Federalismo? In tempo di crisi non è un lusso ma un’occasione da prendere al volo. I paradisi fiscali non ci sarebbero se non ci fossero gli inferni fiscali: e l’Italia è uno di questi.

Prisma/nuova serie n. 53, 5 gennaio 2012

I paradisi fiscali non ci sarebbero se non ci fossero gli inferni fiscali: e l’Italia è uno di questi. I cittadini hanno il dovere di pagare le imposte, ma le istituzioni (nel caso italiano lo Stato, che continua a detenere ogni competenza in materia) hanno il corrispondente dovere di non depredare i cittadini, la società civile. E nel caso del nostro Paese senza dubbio di depredazione si deve parlare non soltanto per il prelievo fiscale che ormai si sta avvicinando al 50 per cento della produzione interna lorda, Pil, ma anche per le forme di usura che in vario modo lo caratterizzano: in primo luogo i cosiddetti acconti che, essendo vicini al 100 per cento del dovuto, si configurano come imposte sul reddito futuro, e poi penali spropositate per minimi ritardi sulle scadenze dei pagamenti (dei piccoli; quando invece a evadere o a ritardare pure di anni i pagamenti sono grandi ricchi allora si arriva non di rado a concordati con enormi sconti).
Quando si richiama al dovere morale di pagare le imposte che incombe sui cittadini, sarebbe equo, opportuno e importante richiamare contemporaneamente lo Stato, e quindi il governo e il parlamento, al dovere morale di non porre sulle loro spalle un onere fiscale soffocante. Altrimenti si finisce, anche senza volerlo, di assegnare al potere politico una patente di innocenza a priori che non fa bene né a chi lo esercita né al Paese. L’attentato dello scorso 9 novembre al direttore generale di Equitalia e le lettere minatorie spedite a sedi di tale società in tutta Italia in questi ultimi giorni sono un campanello d’allarme da non trascurare. Si tratta ovviamente di un crimine e di intimidazioni assolutamente esecrabili. Ciò fermo restando, tali episodi sono però anche il sintomo, seppur estremo e patologico, di un grave disagio obiettivo dell’intera società civile italiana. In altre epoche e circostanze sarebbero stati presi di mira altri settori della pubblica amministrazione o anche realtà private. Questa volta invece è stato spedito un pacco bomba al gran capo dei dazieri. Sarebbe il caso di tenerne conto.
Anche in questa materia il governo Monti si sta dimostrando di una convenzionalità sconfortante. Se è vero come è vero che oggi soltanto una ripresa dell’economia ci può salvare da guai sempre maggiori, allora l’itinerario da percorrere dovrebbe piuttosto avere una sequenza come la seguente: taglio rapido e consistente della spesa dello Stato e riforma generale organica della sua macchina amministrativa, riduzione della pressione fiscale, abrogazione di leggi e norme amministrative che intralciano e rallentano le attività produttive. Viceversa si aumentano le imposte e se ne introducono di nuove aumentando la pressione fiscale fino a livelli che faranno dilagare sempre di più l’evasione; di riforma dell’amministrazione statale nemmeno si parla; si ventilano tagli lineari che, con la sgangherata amministrazione statale che abbiamo, provocheranno tagli dei servizi senza affatto incidere sugli sprechi e le inefficienze dell’apparato. L’esperienza dimostra che a un livello di pressione fiscale come quello che abbiamo in Italia l’evasione non scende comunque a livelli “fisiologici”. Oltre a generare nuovi costi, ogni ulteriore inasprimento dei controlli non serve ad altro se non a intralciare ancora di più le attività produttive. In tale quadro dei “blitz” di squadre di ispettori fiscali come quello dei giorni scorsi a Cortina d’Ampezzo sono in sostanza pura demagogia.
Le imposte non sono una norma, né tanto meno uno strumento di riforma sociale. Le imposte sono il prezzo dei servizi della pubblica amministrazione. Nelle circostanze attuali un governo che voglia davvero tirarci fuori dai guai deve innanzitutto impegnarsi a ridurre il costo e quindi il prezzo di tali servizi. In tempi brevi un governo così ampiamente sostenuto come quello oggi in carica potrebbe e dovrebbe chiudere o accorpare ministeri; mettere sul mercato la Rai e l’enorme patrimonio immobiliare non necessario di cui lo Stato italiano dispone; tagliare una quantità di ingenti spese inutili, come ad esempio la massima parte delle missioni militari all’estero. Siccome poi la storia ha ormai dimostrato in modo inoppugnabile che i prezzi scendono e restano al minimo solo all’interno di un regime di concorrenza, diventa urgente introdurre anche nel pubblico il principio di concorrenza ovunque possibile. In tale prospettiva il federalismo non è un lusso bensì un’occasione da prendere al volo trattandosi dell’unico modello istituzionale in cui naturalmente il principio di concorrenza trova ampio spazio. Invece di imboccare la strada di un ulteriore accentramento, come invece questo governo sta facendo, sarebbe piuttosto il caso che spingesse l’acceleratore sul federalismo attribuendo ad ogni livello di governo sub-statuale, dai Comuni alle Regioni, piene competenze e adeguata piena responsabilità sul lato sia della spesa e sia (al di sotto di una soglia massima uguale per tutti ) sul lato del prelievo, compreso il diritto di abbassare la pressione fiscale sul proprio territorio in concorrenza con altri attirare su di esso investimenti. Non sono cose che stanno solo sulla luna. Se ne possono trovare ampi esempi in molti altri Paesi europei.

Annunci

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
Questa voce è stata pubblicata in La Nuova Bussola Quotidiana e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

3 risposte a Federalismo? In tempo di crisi non è un lusso ma un’occasione da prendere al volo. I paradisi fiscali non ci sarebbero se non ci fossero gli inferni fiscali: e l’Italia è uno di questi.

  1. renzo ha detto:

    Mi permetta una osservazione: la concorrenza quanto mai sbandierata oggi ed anche auspicabile dovrebbe essere quella “perfetta” che tutti sappiamo non essere possibile bensì tendenziale in quanto l’unica che può dare benefici. Ora la demolizione anche giusta di incrostazioni alla libera concorrenza mi pare che oggi, come intesa anche dal nostro governo, possa solo condurci ad un fatale abbraccio del capitale quanto meno oligopolistico. Come può intuire sono un libero professionista, anzi uno strano animale, dal punto di vista economico naturalmente, che è il farmacista. Ho la sensazione che altre nuove truppe di occupazione stiano per arrivare.
    Con viva cordialità.
    renzo

  2. Giuliano Fasani ha detto:

    Caro Roby, la pressione fiscale è insostenibile per chi paga le tasse, non certo per chi una tantum viene sottoposto a controlli fiscali che dovrebbero essere non solo più frequenti ma più efficienti. Giusto osservare che la pressione fiscale è al limite, ma è al limite ripeto per chi paga. Quindi dico: una, dieci, cento, mille Cortina. Invertiamo la tendenza italiana, dove c’è chi si lamenta e non paga e chi non può far altro che pagare le tasse. E’ un sistema profondamente ingiusto. Non ho grandi simpatie per il governo Monti, ma simpatizzo per i governi che, semmai saranno in grado di farlo, renderanno meno ingiusto il sistema fiscale. Certo è giusto pensare alle liberalizzazioni, ad eliminare gli sprechi a rendere efficiente l’amministrazione pubblica, realizzare finalmente il federalismo, ma temo che in tempi di crisi la priorità sia proprio il sistema fiscale che ha raggiunto livelli di ingiustizia sempre più grandi.

  3. Michele Corti ha detto:

    Peccato che queste analisi siano poco “popolari”. Alla maggior parte dei politici l’ipertrofia statalica piace e si capisce il perché. Non solo a sinistra dove – qualcuno persino in buona fede – sono convinti che lo stato sia qualcosa di magico e che senza di esso (quantomeno senza uno stato pesante) ci sarebbe solo il caos e che le tasse sono una forma di espiazione salvifica. Il guaio è che lo strapotere statale che si esprime in modo plastico in Equitalia materializzazione del Leviatano impedisce qualsiasi vera politica di ridimensionamento della spesa. La società, il contribuente mai come oggi suddito sostanzialmente come ai tempi del Re Sole, non ha la forza di imporre controlli reali sulla spesa pubblica. Mentre con un tratto di penna di un Mago M qualsiasi (ma bastava anche un ragioniere) si spremono le famiglie e le imprese di un altro po’. Le campagne anti-evasione che mettono alla gogna gli evasori in una dubbia sceneggiata (lo stato sa benissimo chi dichiara zero) andrebbero bilanciate da campagne che mettano alla gogna gli sprechi di stato, la taxation without rapresentation. Immorale e egoista è anche approfittare dello strapotere dello stato per continuare a trasferire risorse da una parte della società all’altra (ben inserita nei meccanismi del potere). Sarebbe il caso che anche i vescovi che condannano l’evasione come peccato comincino a parlare del peccato di abuso del potere e di tassazione immorale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...