Caccia a Gheddafi: adesso ci si mette anche la Corte internazionale dell’Aja

LIBIA/ Per far fuori Gheddafi la Corte internazionale dell’Aja si trasforma in Tribunale dell’Inquisizione, 28 giugno 2011

Il crescente imbarbarimento sostanziale delle relazioni internazionali ha fatto un ulteriore passo avanti l’altro ieri con il mandato di cattura spiccato dalla Corte internazionale dell’Aja contro il leader libico Muammar Gheddafi per “crimini contro l’umanità sotto forma di omicidi e persecuzione” e “atti inumani” commessi in Libia dal 15 febbraio ad almeno il 28 febbraio scorsi. La camera pre-processuale della Corte ( qualcosa di paragonabile al nostro giudice per le indagini preliminari, Gip), presieduta dal sudtirolese Cuno Tarfusser, ha così accolto la richiesta del procuratore-capo, l’argentino Luis Moreno Ocampo. Beninteso, Gheddafi è quello che è, ma a che cosa serve calare in un caso del genere la carta della giustizia penale? Seguendo il pessimo esempio italiano anche la Corte dell’Aja, in piena età post-moderna, si sta progressivamente trasformando in un laico Tribunale dell’Inquisizione; e senza neanche avere le giustificazioni storiche, e nemmeno le garanzie giuridiche (straordinarie per l’epoca), che ebbe a suo tempo la Santa Inquisizione. Almeno un quarto ahimè dei leader dei Paesi oggi membri dell’Onu potrebbero venire incriminati per gli stessi motivi addotti riguardo a Gheddafi. E non si tratta soltanto di personaggi impresentabili ma anche di capi di grandi democrazie se è vero come è vero che ad esempio i servizi segreti e le “forze speciali” degli Usa possono legittimamente avere la “licenza di uccidere” ovvero l’autorizzazione ufficiale a procedere ad omicidi politici, come anche di recente si è visto. Non è bello, ma è così; e la soluzione al problema non passa di certo attraverso l’estensione a questi ambiti di meccanismi giudiziari nati e cresciuti sostanzialmente a misura del diritto privato.
Anche se secondo il ministro Frattini il mandato di cattura contro Gheddafi “legittima ulteriormente l’assoluta necessità e l’alto valore della missione della Nato in Libia” è ormai chiaro a chiunque che i bombardamenti della Nato – in aperta violazione del mandato ottenuto dall’Onu — non hanno altra mira se non quella di uccidere Gheddafi, con tutti gli inevitabili “effetti collaterali” che inevitabilmente ne conseguono. Circola poi la notizia di unità di incursori militari inglesi e francesi sbarcati segretamente in Libia con l’incarico di scoprire dove il colonnello-dittatore si nasconda e di liquidarlo facendo eventualmente strage di familiari e altri civili che si trovassero con lui. E si tenga conto – giova ricordarlo – che non si è in guerra, ma si sta semplicemente facendo, come dice il presidente Napolitano, un’operazione di polizia internazionale. A che cosa serve invece tutto questo in realtà se non a complicare una situazione già abbastanza complicata? E’ ovvio che più si mette Gheddafi con le spalle al muro e meno diventa possibile una soluzione negoziata della crisi, una sua uscita di scena che non costi ben più lacrime e ben più sangue di quelli già sparsi in Libia “dal 15 ad almeno il 28 febbraio”.
Invece che mantenere la crisi libica sotto controllo in tutta la misura del possibile, mirando frattanto a giungere a una soluzione negoziata, l’Occidente, l’Europa, purtroppo compresa anche l’Italia, la stanno esasperando con iniziative tanto violente quanto sconclusionate. Tanto più nella condizione odierna, caratterizzata da una vasta e complessa interdipendenza reciproca di tutti gli Stati e di tutte le economie, tutta la pace possibile deve essere il metodo con cui affrontare le crisi in ogni loro fase; e non soltanto il fine ultimo, l’estremo traguardo (ormai sempre meno raggiungibile) cui forse arrivare a conclusione di una guerra, di un periodo di massimo attrito con tutte le lacerazioni umane, sociali ed economiche che ne conseguono. Dal caso di Israele e Palestina a quello dell’Afghanistan, e a tante altre interminabili crisi viene una lezione della quale sarebbe meglio tenere finalmente conto. Invece non solo non si cambia registro riguardo a tali conflitti, ma irresponsabilmente se ne va ad attizzare un altro nuovo nel bel mezzo della riva sud del Mediterraneo. E per di più adducendo nobili motivi.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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