11 settembre dieci anni dopo: l’ennesima replica di un vano spettacolo e un inutile fiume di luoghi comuni

Prisma/nuova serie n. 40, 10 settembre 2011 

Dal termine della guerra di secessione fino all’attacco dell’11 settembre 2001, dunque per quasi un secolo e mezzo, gli Stati Uniti avevano sempre combattuto  sul territorio di altri Paesi, senza mai divenire teatro di operazioni militari. Perciò l’indisturbato attacco aereo dell’11 settembre  su New York e su Washington – compiuto usando con perfida genialità come missili degli aerei di linea dirottati guidati da terroristi suicidi — ebbe un così grave effetto psicologico sugli americani, e conseguentemente anche nel resto del mondo: perché poneva drammaticamente fine a una situazione tipica dei paesi imperiali, quella di  ritenersi e di essere ritenuti intoccabili. L’episodio si potrebbe in questo senso paragonare all’effetto che nel 410 ebbe nel mondo antico la notizia del sacco di Roma  da parte dei Visigoti di Alarico. Per venire a un episodio analogo ben più vicino a noi, ossia i bombardamenti nazisti su Londra nella seconda guerra mondiale, varrebbe però la pena di fare un confronto tra la mobilitazione morale con cui reagirono allora gli inglesi e il disorientamento che dopo l’11 settembre attanagliò invece a lungo gli americani.

La morte violenta di quasi 3 mila civili disarmati, aggrediti e colpiti all’improvviso mentre erano tranquillamente in viaggio o al lavoro, fu una tragedia epocale che non può certo venire sottovalutata. Ciò fermo restando, da un punto di vista socio-economico l’entità del danno obiettivo fu relativamente modesta considerate le dimensioni dell’economia degli Stati Uniti. Al di là di esso, che in quanto tale sarebbe stato facilmente sostenibile, pesò piuttosto la sorpresa di un attacco di livello militare  venuto da un soggetto non-statuale, che non aveva né territorio, né popolazione, né forze armate. Contro la guerra portata da altro Stato — ovvero da un soggetto con un suo territorio, una sua popolazione e delle sue forze armate — qualsiasi  grande o piccola potenza sa che cosa si può fare. Con perfida genialità, dicevamo, Osama Bin Laden fece agli  Usa una guerra di tipo totalmente nuovo, contro la quale né Washington né qualsiasi altra potenza potevano essere preparati.

Dieci anni dopo possiamo dire ad alta voce quanto cercavamo di dire anche allora, ma suscitando scandalizzate reazioni. Il terrorismo, per clamoroso e sanguinario che sia, è comunque come il leone scappato dal circo. E’ un pericolo mortale per i passanti che incontra, ma non per tutta quanta la città. Alla fine il leone non si mangia la città, è la città che si mangia il leone. Fu così per gli anarchici nel secolo XIX, per le Brigate Rosse negli anni 70-80 del secolo scorso, e per Al Qaeda in questo inizio del secolo XXI. Oggi infatti, a dieci anni da quell’11 settembre, il pericolo costituito dal terrorismo islamista è ormai ridotto a dimensioni sostenibili. Questo non significa beninteso che sia stato eliminato del tutto, ma ciò vale per qualunque genere di rischio: il non plus ultra nel campo della sicurezza del volo non elimina in via assoluta l’eventualità del disastro aereo; il corpo dei vigili del fuoco più efficiente ed efficace che si possa immaginare non ci mette in salvo per sempre dagli incendi.

Resta però pur vero che gli attacchi dell’11 settembre hanno chiuso un’epoca nel campo delle relazioni internazionali. L’episodio ha definitivamente dimostrato che la supremazia militare non è più garanzia di sicurezza. Gli Stati Uniti dispongono di un’enorme forza militare, di gran lunga maggiore di quella di tutto il resto del mondo messo insieme. Ciononostante nel mondo in cui viviamo questa enorme forza militare sta diventando anacronistica. Rispetto alla complessità delle relazioni internazionali nell’epoca della globalizzazione è come se fosse una clava. Avendo reagito in modo scomposto all’11 settembre non nelle forme adeguate al caso ma con  l’unico tipo di guerra che gli Usa erano preparati a fare, ossia quella contro gli Stati, George W. Bush  ha attaccato e invaso l’Afghanistan e l’Iraq aprendo così un  vaso di Padora che ancora non si è chiuso. Le invasioni di questi due Paesi, con tutto ciò che ne è derivato, non solo non sono state di aiuto nella lotta contro Al Qaeda, ma anzi l’hanno complicata.

Oggi il rischio del terrorismo islamista – ridotto ma persistente, come dicevamo – è soltanto uno tra i maggiori problemi planetari del nostro tempo, forse nemmeno il più grave. Sono certamente più gravide di possibili drammatiche conseguenze la crisi economica internazionale e l’eventuale bancarotta di quel crescente numero di Stati su cui il debito grava tanto da rendere sempre meno praticabile qualsiasi adeguata politica di sostegno alla crescita. Ci si deve piuttosto dispiacere che lo shock degli attacchi dell’11 settembre 2001 non stato sin qui spunto per l’avvio corale di un’opera di autentica rifondazione della nostra civiltà, cui Giovanni Paolo II e adesso Benedetto XVI richiamano con fede e speranza, ma sin qui senza trovare proporzionata eco. Come dieci anni fa così  anche in questi giorni il ridondante, continuo scorrere delle immagini che si rincorrono da un canale televisivo all’altro, e del fiume di luoghi comuni che le accompagna, produce solo un effetto di vana spettacolarizzazione, e niente più.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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