Perchè l’Italia è il paese delle (almeno) cinque polizie

Prisma n. 27/nuova serie, 15 aprile 2011

Perché il nostro è il Paese delle (almeno) cinque polizie le quali operano ciascuna per proprio conto, cercando di scambiarsi quante meno informazioni possibile, per la sola gioia dei malfattori e a danno del contribuente costretto a pagare un sistema di polizia che, pur essendo il più costoso, è tra i meno efficienti d’Europa? Conoscerne le origini è importante perché se di questa stravaganza non si coglie la profonda radice storica diventa molto difficile anche soltanto cominciare a discuterne.

Salvo il caso praticamente unico della Gran Bretagna, non c’è Stato che non abbia più di una polizia. Il motivo è evidente: essendo per natura sua quella di polizia una funzione in certa misura mai del tutto controllabile, e che porta con sé una certa potenziale o attuale capacità di ricatto, sempre ed ovunque il potere politico ha preferito avere almeno due polizie, più o meno in concorrenza l’una con l’altra. Da questo punto di vista, a parte ogni altra differenza, la regola vale tanto per i regimi autoritari quanto per le democrazie. Venendo in particolare a queste ultime, mentre poi nei sistemi federali è tipica la dicotomia fra polizia appunto federale e polizie degli stati membri, negli Stati centralizzati, come tra gli altri il nostro, la regola assoluta è invece che la polizia compete esclusivamente al potere centrale. Le varie polizie sono pertanto tutte quante statali. Per capire infine il nostro caso, che è il peggio del peggio, bisogna riandare al grande handicap storico dello Stato italiano, quello di essere una versione provinciale dello Stato francese. Se da un lato con il duca Emanuele Filiberto “Testa di Ferro”, il padre del centralismo sabaudo e poi infine italiano, i Savoia avevano scelto l’Italia quale meta dei loro progetti di espansione, dall’altro la Francia continuava a essere il loro grande vicino e l’esempio da seguire. Con riguardo alla polizia il modello francese era quello delle polizie ministeriali che tra l’altro s’intravvede in romanzi come I tre moschettieri di Alexandre Dumas padre, con i moschettieri, ossia la polizia del re, in lotta con la polizia del primo ministro. Ebbene, tale modello, che i Savoia mutuarono dalla Francia, insieme a loro si estese all’ Italia dove non solo si è radicato ma ha anche ulteriormente germogliato. E’ il modello, dicevamo, delle polizie ministeriali, tutte centrali e tutte con compiti in varia misura analoghi, il garantisce appunto una loro concorrenza tanto più negativa quanto più le loro competenze sono sovrapposte. E infatti in Italia, salvo il ministero degli Esteri (che per definizione opera fuori dei confini dello Stato) tutti gli altri ministeri storici, quelli cioè che già esistevano quando venne proclamato il Regno d’Italia, hanno una propria a polizia: il ministero della Guerra, oggi della Difesa, ha i Carabinieri, istituiti nel 1814 sul modello della Gendarmerie francese; il ministero degli Interni la Polizia oggi detta di Stato, istituita con altro nome nel 1848; il ministero oggi dell’Economia e delle Finanze ha la Guardia di Finanza che nasce nel 1861 insieme allo Stato italiano; il ministero oggi detto delle Risorse agricole e forestali ha il Corpo Forestale dello Stato, istituito nel 1822; infine il ministero di Grazia e Giustizia ha la Polizia Penitenziaria, nata nel 1990 dalle ceneri del Corpo delle Guardie di Custodia. Tutte queste polizie nascono negli Stati di Savoia, prima della formazione dello Stato italiano, salvo la Guardia di Finanza, una polizia unica del suo genere al mondo. Non a caso la Guardia di Finanza viene creata appunto nel 1861 quando il nuovo Stato, operato dai debiti contratti dal Regno sardo per pagare le sue spese di guerra, aumenta la pressione fiscale con conseguenze drammatiche laddove, come innanzitutto nel territorio dell’ex Regno delle Due Sicilie, i servizi erano pochi ma erano poche anche le tasse. Nasce per questo una polizia armata specializzata nel controllo della raccolta delle imposte: un fatto che, come si diceva, resta ancora unico al mondo. Come è facilmente intuibile, i ministeri dotati di una propria polizia valgono molto di più di quelli che non ce l’hanno. Nella vita protocollare delle istituzioni ciò viene ben sottolineato da un elemento di grande rilievo cerimoniale: i ministri a capo di tali ministeri girano con una scorta non solo di guardia ma anche d’onore composta da personale di tale polizia. Fa così persino il ministro di Grazia e Giustizia benché sia paradossale che un uomo a piede libero appaia in pubblico attorniato da agenti che, a parte il suo caso, scortano di regola i detenuti. Malgrado il suo passato di agitatore e la sua appartenenza a un’area politica che vede le forze dell’ordine come il fumo negli occhi, quando era ministro delle Risorse agricole e forestali lo stesso Alfonso Pecoraro Scanio non rinunciava a una scorta d’onore composta da sottufficiali del Corpo Forestale dello Stato in uniforme di gala. E i ministeri senza polizia sono poi nel tempo riusciti spesso a farsene in qualche modo una, anche se piccola e sulla carta molto specializzata. D’altra parte non è un caso che “politica” e “polizia” siano due termini che derivano dalla medesima parola greca, il che significa che all’origine ed essenzialmente i due concetti sono strettamente legati tra loro. E’ invece sorprendente ma significativo che la presidenza del Consiglio non abbia una propria polizia (il che si spiega con il fatto, pure assai significativo, che fino al 1961 non aveva nemmeno una propria sede ma occupava semplicemente un piano del Viminale, il palazzo sede del ministero degli Interni).

Stando così le cose non si stenta a capire perché la pur tanto auspicabile razionalizzazione del sistema italiano di polizia sia un’impresa forse ancor più ardua della pur ardua riforma del sistema giudiziario. Eppure sarebbe altrettanto urgente.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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