Roma: senza stimoli all’economia e senza una riforma generale dello Stato la “manovra” servirà a ben poco

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano 1 luglio 2011

Il principale fatto nuovo che caratterizza la “manovra” cui sta lavorando il governo di Roma è che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ne esce comunque ridimensionato, o meglio riportato al suo ruolo di ministro, seppur importante, e non di premier parallelo. E’ stato infatti ripristinato quel principio della collegialità, in forza del quale ad esempio i tagli alla spesa dei vari ministeri deve essere decisi in sede di Consiglio dei ministri, e non più da Tremonti in modo insindacabile. Disponendo di un ministero che ha già di suo dei poteri sproporzionatamente vasti, e di fatto occupando spazi di potere che le difficoltà personali di Berlusconi avevano negli ultimi mesi lasciato scoperti, Giulio Tremonti si era lasciato prendere la mano. L’uomo ha, come tutti possono vedere, un’altissima considerazione di se stesso. Tale autostima finisce però per giocargli dei brutti scherzi: lo induce cioè a convincersi che si possa mettere a posto ogni cosa a partire dal ruolo che egli stesso in quel momento ricopre e dal posto dove egli in quel momento si trova. Osserviamo per inciso che ciò è agli antipodi del principio federale, che si fonda invece sull’idea che a ogni livello di governo corrispondano distinte competenze e quindi distinte responsabilità; e che, salvo prova contraria, ogni livello di governo abbia il diritto e il dovere di fare sovranamente quanto gli compete.
Tremonti fa il federalista quando è a Sondrio, la città dove è nato e cresciuto, il regionalista quando è a Milano, e il centralista quando è a Roma. Perciò era davvero sorprendente la sua lunga intesa con Umberto Bossi, che ora infine appare incrinata. E stando a Roma si è convinto che la soluzione del problema numero uno dello Stato italiano, ossia un debito pubblico complessivo pari al 120 per cento del prodotto interno lordo, si possa risolvere tirando soltanto le leve che ha in mano lui, ossia il fisco e il meccanismo di distribuzione delle risorse ai ministeri e alle altre pubbliche istituzioni. In realtà non è così: se insieme a tali leve non si agisce anche su quella dello sviluppo si strozza l’economia, e quindi pure la possibilità stessa di continuare a procedere nella riduzione del debito; inoltre se non si mette mano a una rigorosa riforma generale dell’amministrazione dello Stato (oggi tanto elefantiaca quanto in larga misura inefficiente) l’esperienza dimostra che poi comunque la spesa cresce. Di per sé tuttavia l’uso combinato di tutte le varie leve è per statuto nelle mani del Premier, di cui i ministri dell’Economia e delle Finanze, e rispettivamente dello Sviluppo Economico, dovrebbero essere le due braccia. Il Premier in persona dovrebbe poi impegnarsi nella riforma generale dell’amministrazione, questione-chiave che invece né maggioranza né opposizione osano porre poiché entrambe temono il peso elettorale dei 300 mila tra impiegati statali romani e loro famiglie. Negli ultimi tempi invece in Italia si agitava un solo braccio, quello sempre più roteante e minaccioso costituito da Tremonti, come bene si sa anche a queste latitudini. Dentro la maggioranza di governo il disagio era ormai crescente, ma è divenuto irrefrenabile dopo che nel recente turno di votazioni comunali e provinciali anche la Lega Nord è stato clamorosamente “punita” dai suoi elettori. Da allora contro Tremonti è sceso in campo anche il suo vecchio amico e grande protettore Umberto Bossi. Non a caso la “manovra” (termine oscuro con cui si indica in Italia una combinazione di tagli alla spesa e di nuove imposte, confusa quanto basta perché non sia facile distinguere le prime dalle seconde ) implicherà di sicuro delle notevoli modifiche a una delle norme più odiose imposte da Tremonti ai Comuni e agli altri enti di governo sub-nazionali: i cosiddetti “tagli lineari”, ossia delle riduzioni della spesa fissate da Roma nella stessa misura per tutto il Paese che bloccano risorse tanto degli enti di governo con i conti a posto quanto degli enti di governo in passivo o in dissesto. Sono le norme in forza delle quali tanti Comuni del Nord non possono spendere dei soldi che hanno in cassa. E lo stesso dicasi di Regioni come la Lombardia.
A parte questo, che è giustamente importante per i territori interessati, rispetto alla realtà dei fatti e agli impegni presi con l’Unione Europea la “manovra” che si prospetta è insufficiente nella sostanza poiché non punta in alcun modo a stimolare lo sviluppo, ma soltanto a ridurre la spesa pubblica. L’Italia si è impegnata con l’Ue a raggiungere entro il 2014 il pareggio del bilancio annuale dello Stato al netto del costo del debito pubblico, nonché a ridurre in vent’anni il debito pubblico dall’attuale 120 al 60 per cento del prodotto interno lordo, Pil. Anche solo per tener fede al primo e più immediato dei due impegni si dovrebbe tagliare la spesa pubblica di circa 60 miliardi di euro entro il 2014 (dunque ben più dunque dei 47 stabiliti con la “manovra”): un’operazione possibile senza sconquassi con buone probabilità di successo soltanto potendo disporre di un’amministrazione statale proporzionata, flessibile ed efficiente che invece non c’è. Inoltre, se comunque non si stimola con detassazioni mirate una correlativa crescita dell’economia privata, tale minore spesa nella misura in cui si attua si risolve in un impoverimento ulteriore del Paese. Nella progettata “manovra” c’è poi anche la relativamente piccola furbizia che consiste nel rimandare il grosso dei tagli (40 miliardi di euro) al 2013 e soprattutto al 2014 scaricandoli insomma sulle spalle della prossima legislatura, sulle spalle del governo che uscirà dalle votazioni in calendario per il 2013. Al di là di questo tuttavia la questione di fondo è appunto un’altra. Ancora una volta non si osa mettere mano a quelle riforme fondamentali di cui l’Italia ha sempre più bisogno per lasciare finalmente la via del declino in cui si sta incamminando. A loro tempo non le fecero né Prodi, né D’Alema, adesso non le sta facendo Berlusconi. Chi mai infine le farà prima che sia davvero troppo tardi?

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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