“Manovra”: perché ancora una volta la montagna ha partorito un topolino

Giornale del Popolo, Lugano, 8 settembre 2011

L’altro ieri a Roma il Senato ha votato la “manovra” sulla quale il governo aveva posto la fiducia. Obiettivo: giungere entro il 2013 al pareggio del bilancio dello Stato, che in Italia contiene anche quella massima parte della spesa di Comuni, Province e Regioni che consiste in “trasferimenti” ovvero in fondi che  essi ricevono dal governo nazionale (nel caso delle Regioni innanzitutto le spese per la sanità, che equivalgono a una percentuale compresa fra il 70 e oltre l’80 per cento dei loro bilanci). Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato i disegni di legge costituzionale per la soppressione delle Province e per l’inserimento nella Costituzione di una norma che farebbe del pareggio del bilancio dello Stato un obbligo costituzionale.

La “manovra” consiste per il 65 per cento, 36 miliardi, in un aumento delle imposte mentre i tagli alla spesa ammontano soltanto a 18 miliardi di euro. L’aliquota ordinaria dell’IVA (che in Svizzera è attorno all’8 per cento) passa in Italia dal 20 al 21 per cento! Questo dovrebbe assicurare allo Stato entro il 2014 oltre 12 miliardi e mezzo di euro in più. Si tratta in pratica di un’imposta sul Nord, e in particolare sull’industria del Nord, dal momento che nel Sud l’evasione da questa imposta è enorme. Tanto per fare un caso: va a colpire ulteriormente quel che resta in Italia della produzione auto della Fiat, per la quale sarebbe abbastanza facile spostare  le catene di montaggio che ancora restano da noi negli stabilimenti  che ha   in Polonia, dunque dentro l’Unione Europea, dove sia il costo del lavoro che l’IVA sono molto più bassi. Ed è molto probabile che a Torino qualcuno già ci stia ragionando sopra. Altri 16 miliardi dovrebbero poi venire da una “riforma fiscale e assistenziale” di cui nulla di preciso si sa.  Insomma il fumo è molto  ma l’arrosto è ben poco.

Veniamo ai disegni di legge costituzionale: le Province dovrebbero sparire ma le loro competenze e il loro personale verrebbero ereditati dalle “città metropolitane” e rispettivamente da unioni di Comuni create per “l’esercizio di funzioni di governo di area vasta”. Nel disegno di legge si stabilisce che da tale riforma dovrebbe derivare in ogni Regione “una riduzione dei costi complessivi degli organi politici e amministrativi”. Una riduzione in che misura? Il disegno di legge non dice niente al riguardo. In quanto poi all’introduzione dell’obbligo costituzionale al pareggio di bilancio vale la pena di ricordare che dal 1948 nella Costituzione italiana c’è un articolo con cui si stabilisce che per ogni legge deve essere accertata e fissata la relativa copertura. Ciò non ha tuttavia impedito che si arrivasse alla situazione in cui ci si trova adesso dal momento che dal 1948 ad oggi tacitamente tutte le maggioranze e tutte le opposizioni sono state sempre d’accordo nel farsene un baffo. Il problema è che i nodi che stanno venendo al pettine sono tali da non poter essere sciolti con decisioni improvvisate e studiate in fretta e male. Facciamo il caso serio dell’amministrazione statale, che è un baratro di sprechi e di inefficienza. La questione si può risolvere soltanto con una sua riforma generale ben studiata, e non tagliando qua e là in quattro e quattr’otto. Esemplare è poi la vicenda delle Province: riformarle organicamente potrebbe dare dei grossi risultati. Pretendere invece di abolirle d’un colpo ha come inevitabile conseguenza che tutto il loro personale non può che venire passato in blocco alle eventuali future “città metropolitane” e alle eventuali future “aree vaste”. Senza alcun risparmio se va bene, ma molto più probabilmente addirittura con un aumento della spesa.

In effetti alla radice di questa incapacità di fare riforme è una questione di filosofia politica, se non di filosofia tout court. In Italia alla  base del rapporto tra istituzioni pubbliche e cittadino c’è la sfiducia a priori delle prime verso il secondo, considerato in linea di principio un disonesto e un irresponsabile. Da questi presupposti deriva a cascata una serie di conseguenze che giocano a favore dell’eccesso di tassazione e della continua crescita di meccanismi di controllo sempre più pesanti e ciononostante sempre meno efficaci. Fino a quando non si arriverà ad incidere sulla situazione a questi livelli ogni “manovra” finirà sempre per essere come le grida di manzoniana memoria.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a “Manovra”: perché ancora una volta la montagna ha partorito un topolino

  1. p@t ha detto:

    condivido tutto quanto scritto… dall’inizio alla fine…
    quanto all’abolizione delle province (quando se ne è iniziato a parlare) ricordo che il mio primo pensiero è stato “ma questa è una bufala… tutto il personale dipendente dove va a finire? ” e la risposta immediata e logica che mi sono data è ovvia… e io non sono al governo del Paese!

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