La ricetta di Fidel Castro: grandi ideali rivoluzionari, ferrea capacità di repressione e spregiudicata Realpolitik

Quel che Fidel Castro ha insegnato a Gheddafy  > Il Sussidiario,  2o aprile 2011o

Al potere da oltre mezzo secolo, da quando il primo gennaio 1959, travolto il regime del dittatore Fulgencio Batista, instaurò a Cuba il regime rivoluzionario detto appunto castrista, Fidel Castro Ruz, 84 anni, si è dimesso ieri dalla carica di segretario del Partito comunista di Cuba. In precedenza per motivi di salute si era dimesso da presidente della Repubblica di Cuba, carica assunta su sua indicazione nel febbraio 2008 da suo fratello Raul, poco più giovane di lui, mentre José Ramon Machado, loro coetaneo, era divenuto primo vicepresidente. Adesso Raul gli succede anche nella carica di segretario del Partito: una scelta di continuità nel nome di una gerontocrazia che per natura sua in un futuro non lontano non potrà che aprire a un’ulteriore svolta. Il Congresso del Partito, soltanto il sesto in cinquant’anni di regime, prima di ricevere le sue dimissioni aveva approvato una serie di riforme elaborate da Raul ma da lui pubblicamente condivise che, nella misura in cui verranno applicate, avvieranno definitivamente anche a Cuba la fine del “socialismo reale”. Al momento della vittoria della rivoluzione castrista, Cuba era una semi-colonia degli Stati Uniti governata dal presidente-dittatore Fulgencio Batista. Dopo aver facilmente sconfitto le truppe di Batista, Fidel Castro e i suoi, tra cui Che Guevara, futuro (ingiustificato) mito del ’68 europeo, erano entrati trionfalmente all’Avana anche grazie al disimpegno del governo di Washington, che non aveva ben compreso la natura marxista rivoluzionaria del castrismo.

Visto come un piccolo Davide che era stato capace di sconfiggere il Golia statunitense, Fidel Castro cominciò a governare circondato dalla simpatia delle élites progressiste di tutto il mondo. Non osando per questo rovesciarlo subito con un intervento diretto, gli Stati Uniti tentarono di farlo cadere bloccando con un rigoroso embargo le loro relazioni commerciali con Cuba, fino ad allora decisive per la grande isola caraibica. Castro reagì ponendosi sotto la protezione dell’Unione Sovietica che si impegnò a sostituirsi agli Usa nel ruolo di grande compratore di zucchero cubano e rispettivamente di grande fornitore di manufatti industriali. Da quel momento in avanti Cuba divenne una carta importante di quel complesso e pericoloso gioco che è passato alla storia con il nome di “Guerra Fredda”, con episodi clamorosi come il fallito sbarco americano alla Baia dei Porci, ordinato dal presidente J.F. Kennedy, e come la “crisi dei missili”, uno dei momenti più drammatici della Guerra Fredda. Frattanto, mentre nei fatti la rivoluzione castrista si trasformava rapidamente in un regime autoritario di “socialismo reale” di tipo sovietico, con tutto ciò che ne consegue in termini di repressioni e violazioni dei diritti umani, nella fantasia dei giovani di sinistra e delle élites progressiste di quel tempo, soprattutto in Europa ma non soltanto, Fidel Castro e tutto ciò che dalla sua rivoluzione era derivato continuavano ad essere un indiscusso modello supremo di libertà rivoluzionaria. Negli anni ’80 del secolo appena trascorso il mito di Castro cominciò ad appannarsi anche nelle menti dei più benevoli nei suoi confronti, ma non per questo si prospettò qualche possibilità di superamento del castrismo. E nemmeno la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica (1989-1990), con la scomparsa dalla scena della grande potenza protettrice della Cuba castrista, scossero il potere di Fidel Castro. Al venir meno dell’interscambio con l’Unione Sovietica egli rimediò infatti aprendo al turismo europeo e poi alleandosi con il Venezuela del populista Hugo Chavez, salito al potere nel 1999. L’esperimento rivoluzionario castrista è fallito non meno di tutte le altre utopie politiche del secolo XX. Ed è costato anch’esso lacrime e sangue, molto di più di quanto finora il grande pubblico si immagini. Resta però da meglio studiare e approfondire il caso di questo dittatore che — mischiando abilmente insieme proclamati ideali rivoluzionari, ferrea capacità di repressione e spregiudicata Realpolitik in sede internazionale — è riuscito a restare in sella per mezzo secolo pur essendosi scontrato con la super-potenza che dista poche decine di minuti di volo dalle coste della sua piccola isola; ed è pur riuscito a sopravvivere alla scomparsa di quel grande alleato che sembrava essere conditio sine qua non della sua sopravvivenza. Il dittatore che è stato capace di prendere il potere, qualcosa cui molti ambiscono, e di detenerlo per lungo tempo, può essere malintenzionato e pittoresco ma non è mai stupido. E’meglio tenerne conto. Per venire ai casi nostri, chi pensa che liberarsi da Gheddafy sia un gioco da bambini farebbe meglio a riflettere.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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