La riforma della giustizia in Italia: La montagna ha partorito un altro topolino? Nient’affatto (ahimé) tenuto conto della situazione

Taccuino Italiano > Giornale del Popolo, Lugano, 10 marzo 2011

Se da un lato tra Svizzera Italiana e Italia la prossimità culturale è massima, dall’altro non bisogna mai dimenticare che sul piano del sistema politico è  massima la distanza. Mentre la Svizzera, e quindi la Svizzera Italiana, sono eredi di un processo plurisecolare di sviluppo democratico che prese le mosse dagli statuti dei comuni rustici medioevali (e che l’età napoleonica “scongelò” senza scalfire) l’Italia è una Repubblica erede recente del Regno sabaudo, una versione provinciale dello Stato francese. Da questa sostanziale diversa origine deriva una quantità di conseguenze fino al caso dell’amministrazione della giustizia, di cui occorre tener bene conto se a queste latitudini si vuol comprendere in che cosa consista la questione della cosiddetta “riforma della giustizia”, di nuovo da ieri alla ribalta nella vicina Repubblica.

In primo luogo mentre in Svizzera la materia è di competenza cantonale (salvo le corti di ultima istanza), in Italia è rigorosamente di competenza statale. I tribunali di ogni ordine e grado sono statali: sulla nomina dei magistrati e sull’organizzazione giudiziaria le comunità locali non hanno potere alcuno.  Ogni cosa viene stabilita in modo centralizzato da organi con sede a Roma. L’ufficialità italiana pretende che stato di cose sia ovvio, naturale e universalmente valido. Chi oggi lanciasse l’idea di un sistema giudiziario non più statale bensì piemontese, lombardo e così via verrebbe additato all’ignominio. Ed è sintomatico che nemmeno la Lega Nord l’abbia mai proposto formalmente.

In secondo luogo, mentre in Svizzera i magistrati vengono eletti di solito per dieci anni salvo rinnovo dai parlamenti cantonali (o ai massimi livelli dalle due Camere federali riunite in seduta congiunta, la cosiddetta “Assemblea federale”), in Italia sono funzionari pubblici assunti a tempo indetermnato in base a concorsi pubblici nazionali, le cui commissioni d’esame sono formate da magistrati in carica e loro simili; e le loro carriere, che sono in larga misura automatiche, sono governate da un Consiglio Superiore della Magistratura con sede in Roma che è composto quasi soltanto da magistrati o ex magistrati. Infine in Italia i magistrati giudicanti e i pubblici accusatori (procuratori della Repubblica) fanno parte di un medesimo “ruolo”: ovvero nel corso della loro carriera possono passare, e normalmente passano più volte da una funzione all’altra, il che fa sì che la difesa e l’accusa non siano per nulla sullo stesso piano, visto che l’accusatore è un collega del giudice. Tutto ciò, combinandosi con numerose altre norme e immunità a suo tempo immaginate per garantire l’indipendenza dei giudici,  ha portato invece nel tempo la magistratura italiana a trasformarsi in un potere politico a se stante, privo della minima legittimazione democratica e tra l’altro fortemente orientato a sinistra per motivi storici su cui non possiamo soffermarci qui per economia di spazio (ma anche se avesse un altro e diverso orientamento la sostanza del problema non cambierebbe).

Dopo anni di tentativi frustrati — anche dall’opposizione interna di suoi alleati d’un tempo come Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini — Berlusconi e il suo ministro della Giustizia Angelino Alfano, sono giunti ieri all’approvazione in Consiglio dei Ministri, CdM, di un progetto di legge costituzionale per la riforma organica della giustizia. Malgrado i rituali squilli di tromba mediatica questo è solo il primo passo di un lungo cammino; il solo fatto però che il governo abbia annunciato come una grande vittoria politica il varo di un suo progetto di legge in sede di Consiglio dei Ministri dà l’idea di quanto forte fosse stata al riguardo l’opposizione all’interno della sua stessa maggioranza. Diversamente che in Svizzera in Italia la  Costituzione è “rigida”; quindi modificabile solo con una lunga e complessa procedura.  Una riforma costituzionale infatti entra in vigore soltanto dopo il voto favorevole di entrambi i rami del Parlamento espresso per due volte sul medesimo testo a distanza di sei mesi l’uno dall’altro, cui si aggiunge poi di regola un referendum popolare confermativo. I punti chiave del progetto ora sul tappeto sono la separazione delle carriere dei magistrati giudicanti da quelle dei magistrati inquirenti; l’effettiva attuazione del diritto al risarcimento di chi è stato condannato  per manifesto errore o dolo dei giudici (diritto che oggi esiste de jure ma resta sulla carta); l’introduzione di limiti all’impiego diretto da parte dei procuratori della Repubblica delle forze di polizia  nelle loro indagini, mettendo così termine alla loro attuale trasformazione in comandanti de facto dei reparti di polizia giudiziaria; e così via. Se tutto dovesse procedere senza intoppi la riforma potrà entrare in vigore tra non meno di due anni, e poi per farla effettivamente funzionare sarà necessaria non meno di una decina di leggi ordinarie attuative. La nuova disciplina non si applicherà comunque ai processi già in corso; quindi è falso dire che sia una riforma ad personam su misura per Berlusconi.

Anche con questa riforma la magistratura italiana resterà comunque una struttura burocratica centralizzata che cala da Roma sulle comunità locali, e continuerà a rinnovarsi per cooptazione, e non per elezione da parte dei rappresentanti del popolo: il proverbiale topolino partorito dalla montagna? Nient’affatto, se solo per concepire tale topolino ci sono voluti ben diciassette anni…

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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