Obama dimezzato

Prisma/nuova serie n.30, 13 maggio 2011

“Obama dimezzato” — il titolo di un recente volume di Maria Teresa Cometto e Glauco Maggi, due giornalisti italiani che vivono negli Stati Uniti — sta avendo in Italia un successo che va anche oltre quello del libro stesso. In più di un’occasione lo si è visto impiegare su vari giornali da titolisti a corto di idee anche senza riferimento al volume di cui sopra, edito da Boroli. D’altra parte il successo di Obama dimezzato, l’America verso il 2012 è sorprendentemente “trasversale”: persino le librerie Feltrinelli ne ospitano le presentazioni. Dalla sconfitta dei democratici alle elezioni di metà mandato ci sono voluti ancora diversi mesi, ma infine la corazza di consenso prestabilito, in cui chi domina la stampa italiana racchiude a priori i presidenti americani di parte democratica, ha cominciato a perdere pezzi.
Tanto per fare un esempio, immaginiamoci che cosa sarebbe successo se i bombardamenti aerei sulle città libiche, fatti niente po’ po’ di meno che “in difesa dei civili”, fossero stati voluti e approvati da un presidente repubblicano come Bush. Le nostre piazze sarebbero immediatamente divenute una selva di bandiere arcobaleno agitate al ritmo di slogan anti-americani. Invece le bandiere sono rimaste nei cassetti, o hanno continuato mestamente a stingersi appese ai davanzali e ai balconi delle case di quegli irriducibili che, incuranti dei rigori dell’inverno, le avevano lasciate fuori a perenne monito. Chissà che ciò faccia aprire gli occhi almeno a qualcuno dei molti che credono in buona fede alle nobili intenzioni di un movimento pacifista a senso unico che è poi l’erede reale, pur se inconfessato, dei “Partigiani della Pace” dell’epoca della Guerra fredda. E che dire dei corrispondenti dagli Usa dei telegiornali della RAI, una comitiva rigorosamente monocolore, che se ci fosse stato ancora Bush quasi ogni sera ci avrebbero ammannito a tutto campo ogni minima manifestazione a Washington o a New York di pacifisti, di verdi, di “Fate l’amore, non la guerra”. Grazie a Obama invece tutto questo ci è stato risparmiato.
Gli americani, cioè quelli che lo hanno eletto e cui chiederà di venire rieletto nel 2012, non si sono però dimostrati altrettanto indulgenti. Ai loro occhi Obama appare piuttosto come il presidente che ha aumentato la spesa pubblica senza riuscire a rilanciare l’economia privata; che ha fatto una riforma sanitaria malvista ai ceti medi (che negli Stati Uniti sono la maggioranza relativa della popolazione e la maggioranza assoluta di coloro che vanno a votare); che ha speso miliardi di dollari per salvare le banche senza nemmeno chiedere in cambio l’uscita di scena dell’alta dirigenza strapagata responsabile del disastro; che in politica estera non è un innovatore ma di fatto un continuatore di Bush. Egli perciò non soltanto non allarga la cerchia dei suoi sostenitori ma delude un numero crescente di quelli che lo avevano votato. Ora ha davanti a sé due anni per rimontare la china, ma ci riuscirà solo nella misura in cui farà con uomini diversi una politica diversa da quella che ha fatto sin qui. Per il momento Obama resta soltanto una novità antropologica, non una novità politica. Il suo maggior risultato l’ha raggiunto diventando presidente degli Stati Uniti essendo afro-americano ma non in quanto afro-americano. Con lui si è chiusa la questione razziale, la maggiore ombra che gravava sulla democrazia statunitense. Con la sua entrata in carica è stato certamente raggiunto un traguardo storico. Questo traguardo storico era però nel medesimo tempo il nastro di partenza di una corsa che per il momento Obama non sta affatto vincendo.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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