La crisi è globale: pretendere che tutto o quasi dipenda dall’Italia non è di aiuto per nessuno

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 13 dicembre 2011

Le borse e le agenzie di classificazione (rating) non stanno credendo nei risultati del vertice dell’Unione Europea dello scorso venerdì 9 dicembre e nel suo “patto di bilancio”: il documento siglato nella circostanza da 26 capi di governo su 27 (tre dei quali con riserva di approvazione dei rispettivi Parlamenti nazionali); e non invece dalla Gran Bretagna.

A Roma poi la cosiddetta “manovra salva Italia” predisposta dal governo Monti sta incontrando forti resistenze. Per evitare… incidenti il voto in commissione alla Camera dei Deputati, prima tappa del suo cammino in Parlamento, è stato rinviato di ventiquattro ore. Frattanto i sindacati hanno indetto concordemente uno sciopero di protesta: la loro prima iniziativa unitaria dopo diversi anni. Gli emendamenti presentati alle Camere alla “manovra salva Italia” sono 1400. Per evitare di impantanarsi in un dibattito che sarebbe comunque troppo lungo nelle circostanze presenti è molto probabile che Monti debba porre la fiducia con il rischio di ritrovarsi poi in una situazione simile a quella che mandò a fondo Berlusconi. Quella cioè di un governo che supera lo scoglio dei voti di fiducia, che sono a suffragio palese, ma poi viene battuto nelle votazioni ordinarie, che sono a suffragio segreto, e quindi non riesce a governare. L’avallo del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è certamente importante ma non basta. Anche se il suo è un governo “tecnico”, quando va in Parlamento Monti deve pur avere una maggioranza parlamentare che lo sostenga.  Il problema è che oggi non sembra più che tale maggioranza ci sia con il PdL di Silvio Berlusconi che dice che avrebbe fatto una “manovra” diversa e con il Pd di Pierluigi Bersani che dice di condividere pienamente la protesta dei sindacati Cgil, Cisl e Uil. In sostanza si sta avendo l’impressione che nemmeno il governo “tecnico” di nomina presidenziale presieduto da Mario Monti sia in grado di fare ciò per cui è stato voluto, ovvero di prendere decisioni in nome del bene comune anche superando i veti incrociati delle numerose “corporazioni” in cui sono oggi frammentate la società e l’economia italiane. Di non riuscire insomma nell’impresa che con una procedura così straordinaria gli è stata affidata allo scopo di evitare una crisi della legislatura e il ricorso a votazioni anticipate: una prospettiva nefasta nel quadro della crisi economica internazionale in atto.

D’altro canto la posta in gioco ha dimensioni che superano quelle della sola Italia. Come l’Ocse ha in questi giorni giustamente rilevato, il nocciolo del problema è il crescente indebitamento complessivo dei maggiori Paesi industrializzati, che potrebbe portare nel 2012 a una grande crisi generale della liquidità. Dare ogni colpa o quasi all’Italia oggi può essere molto utile a Merkel e a Sarkozy, che rischiano entrambi di non venire rieletti alle prossime votazioni che li attendono, ma non aiuta a prendere realmente per le corna il grande toro della crisi planetaria della globalizzazione. Senza un impegno davvero comune e davvero concorde di tutti i Paesi industrializzati, Stati Uniti compresi, nessuno si salva (e a un certo punto la crisi raggiungerà comunque tutti quanti dilagando anche oltre l’Eurozona).

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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