CGIL e Confindustria: un’alleanza paradossale ma significativa

La Bussola Quotidiana, editoriale,  10 ottobre 2011

La CGIL ha indetto per il prossimo 21 ottobre otto ore di sciopero nazionale per protestare, fra l’altro, contro la decisione della Fiat di lasciare la Confindustria. Il principale sindacato storico dei lavoratori scende in campo insomma in difesa della principale organizzazione di rappresentanza degli imprenditori, cioè contro chi in teoria dovrebbe essere il suo maggiore antagonista. Il proverbiale marziano appena sbarcato in terra dal suo proverbiale disco volante alla notizia non si raccapezzerebbe. Gli occorrerebbero parecchio tempo e pazienza per capire le ragioni di un paradosso che si spiega soltanto ripercorrendo le tappe di una storia che comincia con il fascismo e poi – complice anche ma non solo la Guerra fredda — continua pari pari con la Repubblica. In forza del modello corporativo imposto da Mussolini alle relazioni sindacali, nell’Italia fascista i contratti di lavoro venivano siglati appunto da “corporazioni” di lavoratori e rispettivamente di imprenditori che per legge rappresentavano la totalità dei primi e dei secondi. Evidentemente la cosa era piaciuta agli “addetti ai lavori” tanto e vero che, malgrado lo storico passaggio dalla dittatura alla democrazia e dalla monarchia alla repubblica, la Costituzione del 1948 sancì la persistenza di tale meccanismo seppur in modo formalmente più democratico. Stabilì infatti  che i contratti sottoscritti dai sindacati “più rappresentativi” sarebbero stati validi erga omnes , ovvero per tutti, quindi anche per coloro che non ne erano membri. Restava da vedere come stabilire quali fossero tali sindacati, ma la soluzione venne risolta concordando a priori che erano le tre centrali sindacali  vicine ai maggiori partiti dell’epoca, ovvero la CGIL vicina al Pci e al Psi, la CISL vicina alla DC e la UIL, vicina ai socialdemocratici e ai repubblicani. In alcuni settori del mondo del lavoro ciò non era vero (ad esempio nella scuola) e in seguito divenne sempre meno vero anche altrove, ma non importava. Si impose così, anche se era vietato dirlo, un sistema neo-corporativo e perciò molto costoso le cui spese venivano e in parte tuttora
vengono scaricate sullo Stato. Si ricordano spesso al riguardo gli ingenti sussidi statali alla Fiat, ma non vanno dimenticati gli altrettanto ingenti sussidi  statali ai sindacati; principalmente in forma di finanziamento dei loro servizi di patronato per i lavoratori, per di più ormai da diversi anni divenuti non più gratuiti come erano in origine ma a titolo oneroso per chi se ne avvale. Marchionne —  nato in Italia, cresciuto in Canada e oggi
residente in Svizzera – è un marziano di nuovo tipo, un marziano dell’epoca della globalizzazione che non solo forse non sapeva la storia di cui sopra ma che, quando gliel’hanno spiegata, ha detto chiaro da subito che non ci stava e che quindi non ne avrebbe tenuto il minimo conto. Considerato che il vecchio sistema neo-corporativo era ormai il relitto di un’epoca tramontata, sia la Confindustria che i sindacati storici avrebbero fatto bene a cogliere l’occasione al balzo per sviluppare un nuovo modello di relazioni industriali non più all’ombra di un patrocinio statale, quindi politico. In particolare i metalmeccanici della CGIL, senza più cercare sostegno da uno Stato che non è più in grado di darlo, avrebbero fatto bene a cercare di accordarsi con gli analoghi sindacati degli altri Paesi dell’Unione Europea ove la Fiat ha stabilimenti, in primis quelli polacchi. Soltanto infatti  nel quadro e nella misura di accordi del genere potrebbero avere qualche carta da giocare nei confronti della Fiat di Marchionne. Invece come pugili “suonati” continuano a tirare pugni nel vuoto dentro un ring dove non c’è più nessun avversario da battere. E la Confindustria li ha seguiti sulla stessa strada fino a firmare con i sindacati lo scorso 21 settembre un accordo interconfederale inteso ad aggirare sia il precedente accordo del 28 giugno che il decreto governativo che lo confermava, e insieme convalidava gli accordi siglati in precedenza dalla Fiat per la gestione dei suoi stabilimenti di Pomigliano d’Arco, di Torino-Mirafiori e di Grugliasco. Stando così le cose l’altro ieri Marchionne ha scritto alla presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, una lettera con la quale la Fiat  annuncia la sua uscita dall’organizzazione perché non se ne ritiene tutelata, e dice tra l’altro che “non può permettersi di operare in Italia in un quadro di incertezze che la allontanano dalle condizioni esistenti in tutto il mondo industrializzato”. E a questo punto Emma Marcegaglia dice che le ragioni addotte da Marchionne per andarsene “non stanno in piedi”, e la CGIL fa sciopero per darle man forte. Sullo spettrale ring di cui si diceva inizia insomma il nuovo round di un incontro da cui chi rischia di uscire fuori definitivamente sconfitto è il sistema industriale italiano.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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