori del matrimonio omosessuale sono in realtà contro il matrimonio eterosessuale. Contro l’unione matrimoniale come la si è sempre conosciuta. A loro giudizio – ce lo dicono in maniera esplicita – il matrimonio tra opposti sessi è afflitto da gravi mancanze.
    Il matrimonio tra un uomo e una donna, voluto dalla società, è una convenzione determinata dal conformismo, dall’ipocrisia della gente, e da malintesi obblighi morali. Figli non se ne fanno più. È venuta quindi anche a cadere, almeno nelle nostre opulente società occidentali, la ragione per difendere lo scopo « nobilitante » che tanti tradizionalisti invocano: la tutela della prole. A salvare capra e cavoli, fortunatamente, sono arrivati gli omosessuali, gli unici capaci di risollevare la crollante istituzione. Josée Boileau, in un articolo di fondo sul quotidiano di Montreal « Le Devoir », dal significativo titolo “L’amore in più », ci dice chiaramente che il matrimonio tra omosessuali aggiunge un nuovo, importante elemento, a questa istituzione incartapecorita. E qual è questo nuovo elemento? Questo nuovo elemento, secondo Josée Boileau, è l’amore.
    Sì, un amore vero, spontaneo, senza condizionamenti sociali, senza appesantimento di prole, senza ingiuste distinzioni d’identità basate sugli organi riproduttivi. Fino a prima della gloriosa rivoluzione sessuale, che è assai recente, l’uomo e la donna che infrangevano i tabù sessuali erano costretti al matrimonio. E il matrimonio era un fatto di massa. Tutti si sposavano. Tutti « dovevano » sposarsi. Finalmente, però, è arrivato l’amore, il vero amore. Gli omosessuali, infatti, hanno introdotto la scelta là dove vi era l’obbligo. E difatti non tutti gli omosessuali si sposeranno, ma solo una parte. La migliore, immagino. Il matrimonio è divenuto una scelta. Alla quantità è subentrata la qualità.
    Il nuovo matrimonio offre allo sclerotico istituto matrimoniale di stampo antico una derrata quanto mai rara: il piacere. Il piacere sessuale, finalmente liberato da convenzioni borghesi, ipocrisie, costrizioni legalistiche, calcoli opportunistici, obblighi imposti da madre natura. Ormai la società non incoraggia più la coppia a sposarsi per regolarizzare una situazione anomala e per dare un padre ufficiale ai figli, ma per esaudire il sacrosanto desiderio di veder riconosciuto pubblicamente il proprio amore, e di veder legittimati i propri spontanei amplessi. Rifiutare il riconoscimento pubblico – lo sostengono i propugnatori del matrimonio aperto ai « diversi » – vorrebbe dire « condannarli, nell’immaginario collettivo, alla sessualità delle saune, al diniego di ogni altro legame possibile. » (La voce della verità è sempre quella di Josée Boileau).
    Il getto di linfa succosa, iniettato dal nuovo vigoroso innesto alla scheletrica, ipocrita e disfunzionale pianta del matrimonio, afflitta da secoli di siccità, è apportatore di ben altri nutrienti. Le nozze omosessuali introducono finalmente l’uguaglianza, la vera uguaglianza tra coniugi. Finita l’era del sesso debole e di quello forte, del completamento dell’uomo attraverso la donna e viceversa. Finita l’era dei ruoli distinti che volevano dire subordinazione della donna nei confronti del maschio. Oggi i coniugi sono uguali tra loro. Sono addirittura interscambiabili. Sono immagini speculari. Da lunga data la donna porta i pantaloni e già da tempo, all’uomo, nelle gay parades, tra gli applausi di folle oceaniche scroscianti, viene permesso di togliersi la gonna, e di rimanere nudo sui tacchi a spillo, e di celebrare così la propria normalità. Sotto i pantaloni o le gonne di questa nuova coppia identica, esistono identici « attributi riproduttivi ». È il trionfo dell’uguaglianza. Più uguali di così si muore. Gli attributi non riproducono, è vero, ma cosa conta? Forse che quelli della coppia eterosessuale sono sempre funzionanti?
    Appare sempre più chiaro, in questa inarrestabile cavalcata verso la gaiezza su terra, che non si può negare ai « diversi » la benedizione della « società civile ». Speriamo adesso che all’uomo tradizionale, invischiato « ad vitam aeternam », prima negli obblighi del matrimonio e poi in quelli del dopo matrimonio, venga infine riconosciuta una vera uguaglianza nei confronti della donna, da sempre preferita dai giudici nelle cause di affidamento e di obblighi di mantenimento. Dopo tutto, l’identità anatomico-sessuale non conta più: il matrimonio omosessuale lo dimostra. Allora che si cessi di sessualizzare il divorzio. Del principio di uguaglianza dovrebbe beneficiare anche… stavo per dire « il vero uomo », ma dirlo sarebbe inappropriato e anche pericoloso, dato che la nuova religione dei diritti dell’homo non perdona. Bisognerebbe invece dire il “povero cristo”. Infatti, visto che gli attributi virili, capaci o no di riprodurre, non contano più, che si cessi di tenerne conto per punire solo chi li ha usati nella maniera naturale, che – ormai tutti lo abbiamo capito – non è quella giusta. Che si proclami l’uomo, « donna ad honorem », o meglio ancora « omosessuale ad honorem ». Vi garantisco che noi uomini trogloditici ne trarremo molti vantaggi.

  4. giuxxx ha detto:

    vergognati… io non ho nessun handicap, noi siamo persone come tutte le altre e amiamo come tutti gli altri, anzi il nostro amore è più puro perché sopravvive nonostante voi facciate di tutto per distruggerlo!

  5. Sandro Storri ha detto:

    Gentile Robi Ronza,

    spero che Lei vorra’ mettere al lavoro la sua coscienza critica, dato che durante la redazione di questo articolo era probabilmente distratta. Non la voglio annoiare con centinaia di argomentazioni che confutano la sua tesi omosessuale=handicappato.
    La invito solo a riflettere sul contributo che Lei da, come tanti altri, al sentimento di omofobia che sembra essere inestirpabile dalla nostra societa’.

    • Robi Ronza ha detto:

      Egregio signor Storri,
      nel testo che lei commenta ho affermato una tesi sostenendola con degli argomenti. Da chi come lei non è d’accordo mi attenderei una confutazione di tali argomenti; e non ancora una volta la riproposta del luogo comune, in realtà molto autoritario ed aggressivo, secondo cui chiunque non accetta la presunta equivalenza tra omosessualità e sessualità secondo natura è perciò stesso omofobo. Nel mio scritto prendo una posizione chiarissima contro ogni discriminazione o irrisione delle persone omosessuali. Se non se ne accorto vada a rileggerlo.

      • Sandro Storri ha detto:

        Gentile Robi Ronza,

        lei ha scritto :
        “Così stando le cose, nel caso in questione occorre cominciare a dire forte e chiaro che l’eterosessualità e l’omosessualità non sono due varianti equivalenti tra loro: la prima è secondo natura, è ordinata alla fertilità, ed è in sintonia con il grande motore del reale, ossia l’attrazione per il diverso; la seconda invece è contro natura, ed è ordinata alla sterilità in ogni senso in quanto ricerca dell’incontro con l’uguale a sé. Questo non significa beninteso che sia lecito discriminare né tanto meno perseguitare o irridere la persona omosessuale. Non bisogna però accettare l’equivoco del relativismo, quello cioè secondo cui ogni cosa e il suo contrario valgono allo stesso modo; quindi qualsiasi giudizio di valore equivale a una discriminazione. ”

        Questo suo pensiero, sicuramente esposto con grande eloquenza, e’ “politically correct” solo in apparenza. Nella sostanza questo suo pensiero e’ di una violenza estrema. Lei afferma che “si, gli omosessuali non devono essere discriminati ma… sono cittadini di serie B percio’ non devono poter accedere a tutti i diritti civili previsti per i cittadini di serie A”. Il suo pensiero, cosi’ elegante da poter essere esposto anche nei “salotti buoni”, nasconde invece il seme della violenza omofoba e della discriminazione nei confronti di cittadini che hanno come unica “colpa” il vivere la loro affettivita’ e sessualita’ in modo diverso dalla maggioranza.

        Le confermo la mia impressione : mentre scriveva questo articolo la sua coscienza critica doveva essere indaffarata altrove.

        distinti saluti

  6. diego ha detto:

    posto che un giornalista possa definire un handicap, cosa che possono fare medici e ricercatori dopo svariati studi e ricerche, incontri e scambi di pareri, mi sembra strano che le persone portatrici di handicap non debbano essere normalizzate. I portatori di handicap devono avere corsie preferenziali, al lavoro, all’assistenza statale, hanno diritto ad una pensione, assistenza medica gratuita, hanno diritto a leggi preferenziali, a case popolari, all’integrazione sociale, al superamento delle barriere architettoniche, ecc.ecc., insomma, in quanto persone disabili hanno diritto ad essere normalizzati e resi pari alle altre persone, e questo è possibile solo attraverso leggi speciali.

  7. cornacchia ha detto:

    Credo che il Suo sia un discorso ipocrita, nella misura in cui equipara l’omosessualità ad una disabilità soltanto per non infamare persone che tengono comportamenti che Lei giudica (erroneamente) come moralmente inaccettabili.
    La disabilità viene giudicata anormale sulla base di considerazioni immuni da qualsivoglia caratterizzazione etica ed al solo scopo di favorire il disabile; mentre, nel caso dell’omosessualità, il giudizio di anormalità corrisponde ad una stigmatizzazione etica e non si fonda certamente sull’idea che tale tendenza pregiudichi l’individuo, tant’è vero che è Robi Ronza stesso a considerarla negativa per ragioni di carattere sociale.
    Nella prassi, poi, ciò diventa lapalissiano, in quanto l’anormalità della disabilità è fonte di particolari diritti, mentre l’anormalità dell’omosessualità diventa un motivo per sottrarre diritti (matrimonio) e magari anche libertà (manifestare tranquillamente la propria relazione).
    A mio avviso, l’omosessualità deve essere rispettata come libertà, se la condizione fosse anormale dovrebbe essere supportata al pari di una disabilità e, in ogni caso, giudicata unicamente sulla base del benessere dell’individuo.

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