Quel che il nuovo governo promette è molto, ma non basta a ridare slancio all’economia e alla società italiane

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano 29 dicembre 2011

Intrecciandosi con la crisi internazionale e dentro di essa con la crisi dell’euro, il logoramento e poi la caduta del quarto governo Berlusconi, che era entrato in carica l’8 maggio 2008, ha fatto del 2011 che ora si conclude un anno particolarmente difficile per l’Italia. “Chi promette una rivoluzione e poi non la fa ne muore”: questo celebre detto bene si attaglia a Berlusconi, il quale non ha fatto la “rivoluzione” liberale che aveva promesso e di cui l’Italia aveva ed ha urgente bisogno per liberarsi del fardello lasciatogli in eredità della guerra fredda: il coacervo di garanzie neo-corporative di élite ma soprattutto di massa grazie alle quali si scongiurò il rischio di scontri sociali devastanti negli anni in cui la vicina Repubblica faceva parte della zona-cuscinetto tra l’area d’influenza americana e l’area d’influenza sovietica; una costosa macchina che oggi non è più sostenibile e che anzi blocca lo sviluppo. Annunciando tale rivoluzione ma poi non facendola Berlusconi ha deluso chi la sperava e viceversa stimolato indirettamente la reazione di chi la temeva. Riportandolo al governo nella primavera del 2008 la maggioranza degli elettori gli aveva comunque offerto un’ultima occasione, ma anche questa è stata sprecata. Delusa, molta della gente che aveva votato per lui ha cominciato a non sopportare più le sue intemperanze personali. Ciò tuttavia, vale la pena di sottolinearlo, è stato l’effetto e non la causa della delusione. La terza più importante economia della zona dell’euro è entrata così nella tempesta avendo al timone un governo logorato, il cui discredito è stato esteso alla scala internazionale grazie a una campagna efficacemente orchestrata da autorevoli organi di stampa occidentali che – dal New York Times a Le Monde, da Sűddeutsche Zeitung a El Pais, da The Economist a Der Spiegel – sono poi in fin dei conti l’edizione in lingue diverse dello stesso giornale, espressione del medesimo “ordine costituito” e della medesima cultura. Se il problema è, come è, la crisi del debito sovrano e la fragilità di una moneta priva degli strumenti di difesa di cui le altre grandi monete da sempre dispongono, tutti i maggiori Paesi della zona dell’euro hanno proporzionalmente le stesse responsabilità: dunque nell’ordine le responsabilità della Germania e della Francia vengono prima di quelle dell’Italia. La situazione di cui si diceva ha consentito però a Merkel e a Sarkozy di fare quanto più possibile della vicina Repubblica il capro espiatorio di responsabilità che prima di essere dell’Italia sono loro.
Si è arrivati così, a metà dello scorso novembre, alle dimissioni del quarto governo Berlusconi e all’insediamento di un nuovo governo indicato dal presidente della Repubblica, Giorgio Napoletano. Presieduto da Mario Monti, economista nominato ad hoc senatore a vita alla vigilia del suo incarico, tale nuovo governo è stato votato dal Parlamento a larga maggioranza. Pertanto è democraticamente legittimo. Dire che in Italia la democrazia è sospesa non è esatto. Essendo tutto composto, salvo Monti, di esperti (soprattutto professori universitari e grandi manager) che non sono parlamentari, lo si definisce un governo “tecnico”. Anche qui però ciò in fondo non è esatto: nel momento infatti in cui il Parlamento l’ha votato è perciò stesso un governo tanto politico quanto qualsiasi governo precedente. Nondimeno resta un governo anomalo, fondato soprattutto come è sulla decisione del presidente della Repubblica e su un sostegno internazionale per il momento più presunto che dimostrato dai fatti. In prima battuta, con un provvedimento detto “salva Italia”, Monti aveva aumentato le imposte e l’età di pensione. Ieri, nel corso di una conferenza stampa (o forse sarebbe più esatto dire di una…lezione ex cathedra) trasmessa in diretta televisiva e durata quasi tre ore, dopo aver garantito che con ciò i conti pubblici sono stati messi sulla via del risanamento e che non saranno richiesti ulteriori sacrifici, il nuovo premier ha annunciato prossimi venturi provvedimenti intesi a rendere ora possibile la ripresa dell’economia italiana. Dicendo che il governo ci sta ancora lavorando, non ha però annunciato niente di preciso limitandosi a dire a grandi linee che il futuro pacchetto “cresci Italia” consisterà di liberalizzazioni in tema di prestazioni professionali, riforma del mercato del lavoro, avvio o riavvio di grandi opere infrastrutturali. Colpisce che in questo elenco di priorità non rientrino né la riforma generale dell’amministrazione dello Stato né quella del sistema fiscale, senza le quali la spesa pubblica non può venire riqualificata e quindi ridotta. Colpisce anche la totale mancanza di un disegno di politica estera, a meno che per politica estera s’intenda il continuo riferimento all’Unione Europea come una specie di “grande fratello” dell’Italia più che qualcosa cui Roma partecipa alla pari con gli altri governi degli Stati membri. Speriamo che i fatti ci smentiscano, ma per il momento tutto ciò che il governo Monti promette ci sembra di certo necessario, ma nient’affatto sufficiente a ridare slancio all’economia e alla società italiane.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Quel che il nuovo governo promette è molto, ma non basta a ridare slancio all’economia e alla società italiane

  1. p@t ha detto:

    … come sempre, un’acuta analisi della situazione Paese…

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