Italia in guerra, ma quando mai?

Prisma/nuova serie n. 29, 7 maggio 2011

“L’Italia ripudia la guerra (…) come mezzo di soluzione delle controversie internazionali”: questo principio, inequivocabilmente sancito dall’art. 11 della nostra Costituzione, avrebbe dovuto ispirare negli anni lo sviluppo di una filosofia e di una pratica dei rapporti internazionali conseguenti; quindi una politica estera principalmente basata sulla diplomazia preventiva. Se ciò fosse stato fatto il nostro Paese sarebbe divenuto sulla scena internazionale un soggetto sempre più utile e importante mano a mano che la guerra, come Giovanni Paolo II previde acutamente e come i fatti hanno sempre più confermato è diventata sempre e comunque “un’avventura senza ritorno”, qualcosa che non risolve mai i problemi sul terreno ma anzi li complica e li moltiplica. Non si è fatto invece niente del genere: come di tanti altri articoli di questa Costituzione, spesso ignorata anche da quelle forze politiche che pretendono sia una specie di testo sacro, anche dell’art. 11 non si è tenuto conto alcuno. Esso è stato perciò ridotto a essere niente più che una norma da eludere quando un governo vuole malgrado tutto far entrare in guerra il nostro Paese. Il problema si pose per la prima volta in modo consistente nel 1991 all’epoca della prima guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, poi quando la Nato attaccò la Serbia nel 1999 e di nuovo adesso con l’attacco alla Libia di Gheddafy. In ciascuno di questi casi i governi in ballo erano di diversa matrice ma tutti quanti convinti, al di là del diverso orientamento, che quando gli Stati Uniti ci chiedono tramite la Nato di entrare in guerra non ci possiamo tirare indietro. Magari lo può fare la Germania, ma noi no.
Stando così le cose si va avanti, ma al prezzo di una vera e propria fiera dell’ipocrisia. I “nostri ragazzi” — chissà perché in queste circostanze i militari vengono idealmente rimessi in pantaloni corti — non vanno a fare la guerra ma opera di polizia internazionale (ma allora perché non ci mandano dei poliziotti veri, che sono gente del mestiere?). Non vanno per sparare ma a lavorare per la pace costruendo ponti, distribuendo quaderni e matite agli scolari, aiutando le vecchine ad attraversare la strada: tutte attività tra l’altro per le quali avere un fucile mitragliatore a tracolla è di grande impaccio. Quando poi ciononostante dei malintenzionati sparano contro di loro o fanno saltare in aria i blindati su cui si muovono quello non è un attacco militare ma si deve dire che è un “attentato”, e via di questo passo.
In un caso come quello attuale della Libia, dove l’intervento è soltanto aereo, l’arrampicata sui vetri diventa ancora più ardua: un caso di sport estremo in cui sorprendentemente si cimentano pure le più alte cariche dello Stato, comprese quelle di età veneranda, quelle che a prima vista ci si immagina sarebbero già in grande difficoltà se dovessero salire su una semplice scala a pioli. Non si esita a sostenere che i nostri aerei vanno a bombardare in Libia “per difendere i civili” dalle aggressioni della polizia e dalle altre milizie di Gheddafy. Non resta che augurarsi di tutto cuore che, dopo la sperimentazione in Libia, non si pensi di applicare questa tecnica anche a casa nostra. Da noi, almeno fino ad oggi, i civili aggrediti non invocano il rapido intervento dell’Aeronautica bensì quello di una “volante” della Polizia o dei Carabinieri. Mai vorremmo che, agguerrito dall’esperienza libica, il governo desse disposizione che da adesso in avanti gli agenti, una volta arrivati sul posto, non devono agguantare gli aggressori bensì, tenendosi opportunamente in disparte, chiedere via radio l’intervento dei Tornado di stanza nella base di Trapani/Birgi.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
Questa voce è stata pubblicata in La Nuova Bussola Quotidiana. Contrassegna il permalink.

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