Puntare tutto sull’inglese: una scelta perdente (e anche molto provinciale)

Prisma/nuova serie n.48,  2 dicembre  2011

Tra le cose importanti che la crisi economica internazionale in atto dovrebbe aiutare tutti a capire è che paradossalmente più l’economia si globalizza e più la propria cultura e la propria identità contano; più si naviga in mare aperto e più contano le relazioni e le risorse prossime. Perciò niente di peggio di un cosmopolitismo di maniera che si risolve in processi di integrazione subalterna. In questo senso è molto preoccupante l’invasione di parole inglesi, peraltro spesso distorte non solo nella pronuncia ma anche nel significato, che sta oggi indebolendo l’italiano corrente. Altre lingue che stavano subendo un analogo inquinamento ora cominciano già a liberarsene. Non così la nostra anche perché, a differenza ad esempio del francese e dello spagnolo, non esistono purtroppo organismi preposti in modo efficace alla sua attiva tutela, come sono rispettivamente in quei due casi l’Académie Française e la Real Academia Española (insieme alle altre 21 accademie simili attive nelle Americhe, Stati Uniti compresi). O meglio ci sarebbe a Firenze la veneranda Accademia della Crusca, fondata nel 1583, la quale però fa così poco la sua parte che l’anno scorso se ne ventilò la soppressione come “ente inutile”. Viceversa non la si deve sopprimere ma piuttosto riformare così da farla divenire uno strumento adeguato alle esigenze dei tempi.

Fermo restando che in quanto lingua franca del nostro tempo l’inglese si deve sapere, c’è qualcosa di obiettivamente subalterno, incolto e provinciale nell’attuale vezzo di farcire l’italiano con parole inglesi di cui esiste in italiano un consolidato equivalente; oppure che sarebbe facile sostituire con una buona traduzione italiana. Due esempi del primo caso tra i moltissimi: Far East al posto di Estremo Oriente, basket al posto di pallacanestro. Un esempio del secondo caso: schermo tattile invece di touch screen. Per bene cogliere l‘immediato impoverimento culturale che provoca tale fenomeno occorre considerare che ogni parola della propria lingua materna non solo rimanda al suo significato o i suoi significati principali ma genera pure un alone di altri significati, associazioni di idee e ulteriori suggestioni che invece per natura loro non vengono risvegliati da parole provenienti da un’altra lingua. Queste ultime non hanno quindi la forza evocativa delle analoghe parole italiane. Non stimolano perciò la fantasia, non richiamano ad altro. Sono monocordi come l’impulso di una macchina. Se da un lato l’attività di traduzione è un ottimo esercizio mentale, tanto più che il passaggio dalla parola in una lingua alla parola in un’altra implica la necessità di avere chiaro il concetto che si vuole esprimere, dall’altro l’incapacità di tradurre qualsiasi parola che non sia di uso più che frequente è un sintomo grave tanto di incapacità di riflessione e di concettualizzazione quanto paradossalmente di incompetenza linguistica. Mischiare le lingue tra di loro non è segno della capacità di parlare varie lingue, ma piuttosto sintomo di una scarsa conoscenza di ognuna di esse. Oggi, come già era cosa normale in epoche precedenti (tanto per fare un caso, nel Medioevo), essere monolingui è un handicap. Sarebbe bene conoscere da tre a cinque lingue: di regola le tre di maggior uso internazionale, ossia l’inglese, lo spagnolo e il francese, e se possibile anche una-due lingue di grandi vicini come nel nostro caso di sudeuropei sono il tedesco e l’arabo. Per questo però occorre innanzitutto dominare molto bene la propria lingua senza mischiarla con altre, e meno che mai accontentarsi di aggiungere ad essa soltanto quel gergo pseudo-inglese spesso comico di cui — tanto per fare un esempio ogni giorno sotto gli occhi di decine di migliaia di persone – è  un caso clamoroso “Fieramilano/city”, la grande scritta colorata e illuminata che campeggia sui padiglioni fieristici all’ingresso autostradale Nord della metropoli lombarda. Una scritta che — a dispetto di chi ce l’ha messa — significa “città della Fiera di Milano” e non “Fiera di Milano/area fieristica urbana”. E citerò anche, tanto per concludere, un negozio di abbigliamento che ricordo di aver visto nel cuore della Rimini turistica: un negozio chiamato “Dressing”, parola che in inglese significa salsa, condimento dell’insalata e simili, oppure benda per medicazioni…

In epoca napoleonica l’italiano  prima subì ma poi si liberò da un’analoga alluvione di parole francesi.  Speriamo che riesca a superare anche questa nuova prova: che insomma non si riduca a gergo a misura di un mondo di consumatori subalterni, ma invece persista in quanto lingua capace di veicolare pensiero creativo.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Puntare tutto sull’inglese: una scelta perdente (e anche molto provinciale)

  1. Brian ha detto:

    Bellissimi questi due passaggi.
    “Mischiare le lingue tra di loro non è segno della capacità di parlare varie lingue, ma piuttosto sintomo di una scarsa conoscenza di ognuna di esse. ”
    “meno che mai accontentarsi di aggiungere ad essa soltanto quel gergo pseudo-inglese spesso comico”
    Utilizzo giornalmente 6 lingue e condivido completamente quanto voi dite.

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