Le capriole della Nato in Libia

Prisma /nuova serie n.31, 20 maggio 2011

La nube di ipocrisia, che avvolge l’attacco della Nato alla Libia di Gheddafi, si è ulteriormente gonfiata qualche giorno fa quando sono state colpite le “navi da guerra” della Marina militare libica all’ancora a Tripoli e in altri due porti della Tripolitania.
Siccome la Nato è intervenuta in Libia a nome delle Nazioni Unite per “difendere i civili” libici in rivolta contro il regime del Colonnello, il fatto che tale difesa abbia luogo esclusivamente tramite bombardamenti aerei costringe i suoi portavoce ad impegnarsi in ardue acrobazie verbali. Già ne avevamo parlato in un precedente numero di questa rubrica (cfr. Guerra? Quando mai…, 5 maggio 2011) ma vale la pena di tornare a parlarne di nuovo poiché con il bombardamento delle “navi da guerra” è stato raggiunto un nuovo record. Già era stato difficilissimo sostenere che gli attacchi aerei su obiettivi terrestri fossero il modo migliore per aiutare i rivoltosi, tanto più in diversi casi il…fuoco amico aveva raggiunto loro e non le truppe fedeli al Colonnello. Come sa chiunque si occupi almeno un pochino di queste cose, soltanto delle forze armate altamente addestrate e altamente integrate riescono a impiegare in modo efficace l’aviazione come artiglieria campale. Nel caso della Libia siamo ad anni-luce di distanza da una possibilità del genere. E infatti quando tale impiego è stato tentato gli aerei dell’alleanza hanno finito per bombardare più gli insorti che i governativi. Perciò ben presto la Nato ha preferito riorientare i propri attacchi verso obiettivi ben lontani dal teatro degli scontri giustificandosi col dire che andava ad attaccare gli arsenali e le linee di rifornimento dei governativi: qualcosa che indirettamente si risolveva in una “difesa dei civili” in rivolta. Già questa era una bella capriola, ma niente in confronto a quella che hanno dovuto fare l’altro giorno dopo l’attacco alla “navi da guerra” (che ovviamente Gheddafi teneva ben ferme nei porti, ben sapendo che se solo avesse provato a farle uscire in mare la Nato le avrebbe colate a picco in quattro e quattr’otto). A parte questo, in ogni caso che cosa si può fare di male a dei civili con delle “navi da guerra”? La cosa più assurda però è un’altra: le “navi da guerra” di Gheddafi sono molto probabilmente le motovedette che gli avevamo regalato noi con l’impegno da parte sua di usarle per tenere sotto controllo le coste libiche e bloccare l’esodo via mare di immigranti illegali verso Lampedusa e verso la Sicilia; che infatti si era fermato. Un blocco beninteso che si può anche fare efficacemente e senza costi umani innanzitutto fermando i barconi vuoti in arrivo più che i barconi pieni di emigranti in partenza. Tali barconi infatti sono vecchi motopescherecci comprati sempre più spesso altrove, che perciò giungono da fuori nei porti della riva sud del Mediterraneo che sono le basi di partenza di questo drammatico e vergognoso contrabbando di persone umane.
Perché gli aerei della Nato (speriamo che almeno non siano stati i nostri) sono andati ad affondare delle “navi da guerra” che al momento non facevano del male a nessuno e che invece, a crisi finita, avrebbero potuto riprendere il pattugliamento delle coste libiche? Speriamo che se non oggi almeno domani o dopodomani qualcuno ce lo sappia spiegare.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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