Europa sì, ma quale?

Prisma/nuova serie n. 38, 9 luglio 2011

L’Italia è un Paese fondatore del processo istituzionale infine sfociato nell’Unione Europea; e senza l’Italia l’Europa in quanto tale non esisterebbe nemmeno dal momento che il grosso delle radici dell’identità europea sta qui da noi. Quindi non si capisce come mai non passi settimana senza che qualche politico ci venga a dire che rischiamo di uscire o non riusciamo a entrare in Europa se non facciamo questo o quello. Oppure che dobbiamo fare questo o quello perché “ce lo chiede l’Europa”. E’ irritante ma significativo il miscuglio di estraneità e di soggezione che caratterizza l’atteggiamento dell’Italia ufficiale nei confronti dell’Unione Europea: da un lato la si vive come una realtà esterna sulla quale non possiamo influire, e dall’altro come la fonte di decisioni insindacabili. Nella misura in cui funziona, questo strano binomio diventa anche una comoda scorciatoia (anti-democratica) per un governo o un ministro che vogliano procedere a scelte impopolari. Il ritornello “ce lo chiede l’Europa” diventa allora un modo per sottrarsi all’obbligo democratico di spiegare al popolo i motivi delle proprie intenzioni e al dovere di ottenere il consenso in forza di essi.
Al di là di tutto ciò tale atteggiamento è il riflesso del un luogo comune della vera “razza padrona” del nostro Stato, ossia quella borghesia laica di matrice risorgimentale che si è inventata l’Italia politica, se l’è fatta e tuttora si tiene stretta buona parte dei suoi gangli fondamentali; riemergendo ogni volta indenne nei più diversi regimi, maggioranze e stagioni storiche. Mi riferisco al luogo comune secondo cui l’Italia, essendo rimasta cattolica, si è perciò precluso l’ingresso nella vera e compiuta modernità. In questa prospettiva le istituzioni europee sarebbero una nuova occasione da non perdere che il nostro Paese avrebbe di diventare davvero moderno, davvero “normale” omologandosi al Nord Europa di tradizione protestante. Purtroppo per chi aveva puntato su questa carta l’Unione Europea sta andando a pezzi. E l’unico modo per tentare di salvarla sarebbe quello di rifondarla ab imis ripartendo dalle idee dei grandi fondatori Adenauer, Schuman e De Gasperi (non a caso tutti e tre cattolici, e tutti e tre nati e cresciuti in terre e in contesti lontani dell’Europa dei nazionalismi) lasciandosi invece alle spalle l’ideologia tecnocratica di matrice massonica che si è imposta a Bruxelles negli ultimi venti – venticinque anni.
Tutto questo però presuppone che dall’Italia venga un’iniziativa politico-culturale forte di riforma dell’Unione Europea sulla quale non dovrebbe essere difficile trovare alleati soprattutto nella Polonia e nei Paesi mittel-europei, giunti nell’Unione al compiersi di un processo di emancipazione da un potere autoritario, quello sovietico, che nella sua ispirazione più profonda non è poi così lontano dal sogno tecnocratico “illuminato” dei trattati di Maastricht con tutto ciò che ne è derivato fino ad oggi.
Sino ad oggi le istituzioni europee hanno continuato a procedere sulla via del potere tecnocratico, ben o male oliato da forme di “partecipazione” tanto macchinosa quanto irrilevante, usando di un trucco che ricorda quello a suo tempo usato con successo nel Risorgimento da Cavour: quello secondo cui chi era contro la sua idea di Italia veniva spacciato come un nemico dell’Italia in quanto tale. Così adesso chi è contro la loro idea di Europa viene fatto passare per anti-europeo tout court. Occorre invece respingere con forza tale imposizione e affermare l’urgenza dell’apertura di una grande dibattito politico sul tema “Europa sì, ma quale?” il cui obiettivo non possono più essere dei riaggiustamenti di un meccanismo che non funziona più bensì appunto una rifondazione dell’Unione Europea. In sede istituzionale il punto di coagulo naturale e naturalmente più autorevole di un tale processo sarebbe il Parlamento Europeo proprio in forza di ciò che lo rende debole nello statu quo, ossia le sue fluide e poco definite competenze. Sarà mai possibile?

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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