Libia: Bossi ne parla come se fosse al Bar Sport, ma ha ragione

LIBIA/ Bossi si allea con Gheddafi e “spacca” il PdL > Il Sussidiario, 20 giugno 2011

A Pontida Umberto Bossi ha chiesto a Berlusconi di porre fine alle missioni militari all’estero e ai bombardamenti sulla Libia; e dopo di lui Maroni ha ribadito con forza che fino a quando in Libia c’è la guerra non c’è nulla di concreto che si possa fare per fermare l’afflusso di immigranti illegali dalle coste libiche a Lampedusa. Come è nel linguaggio e nella cultura politica della Lega Nord tali richieste sono state tutte ancorate a esigenze immediate di ordine interno: rispettivamente l’urgenza di ridurre la spesa pubblica (le missioni militari all’estero costano centinaia di milioni di euro) e di dare risposta al disagio dei territori e dei ceti sociali che si trovano immediatamente a fare i conti con i problemi che l’immigrazione illegale provoca innanzitutto per motivi oggettivi, quali che siano le buone ragioni soggettive di questo tipo di immigrante. Come è nel linguaggio di Bossi, o più precisamente nel suo stile oratorio, tali richieste sono state espresse in quel modo grezzo e schematico che irrita molti, ma tanto piace al grosso dei suoi elettori.
Sarebbe però un errore ignorare per questo la sostanza delle questioni, sulle quali non si può non essere d’accordo. Rinviando a un’altra occasione un’analisi del problema dell’immigrazione illegale, che è ben più ampio e complesso di quanto di solito si vuol far credere, ci soffermiamo qui sui casi delle missioni militari e della Libia. E’ vero che le nostre missioni militari all’estero implicano dei costi umani e dei costi economici sproporzionati rispetto sia alle risorse del bilancio dello Stato italiano che a quelle che dovrebbero essere le priorità della politica estera di un Paese come il nostro. In quanto poi alla partecipazione alla guerra contro la Libia di Gheddafi (ma poi in realtà contro la Libia in quanto tale) siamo addirittura al paradosso: contribuiamo allo sforzo per provocare una destabilizzazione della quale, in quanto primo partner commerciale di Tripoli, saremmo poi i primi a fare le spese. Senza ridire qui in dettaglio quanto su Il Sussidiario abbiamo cominciato a scrivere sin dall’inizio della crisi libica, non possiamo però non sottolineare ciò che i fatti non smettono di confermare. Negli oltre quattro mesi già trascorsi da quando sono iniziati gli attacchi prima della Francia e poi della Nato “in difesa dei civili vittime delle repressioni di Gheddafi” la Libia ha già subito oltre 10 mila incursioni aeree; di recente fino al 60-80 incursioni al giorno. Le sua economia è bloccata; e anche quando finalmente finisse la guerra ci metterebbe parecchio tempo a riprendersi poiché i circa 3 milioni di immigrati stranieri che costituivano una parte decisiva della sua forza lavoro hanno lasciato il Paese (salvo eccezioni tra cui quella ammirevole del personale ospedaliero proveniente dalle Filippine e da altri Paesi arabi). Alla faccia della “difesa dei civili” in nome della quale si è fatta autorizzare dall’Onu a bombardare in Libia, la Nato punta ormai chiaramente a uccidere Gheddafi attaccando le sue residenze e i suoi rifugi con tutte le vittime civili che ne conseguono. A Bengasi i capi dell’insurrezione ricevono denari e armi che vanno poi in mano a milizie improvvisate. Si sta rifacendo al riguardo il grave errore che già si fece in Afghanistan: si disseminano armi delle quali poi si perderà il controllo e che andranno a costituire l’arsenale di chissà chi (in Afghanistan questo “chissà chi” furono i talebani) . Al di là dunque delle questioni di stile, i problemi di politica estera che Bossi ha posto a Pontida vanno considerati seriamente. Cercare alla crisi libica una soluzione per via militare non ha alcun senso. Percorrendo tale strada si va comunque a precipitare la Libia — come già avemmo occasione di scrivere — in una fase di grande instabilità, molto pericolosa per l’intera area mediterranea. Questo sia che Gheddafi venga spazzato via, sia che resti in sella ancora a lungo (come è possibilissimo). Occorre invece puntare decisamente sulla soluzione diplomatica. In questo la linea di Bossi e di Maroni trova un forte riscontro all’interno del PdL in Roberto Formigoni, come emerge chiaramente da una sua intervista (Formigoni: “Conflitto sempre più insensato. L’Italia lavori per ottenere il cessate il fuoco”) apparsa sabato su Avvenire, alla vigilia dell’assemblea leghista di Pontida .

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Libia: Bossi ne parla come se fosse al Bar Sport, ma ha ragione

  1. Giorgio Cavalli ha detto:

    Bisogna che Formigoni lanci un’offensiva politica culturalmente superiore a quella leghista, la quale odora ancora troppo, al di là del’intelligenza di Maroni, di “sacro egoismo” uguale e contrario a quello anglo-francese: da una parte vogliono il petrolio libico e la controbilanciatura sulla perdita della Tunisia, dall’altra parte si invoca “via gli stranieri”.
    Se Formigoni, come aveva già fatto a suo tempo per la guerra dell’Iraq, lanciasse una sfida ai pacifisti dormienti di sinistra, in nome non solo del freno agli sbarchi, ma dei diritti dell’uomo anche per la popolazione libica della Tripolitania, sia i leghisti che gli umanitari neo-imperialisti non potrebbero che riconoscere quantomeno la parzialità delle loro proprie posizioni. Non può trattarsi solo della dialettica italo-centrica Maroni-Frattini. Il vescovo di Tripoli, il papa, sono testimoni di un amore all’uomo per cui si può invocare “basta alle inutili stragi” anche quando non si abbia più a che fare soltanto con “scatoloni di sabbia” (come forse è ancora intesa invece la Siria dalla comunità internazionale).
    Forse dalla riscoperta della pace come amore della giustizia e della verità può anche ripartire quel nuovo “movimento popolare” invocato ora da più parti: un nuovo movimento popolare che sappia volare alto, al di là dei calcoli partitici e delle polemiche tutte provinciali di una italietta che guarda solo a se stessa. Un movimento polare mosso né da pragmatismo né da nuove utopie, ma piuttosto da un ideal-realismo, come ha detto recentemente Massimo Borghesi, che dalla reltà di esperienze solidali tragga una idealità alta per il bene comune.
    giorgio cavalli

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