A che cosa serve un governo di emergenza se poi si comporta come un governo qualsiasi?

Prisma/nuova serie n.50, 16 dicembre 2011

A che cosa serve un governo di emergenza se poi si comporta come un governo qualsiasi? E’ questa (ahimè) la domanda che ormai ci si deve fare guardando al governo Monti.

Dopo bel po’ di piccoli passi in avanti  subito seguiti da grandi balzi all’indietro, e dopo aver dovuto chiedere la fiducia a poche settimane dal suo insediamento, Mario Monti è riuscito ieri a far approvare dalla Camera–  ma tra preoccupanti assenze di decine di deputati sia del PdL che del PD — un decreto che consiste quasi esclusivamente in aumenti di imposte; e per di più delle solite imposte facili da aumentare e facili da raccogliere su cui avevano messo mano tanti suoi predecessori. Per l’avvio di un programma di smantellamento delle “corporazioni” il premier si limita a promettere un suo tenace impegno prossimo venturo. Di grandi riforme di struttura nemmeno parla.

Si aveva motivo di aspettarsi ben altro da un governo del Presidente (della Repubblica), sorto in un momento in cui i partiti sono deboli come mai prima lo erano stati, che venne  salutato dagli squilli di tromba di un consenso mediatico di una  vastità  e di una trasversalità senza precedenti, che è composto di professori universitari in aspettativa e viene presieduto da un agiato notabile fatto senatore a vita per l’occasione. Un governo del genere avrebbe potuto e dovuto puntare a una partenza in volata, ovvero alla presentazione in tempi brevissimi di riforme radicali. Avrebbe dovuto giocare subito il tutto per tutto piuttosto che correre il rischio di un lento logoramento di cui l’esito del voto di ieri è già un primo sintomo.  Invece anche in questo il nuovo governo sta ripetendo uno dei cruciali errori di Berlusconi: la partenza lenta e preoccupata di tener buoni un po’ tutti con il rischio di provocare il medesimo circolo vizioso che mandò a fondo  il Cavaliere, ossia la delusione di chi si aspettava che le cose cambiassero combinata con la ringalluzzita mobilitazione di coloro che vogliono che tutto resti come prima.

E’ un governo di esperti, dunque di persone che ci si immagina abbiano delle loro ricette già pronte e perfezionate negli anni; e quindi sappiano subito che cosa fare.  Invece hanno sprecato in riunioni coperte da una cappa di silenzio  il “momento magico” delle prime settimane seguite alla loro entrata in carica. Poi sono venuti alla ribalta con l’aumento della benzina e il trascendentale dilemma se tassare tutto il tabacco, oppure graziare le sigarette in pacchetto  calando invece la scure sul trinciato;  per di più senza rendersi conto che sono trinciati tanto  i tabacchi che riempiono le pipe di gran marca dei vip quanto quelli che riempiono le cartine di chi si fa le sigarette da sé. Con il risultato che la stessa scure andrebbe a calare allo stesso modo tanto sui fumatori del Golf Club quanto su quelli dell’osteria.

Monti e i suoi fanno capire che le riforme di struttura verranno poi, ma perché? Li hanno chiamati a Roma apposta per fare in fretta ciò che la politica o faceva troppo piano o non faceva del tutto. Ci hanno tenuto subito a farci sapere che, come moderni Cincinnati, alla scadenza della legislatura intendono tornare alle loro cattedre e alle loro professioni, confortevole surrogato  del famoso campicello del mitico personaggio dell’antica Roma. Da una parte non rischiano nulla, e dall’altra potrebbero anzi, ben presto anche se non subito, guadagnarsi la gratitudine di quella maggior parte della gente che, non vivendo di rendita politica, ha soprattutto bisogno di una rapida discesa della pressione fiscale accompagnata da un’altrettanto rapida sburocratizzazione dell’economia. L’esperienza di oltre cinquant’anni dimostra che i partiti non riescono a porre mano alla riforma generale dello Stato, poiché non possono permettersi di perdere nell’immediato i consensi elettorali ed extra-elettorali del coacervo di burocrazie parassitarie statali e parastatali trincerate a Roma. Nondimeno oggi in Italia non si va da nessuna parte senza una radicale riforma generale dell’amministrazione statale, mentre un’oculata dismissione dell’enorme patrimonio immobiliare inutile dello Stato darebbe ben più risorse di quelle che si rastrelleranno con aumenti di imposte che avranno di certo un effetto recessivo. Riforme e operazioni di questo genere tuttavia possono venire avviate solo da un governo come questo, che invece perde tempo a discutere su questioni come le tasse sulle barche di lusso e simili: cose che piacciono e fanno notizia, ma che in valore assoluto sono frattaglie rispetto al nocciolo della questione.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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