Kosovo: perché oggi alle guerre non segue quasi mai la pace bensì dei dopoguerra interminabili

Prisma/nuova serie n. 39, 29 luglio 2011

Gli incidenti di qualche giorno fa alla frontiera tra Serbia e Kosovo, in cui sono stati coinvolti anche reparti delle truppe  in missione di pace ancora di presidio sul posto, sono venuti a ricordarci che pure in questo caso alla guerra non ha fatto seguito la pace  bensì un dopoguerra tendenzialmente interminabile. E’ questa purtroppo una caratteristica comune a quasi tutti i conflitti scoppiati dopo la fine della seconda guerra mondiale su cui varrebbe la pena di cominciare a interrogarsi. Non si tratta infatti di una circostanza casuale inspiegabile bensì della conseguenza di una certa “filosofia” delle relazioni internazionali ostile all’idea della conferenza fra tutte le parti coinvolte in un conflitto che sfocia poi in uno o più trattati di pace, e quindi nel ristabilimento degli equilibri nell’intera area che vi è stata coinvolta: in questo caso l’area l’intera ex-Jugoslavia.  Per impulso principale degli Stati Uniti e di altre potenze occidentali, sia in questo che in altri casi si è preteso di sciogliere i nodi ad uno ad uno, evidentemente ritenendo che ciò lasci maggiore possibilità di manovra alle grandi potenze. Il risultato però è che l’equilibrio complessivo non viene ristabilito, e tutto resta in piedi, finché resta in piedi, solo grazie alla presenza di guarnigioni straniere e all’invio di ingenti aiuti economici: uno stato di cose a causa del quale la dipendenza dall’esterno, lungi dal diminuire, non cessa anzi di crescere.

Alla base dei recenti scontri è la sospensione dell’interscambio commerciale tra Serbia e Kosovo. Il casus belli è stato il rifiuto di Belgrado di lasciar entrare in Serbia prodotti con la scritta “Made in Kosovo”, cui hanno seguito ritorsioni fino all’incendio di edifici doganali del Kosovo ad opera di gruppi di serbi-kosovari. Dove prima c’era comunque uno spazio economico continuo, con la fine della Jugoslavia si è formato un inefficiente mosaico di piccoli mercati asftittici cui solo il contrabbando finisce per dare un po’ di respiro (che però è fatalmente un respiro avvelenato) . E ciò proprio mentre la caduta della Cortina di ferro creava le condizioni per la riapertura dei grandi itinerari storici del bacino del Danubio. Inutilmente da varie parti si era suggerito che non ci si precipitasse a dare riconoscimento internazionale all’indipendenza del Kosovo, e la si mantenesse invece a livello di statu quo riservandosi di risolvere il problema al momento dell’ingresso coordinato nell’Unione Europea di tutti i Paesi dell’ex-Jugoslavia che ne sono ancora fuori nonché dell’Albania. In quel momento, quindi nel quadro di una prospettiva di sviluppo condiviso, si sarebbero potuti chiedere sacrifici a chi li si dovevano chiedere, ma senza frantumare lo spazio economico e  potendoli accompagnare con contropartite che li rendessero politicamente accettabili. Questo avrebbe potuto essere un grande obiettivo della politica estera italiana. In quanto grande vicino dei Paesi balcanici noi non abbiamo alcun interesse a che alle tensioni nell’area vengano date soluzioni di forza, che alimentano rancori poi sempre pronti ad esplodere. Ora tutto è più difficile, ma se si vuole che nell’area si passi dalla tregua armata alla pace, e dal ristagno allo sviluppo, occorre cominciare finalmente a fare adesso quel che avremmo dovuto già fare vent’anni fa. E’ tardi, ma più il tempo passa e peggio è. Quindi non c’è alternativa.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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