L’anglicizzazione dell’italiano corrente: un grave caso di inquinamento cui vale la pena di porre rimedio con urgenza

Tra le varie forme di inquinamento con cui oggi dobbiamo fare i conti una delle più gravi e delle più incontrollate è anche quella di cui meno si parla: si tratta dell’inquinamento linguistico. Un fenomeno serio poiché provoca passività culturale e ostacola lo sviluppo del pensiero creativo: qualcosa che non ci predispone affatto ad affrontare con successo le sfide del mondo globalizzato in cui viviamo e la grave crisi che stiamo attraversando. Entro una certa soglia, l’ingresso di un certo numero di parole straniere in una lingua viva è un fatto fisiologico. Poi nel tempo alcune cadono, sostituite da nuove parole equivalenti, e altre vengono per così dire metabolizzate. Esempi del primo caso: parole francesi come paletot, cabaret, chauffeur, uscite di scena lasciando il posto a “cappotto”, “vassoio”, “autista”. Esempi del secondo caso: il tedesco Halt , adattato togliendogli l’acca iniziale, l’inglese sport, il turco diwan, divenuto divano.  Nel caso dell’italiano di oggi però siamo molto al di là di tale soglia. La quantità di parole inglesi perfettamente e facilmente traducibili che entrano di peso nel parlato e nella lingua dei giornali — soprattutto a partire dal mondo dell’informatica, della telematica e delle nuove macchine per la telecomunicazione (nuove apparecchiature, telefoni mobili ecc.), nonché dal mondo della finanza – è così rilevante e così gravida di conseguenze negative che meriterebbe di venire più compresa per quella che è, ossia una vera e propria emergenza culturale, connessa peraltro all’emergenza educativa nella quale ci troviamo. Si può capire che un oggetto radicalmente nuovo come il computer  giunto sul nostro mercato dagli Stati Uniti cominci a circolare con il suo originario nome inglese. Accadde così anche al francese cabaret prima che diventasse vassoio o al turco diwan prima che diventasse divano. Questa volta però siano di fronte a termini facilissimi da tradurre come touch screen che non diventano subito “schermo tattile”, o addirittura a parole esistenti già adeguate come ad esempio “eliminatoria” che diventano play-off, pallacanestro che diventa basket  e pallavolo che diventa volley.

Il fenomeno può apparire a prima vista uno snobbismo; e per molti lo è,  specialmente nel mondo accademico e in quello della dirigenza e delle professioni.  Al di là di tale caso, superficiale per natura, le sue radici più profonde sono molte e diverse, ma tutte quante ugualmente negative. In primo luogo, diversamente da quanto pensano i più sprovveduti fra coloro che vi indulgono, è un segno non di competenza bensì di incompetenza linguistica. Non conosce realmente una lingua chi non è capace di tradurla in un’altra, e innanzitutto nella propria lingua materna.  Ciò implica però la capacità di concettualizzare. Se ho chiaro il concetto di casa posso passare facilmente da “casa”  per esempio a “house”. Altrimenti mi è molto difficile, anzi spesso impossibile. Si dà il caso di persone, talvolta anziani emigranti, che parlano la lingua materna e quella del paese di immigrazione come due realtà separate, senza sapere come passare traducendo dall’una all’altra. Si tratta di un handicap, spesso più che comprensibile  E’ preoccupante però se da handicap di pochi sfortunati tale stato di cose si trasforma in ignoranza di massa di un’intera generazione. Si aggiunga che essendo oggi necessario, anche se nient’affatto sufficiente  (è importante sottolinearlo) conoscere l’inglese, molti ragazzi e ragazze che l’hanno studiato poco e male si assolvono dal fatto di non saperlo trasformando  il loro parlato in una specie di italo-inglese creolo, un gergo da emarginati che non li aiuterà affatto a vivere in modo attivo  nel mondo globalizzato del nostro tempo.

In secondo luogo il fenomeno è un riflesso dello sgretolamento culturale che evidentemente predomina tra coloro che – siano essi progettisti o responsabili della commercializzazione – traducono i programmi dei nuovi apparecchi e le rispettive istruzioni. Con traduzioni casuali o strampalate costoro disarticolano concetti molto importanti, il che avrà di certo gravi conseguenze. Che cosa potrà succedere quanto giungeranno alla piena responsabilità adulta generazioni cui si sta facendo credere che “errore” significhi disguido, blocco di un processo telematico, oppure che “simbolo” significhi lettera dell’alfabeto con un accento particolare o segno grafico poco frequente? E’ poi altrettanto grave quello che costoro  fanno usando un linguaggio in cui solo il lessico più elementare è in italiano  mentre tutto il resto è lessico inglese a sua volta impoverito, fatto di parole ridotte a un significato molto più ristretto di quello che avrebbero effettivamente. Come già è stato fatto con successo con la lingua spagnola e con la lingua francese occorre reagire con iniziative adeguate per evitare che l’italiano si irrigidisca e si impoverisca fino al punto di non essere più uno strumento adeguato a dare espressione al pensiero creativo.

In tale quadro ci sarebbe poi da  ripensare all’insegnamento delle lingue straniere a scuola. Sarebbe ora di smetterla con l’ossessione di insegnare quasi soltanto l’inglese. Occorre anche conoscere le lingue del vicino che per noi sono rispettivamente il francese, il tedesco, l’arabo, alcune lingue slave. E sarebbe anche ora di insegnare la capacità di giungere alla “competenza passiva”  (= comprensione di una lingua che pure non si sa parlare) delle lingue neo-latine in genere, come gli slavi sanno spesso fare con le lingue del loro gruppo. E non ci si venga a dire che è impossibile: in quattordici anni di scuola primaria e secondaria, cui sempre più spesso si aggiungeranno tre-cinque anni di università si può insegnare di tutto e imparare di tutto,  purché chi insegna sappia insegnare e chi impara voglia imparare.  Ma di questo parleremo un’altra volta.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a L’anglicizzazione dell’italiano corrente: un grave caso di inquinamento cui vale la pena di porre rimedio con urgenza

  1. p@t ha detto:

    Caro Ronza, le darei l’Oscar per questo articolo… [Oscar posso usarlo, vero?]

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