Riusciranno i nostri eroi a ritrovare il colonnello Gheddafi misteriosamente scomparso in Africa?

 Prisma/nuova serie n. 44, 15 ottobre 2011

“Riusciranno i nostri eroi a ritrovare il colonnello Gheddafi misteriosamente scomparso in Africa?”, si potrebbe dire parafrasando il titolo di un noto film con Alberto Sordi e Nino Manfredi girato da Ettore Scola nel 1968. Ancora una volta la potente macchina di guerra montata contro una sgangherata dittatura dell’emisfero Sud va a impantanarsi non si capisce perché e dove senza giungere a colpire il suo proclamato obiettivo, ovvero il dittatore per agguantare il quale era stata messa in campo. Viene in mente un altro caso altrettanto clamoroso, quello del mullah Omar, il capo talebano che fuggì in moto davanti all’armata americana in marcia su Kabul; e da allora a oggi nessuno ne ha più trovate le tracce (si sapesse la marca della famosa moto, per la ditta che la produsse il mullah sarebbe divenuto suo malgrado un prezioso “testimonial”… ). D’altra parte, oltre al mullah Omar, anche tutti gli altri capi dei talebani sparirono allora nel nulla insieme al loro numeroso esercito mentre gli americani entravano nella capitale afgana potendo mettere le mani soltanto su alcuni pochi sventurati talebani stranieri, per lo più arabi, che non avevano trovato una casa amica dove rifugiarsi, cambiarsi d’abito, nascondere il kalashnikov in soffitta e scendere a prendersi un caffè al bar dell’angolo come se niente fosse.

I casi sono evidentemente solo due: o queste potenti macchine di guerra delle potenze occidentali, con tutte le prospezioni satellitari che le accompagnano, sono la proverbiale tigre di carta, oppure il rapido trasformarsi in “primule rosse” di questi nemici pubblici numero uno non è casuale.

Sovviene al riguardo il paradigma della caccia alla volpe, sport e rito sociale simbolo di quelle élites britanniche che sono alla radice della storica stagione, segnata dall’egemonia dei popoli di lingua inglese, al cui incipiente tramonto stiamo ora assistendo. Nella caccia alla volpe, dove per sua mala sorte un solo animale veniva preso di mira da una numerosissima torma di cacciatori, battitori e cani, ciò che contava non era tanto la preda quanto la cavalcata con cui la famiglia aristocratica ospitante ostentava a chi vi prendeva parte l’estensione dei propri possedimenti, e ne riaffermava  il dominio agli occhi dei contadini che li abitavano.

Venendo ora al caso che qui ci interessa, la caccia a Gheddafi è stata  solo una buona scusa per giustificare una…cavalcata anglo-francese sui cieli della Libia. Per chi l’ha progettata e voluta che Gheddafi venga catturato effettivamente non conta poi molto. Anzi, la sua mancata cattura può anche  essere utile poiché mantiene in Libia un’instabilità che gioca tanto a favore di Parigi e di Londra quanto a svantaggio di chi, innanzitutto il nostro Paese, è interessato a che si ritorni allo status quo ante. Sembra strano parlare in questo modo, con un linguaggio che sembra da anni ’30-’40 del secolo scorso, ma le cose stanno proprio così. Al di là dei nostri legittimi interessi c’è però anche da sottolineare che giocando la carta dell’instabilità la Francia e l’Inghilterra si assumono responsabilità gravi per quanto attiene in genere al cruciale problema della crisi economica internazionale in atto. Di tutto abbiamo bisogno meno che di alimentare in momenti come questo focolai di tensione che potrebbero anche sfuggire di mano a chi li attizza. E’ dunque importante che il nostro Paese faccia di tutto – diciamo ancora una volta – per giungere a una soluzione negoziata della crisi libica.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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