Lodo Mondadori: non la lotta della luce contro le tenebre, ma una battaglia politica con mezzi giudiziari a nostre spese

Giornale del Popolo, Lugano, 11 luglio 2011

Venerdì scorso 9 luglio la Corte d’Appello di Milano ha sentenziato che la Arnoldo Mondadori Editore di Silvio Berlusconi deve pagare 560 milioni di euro per danni alla Cir di Carlo De Benedetti. Ieri lunedì, quando la Borsa di Milano ha riaperto, ci si attendeva ovviamente che il valore delle azioni della prima scendesse e invece quello delle azioni della seconda salisse. Invece, pur nel quadro di una complessiva flessione dell’intero listino, entrambe le aziende hanno perso punti. In quella che, dal nome del comune alle porte di Milano ove la Mondadori ha sede, i cronisti hanno chiamato la “guerra di Segrate” (e il cui episodio-chiave è il cosiddetto “lodo Mondadori”) non vince nessuno, ma anzi perdono tutti; e più in generale perde l’economia italiana. Questo è insomma il giudizio che a quanto pare il mondo della finanza giustamente dà dell’episodio. Ed è proprio così: che infatti due tra i maggiori gruppi industriali italiani si confrontino non sul mercato ma nei tribunali è un segnale negativo in sé, quale che sia l’esito di questo “braccio di ferro” che dura del 1987-88. Fu infatti in quegli anni che Carlo De Benedetti si inserì abilmente nel conflitto tra gli eredi di Arnoldo Mondatori, morto nel 1971, puntando così ad assumere il controllo di un gruppo editoriale che, comprendendo allora anche il quotidiano la Repubblica con la rete di giornali locali ad essa collegata e il settimanale L’Espresso, controllava in pratica l’intera stampa italiana di opinione salvo il Corriere della Sera.
Prima e più ancora che patrimoniale, tale conflitto era di matrice politica. Arnoldo Mondadori, fondatore del gruppo che da lui aveva preso nome, era un industriale della carta stampata senza preferenze politiche, il quale era riuscito ad andare d’accordo sia prima con D’Annunzio e con Mussolini sia poi con Elio Vittorini e con il Partito Comunista Italiano, Pci. Nella generazione successiva invece solo il figlio maggiore, Giorgio, era su questa posizione mentre tutti gli altri simpatizzavano più o meno radicalmente per la sinistra, per il Pci, di cui Carlo De Benedetti era il maggior referente nel mondo della grande industria (come oggi continua ad esserlo per le forze politiche in vario modo sue eredi).
Di fronte alla “scalata” cui De Benedetti aveva dato inizio, gli eredi Mondadori di orientamento liberale chiesero allora l’aiuto di Berlusconi. Tra questi il nipote di Arnoldo, Leonardo Mondadori, che nel 1988 gli vende la sua quota del capitale del gruppo. Frattanto altri eredi Mondadori prendono le distanze da De Benedetti finché nel gennaio 1990 Berlusconi diviene presidente del grande gruppo editoriale. A questo punto però De Benedetti si fa forte di un accordo siglato pochi mesi prima con cui diversi eredi Mondadori ( nell’insieme detentori della maggioranza del capitale del gruppo) si erano impegnati a vendere a lui i propri pacchetti azionari entro il 30 gennaio 1991. La Fininvest di Berlusconi e la Cir di De Benedetti concordano allora di risolvere la questione facendo ricorso ad un arbitrato. Gli arbitri siglano un “lodo”(così si chiamano le loro decisioni conclusive) nel quale si dà ragione a De Benedetti. Berlusconi e gli eredi Mondadori divenuti suoi alleati impugnano però tale lodo davanti al tribunale di Roma, che il 24 gennaio 1991 dà loro ragione annullandolo. Di fronte alla rilevanza anche politica della questione il capo del governo italiano dell’epoca, Giulio Andreotti, interviene patrocinando un compromesso in base al quale L’Espresso, la Repubblica e i quotidiani locali ad essa collegati vanno alla Cir di De Benedetti mentre Berlusconi conserva tutto il resto della Mondadori, compreso quindi il settimanale Panorama.
Tale accordo non chiude tuttavia la questione. Nel 1996 infatti i pubblici ministeri Ilda Boccassini e Gherardo Colombo avviano un’inchiesta mirante a dimostrare che i giudici i quali hanno annullato il lodo Mondadori erano stati corrotti da Berlusconi. La sentenza di venerdì scorso è l’esito più recente di tale procedimento. Adesso c’è il problema del pagamento immediato di questa ingente cifra, che nel diritto civile italiano è già dovuta anche se la sentenza non è ancora “passata in giudicato” (ovvero non è stata ancora confermata anche dalla Corte di Cassazione). Si tratta di una cifra enorme, tale da pesare duramente anche sull’equilibrio finanziario di un gruppo in ottima salute come la Fininvest. Berlusconi ha tentato di venirne fuori con un gesto assai maldestro: ha fatto inserire di soppiatto nel progetto di Legge Finanziaria (una specie di legge di bilancio sui generis dello Stato italiano) una norma in forza della quale i risarcimenti per danni di grande entità sarebbero stati dovuti soltanto al termine dell’iter giudiziario. Travolto dalle proteste suscitate da tale iniziativa, Berlusconi l’ha poi fatta togliere dal progetto di legge, ma ha anche detto che intende proporla come emendamento in sede di dibattito parlamentare.
Stando così le cose, facciamo – senza pregiudizio per la valutazione delle varie eventuali responsabilità penali e civili personali – qualche considerazione conclusiva riguardo alla sostanza politica della questione. Lo scontro tra De Benedetti (tra l’altro residente nei Grigioni e cittadino svizzero dal 2009) e Berlusconi non è la lotta della luce contro le tenebre, bensì un aspetto importante del confronto in Italia fra centro-sinistra e centro-destra. Dando al primo il gruppo Espresso-Repubblica e al secondo il gruppo Mondadori, l’accordo patrocinato da Andreotti nel 1991 l’aveva già risolto in modo equilibrato. A che cosa serve allora il ciclo di avvenimenti messo in moto nel 1996 dalle inchieste di Ilda Boccassini e di Gherardo Colombo se non a creare ulteriore instabilità in una situazione politico-economica già abbastanza delicata, nonché a fare grave danno a una grossa azienda come la Fininvest, che dà lavoro a migliaia di persone e che è forse l’unico grande gruppo industriale italiano oggi in buona salute?

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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3 risposte a Lodo Mondadori: non la lotta della luce contro le tenebre, ma una battaglia politica con mezzi giudiziari a nostre spese

  1. Ars Longa ha detto:

    Gentile Ronza, mi pare che la sua ricostruzione abbia sorvolato su un punto nodale della vicenda. La sentenza della Cassazione del 2007 ha condannato il giudice relatore Metta (protagonista dell’annullamento del lodo) a 2 anni e 9 mesi riconoscendone la colpevolezza e stabilendo che fu corrotto per una ingentissima somma di denaro. Qualsiasi accordo politico (anche se patrocinato da un uomo della levatura di Giulio Andreotti) in presenza della corruzione di un giudice oltre che perdere di valore perde anche di senso. La causa civile riguarda l’emergere del danno economico causato essenzialmente dall’illecito annullamento del lodo. Illecito perché ottenuto attraverso la decisione di un giudice riconosciuto corrotto appunto dalla Cassazione. Non si vede perché la CIR in sede civile si sarebbe dovuta accontentare delle decisioni patrocinate da Andreotti nel 1991. Decisioni accettate dalla CIR prima che venissero a galla le “magagne” del caso Metta. Mi permetto di notare che la buona salute della Fininvest probabilmente è stata ottenuta – anche – grazie al possesso della Mondadori. Possesso che – in base alle evidenze processuali – non definirei a questo punto trasparente. Ilda Boccassini e Gherardo Colombo mi pare abbiano fatto niente altro che il loro dovere. Ridurre la vicenda al semplice scontro politico rischia di mettere in ombra una lunga storia di malaffare e corruzione. Certamente la vicenda oggi può anche essere letta come parte di uno scontro politico ma non può essere – a mio modesto avviso – catalogata soltanto come tale. A guardare il calendario tutto cominciò molto prima che Silvio Berlusconi scendesse in campo e le logiche che governarono l'”affaire” furono quelle del 1989-1990. Non certo quelle del 2011.

    • Robi Ronza ha detto:

      Come si può rilevare da quanto tra l’altro scrivo (“senza pregiudizio ecc…”) in questa mia nota, non ho inteso prescindere da tale aspetto della questione affisandomi però sulla sua sostanza politica. E tale sostanza continua a sembrarmi quella che ho detto. In quanto ai due magistrati, una cosa è fare il proprio dovere e un’altra è pretendere di risanare il mondo con mezzi giudiziari, e per di più in ultima analisi puntando sempre e comunque il dito accusatore contro una sola persona. Le dimensioni della Fininvest sono tali, osservo infine, che la Mondadori ne costituisce un elemento importante più in termini politico-culturali che in termini economici.

      • Ars Longa ha detto:

        Gentile Ronza. Grazie per la risposta. Tuttavia – come immagina – dissento dal suo punto di vista. Ci sono due piani della questione che si intersecano tra loro. Il piano giudiziario e il piano politico. Scinderli – a mio avviso – non aiuta a comprendere appieno il problema. Di fatto lei sostiene che l’inchiesta aperta dai giudici mira a “creare ulteriore instabilità in una situazione politico-economica già abbastanza delicata, nonché a fare grave danno a una grossa azienda come la Fininvest, che dà lavoro a migliaia di persone”. Obietterei che anche la CIR è una grossa azienda che da lavoro a migliaia di persone e non riesco a capire perché non si consideri il danno subito da questa azienda come altrettanto significativo. Nell’intero affare la sostanza politica emerge solo laddove e se si accantona quella giudiziaria. Io trovo che quanto fatto dai giudici milanesi nel caso Fininvest-CIR non possa ricondursi ad una volontà di “risanare il mondo con mezzi giudiziari” ma ad un più semplice esercizio di un dovere d’ufficio in presenza di reati che sono stati ampiamente ddimostrati. La sostanza politica dell’affaire si potrebbe leggere – all’opposto di quanto lei fa – nella dimostrazione che si può “scendere in campo” anche utilizzando mezzi e metodologie che, nella migliore delle ipotesi, potremmo definire discutibili.

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