La democrazia alla prova della crisi del debito sovrano: il caso del Belgio (e dell’Italia)

Prisma/nuova serie n.47, 25 novembre 2011

Nel Belgio, dove il Parlamento uscito dalle elezioni del giugno 2010 non è finora riuscito ad eleggere un nuovo governo, anche la scorsa settimana si è conclusa senza alcuna novità di rilievo al riguardo. Il leader del Partito socialista (votato quasi soltanto nella parte francofona del Paese), l’italo-belga Elio Di Rupo, figlio di un minatore abruzzese, che è attualmente incaricato dal Re di tentare di formare un governo, ha continuato  fino a venerdì sera le sue consultazioni anche via telefono, ma senza esito, tanto e vero che le ha concluse senza fare alcuna dichiarazione alla stampa. Amministrato dal giugno 2010 da governi non confermati dal voto del Parlamento che restano in carica per il disbrigo degli affari correnti, e che non possono quindi proporre nuove leggi ma continuano ad avere il potere di fare decreti, il Belgio non aveva sin qui risentito di tale stato di cose. Anzi, la sua situazione economica è stata finora migliore di quella di altri Paesi dell’eurozona, Italia compresa. In questi giorni sta tra l’altro collocando sul mercato senza particolare difficoltà buoni del Tesoro per complessivi 500 milioni di euro.

Giovedì scorso tuttavia il declassamento del Belgio da AA+ a AA, sancito dall’agenzia di classificazione (rating) Standard & Poor’s, aveva dato una scossa alla situazione politica del Paese che si era in certo modo abituato a una crisi che dura ormai da quasi un anno e mezzo. Il primo ministro in carica, il cristiano-democratico Yves Leterne (fiammingo, malgrado il nome francese), si è allora affrettato a dichiarare che il Belgio avrà un nuovo governo entro questo lunedì, che però mentre scriviamo non è affatto all’orizzonte. Ad ogni modo,se anche ciò fosse, resterebbe il fatto che per circa un anno e mezzo il Paese è andato avanti, e non male, pur essendo privo di un governo votato dal Parlamento e perciò in grado di legiferare. Se anche si volterà adesso finalmente pagina ciò accadrà più per pressioni esterne che sotto la spinta dell’opinione pubblica nazionale. Nel quadro della crisi profonda e preoccupante della democrazia moderna che si sta delineando in Europa, tale stato di cose, come altrove già avemmo occasione di accennare, fa del caso belga un involontario ma interessante esperimento politico. Fino alla storica svolta avviatasi alla fine del secolo XVIII con la Rivoluzione Francese, la produzione di nuove leggi era minima se non nulla, il sovrano governava a mezzi di decreti; e i parlamenti, laddove c’erano, avevano di regola il compito più di fissare le imposte che di legiferare. Beninteso in tutt’altro contesto, è proprio ciò che è accaduto e sin qui accade in Belgio. Ed è ciò che con il nuovo governo Monti più o meno si sta prospettando in Italia. Il motore della crisi epocale di cui si diceva è evidentemente la crescente incapacità del sistema dei partiti di dare adeguata risposta al problema dell’indebitamento degli Stati fino all’eventuale bancarotta. Forse non è quindi un caso che, seppure per vie diverse, in Italia e in Belgio, ovvero nei due Paesi più indebitati dell’Unione Europea (insieme alla Grecia), siano al potere dei governi nominati dal capo dello Stato ma non decisi dal Parlamento; anche se, va precisato, de jure nel caso italiano non è così. Ciò equivale ad ammettere – il che non può non destare vive preoccupazioni —  che i Parlamenti non sono più in grado di controllare la spesa pubblica: ossia di fare proprio quello per cui dapprima nacquero, e che è oggi il problema numero uno degli Stati moderni.

Nel 2010 ben 14 Paesi membri dell’Unione Europea su 27 avevano un debito superiore al 60% del prodotto interno lordo, pil, soglia massima fissata dal Patto di stabilità e crescita.  Al  primo posto di questa non felice graduatoria stava la Grecia con il 142,8% , al secondo l’Italia (119,0%), e al terzo il Belgio (96,8%). Seguivano poi tra gli altri l’Irlanda (96,2%), il Portogallo (93,0%), la Germania (83,2%),la Francia (81,7%), l’Ungheria (80,2%), la Gran Bretagna (80,0%), l’Austria (72,3%), l’ Olanda (62,7%), la Spagna (60,1%) e così via. Come si vede, tutti gli Stati maggiori  e, a parte la Polonia, pure tutti quelli di medie dimensioni  non riescono più ad ottemperare al patto. Tenuto poi conto delle dimensioni delle rispettive economie, la somma del debito pubblico di Italia, Francia e Germania è di gran lunga la massima parte del debito pubblico dell’eurozona. E se poi si aggiunge che le banche francesi e tedesche detengono la maggior parte dei titoli di debito pubblico della Grecia non si stenta a capire che in fin dei conti Francia e Germania stanno come noi, se non peggio. Se poi si considera che gli Stati Uniti hanno un debito pubblico, per lo più detenuto all’estero, maggiore di quello europeo, si capisce quali siano le dimensioni del problema.  Stando così le cose la sfida è ben più che economica. Se non la si affronta giocando con coraggio la carta della fiducia e della libertà, le cui radici sono solide nella misura in cui attingono a qualcosa di più che all’economia, o non se ne viene fuori.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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