La montagna: non un problema ma una risorsa da riscoprire scommettendo sulla capacità di autogoverno di chi ci vive e ci lavora

Quaderni Valtellinesi, Sondrio, gennaio 2012

 Quali prospettive si pongono oggi alle terre alte in un tempo nel quale, come ha scritto Benedetto XVI nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2012, “è cresciuto il senso di frustrazione per la crisi che sta assillando la società, il mondo del lavoro e l’economia: una crisi le cui radici sono innanzitutto culturali e antropologiche.” Tanto che sembra quasi, aggiunge il Papa, che “una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno”. Con quale atteggiamento guardare allora al nuovo anno? Citando al riguardo il salmo 130 laddove dice che l’uomo di fede attende il Signore “più che le sentinelle l’aurora” il Papa prosegue dicendo che “In questa oscurità il cuore dell’uomo non cessa tuttavia di attendere l’aurora di cui parla il Salmista”. Impostato in modo nuovo rispetto a tutti gli analoghi documenti che lo hanno preceduto, il messaggio non si sofferma poi su specifici attuali problemi ma si pone “in una prospettiva educativa” mettendo soprattutto l’accento sull’educazione alla pace  e sui suoi contenuti.  Senza commentarlo qui ulteriormente ma rimandando alla sua lettura, nell’orizzonte che il Messaggio delinea ne prendiamo spunto qui per domandarci appunto quale contributo proprio possa venire dalle terre alte alla rimozione della coltre di oscurità di cui parla Benedetto XVI.

In un Paese come il nostro, il cui territorio è per quasi due terzi costituito da montagne e colline, e in un contesto nel quale è divenuto urgente valorizzare ogni risorsa e non soltanto quelle più facilmente accessibili e soprattutto più facilmente concentrabili, è oggi meno che mai sostenibile considerare le terre alte semplicemente come… parco giochi delle grandi masse umane che l’età delle grandi manifatture ha spinto ad assieparsi nelle pianure, come aree da rimboscare indiscriminatamente e da inselvatichire irresponsabilmente perché possano diventare luoghi dei sogni delle popolazioni metropolitane. Un modello sconsiderato che, nel caso della Valtellina spinge alla trasformazione del fondo valle in una periferia industriale di Milano accompagnata dal declino delle convalli e degli insediamenti di quota, salvo alcuni pochi luoghi drogati (ma fino a quando?) dalla fragile monocoltura dello sci. Ostinarsi a pensare e governare come se fosse tutto una grande pianura un Paese come l’Italia, dove invece circa il 72 per cento del territorio è in pendenza, costituisce  uno spreco che ormai (e provvidenzialmente)  non ci si può più permettere. In Lombardia, dove circa il 40 per cento del territorio è alpestre, su quel 40 per cento vive il 10 per cento della popolazione: è uno squilibrio cui occorre porre rimedio con urgenza. A lungo si è parlato di frenare lo spopolamento della montagna: un obiettivo minimo, difensivo, e quindi non a caso fallito. Non basta: oggi si deve piuttosto puntare al ripopolamento della montagna, favoriti da sviluppi tecnologici che hanno in larga misura attenuato quando non eliminato le situazioni di svantaggio geografico e logistico che la caratterizzarono nell’epoca classica dell’industrializzazione. Per questo però il primo impegno deve essere volto al contrasto di quelle cause culturali e antropologiche della crisi della quale Benedetto XVI scrive nel messaggio più sopra ricordato. C’è dunque da impegnarsi a fondo per porre rimedio a un’emergenza educativa di cui il disastroso quasi-monopolio statale della scuola pubblica è una delle cause principali. Non si può certo mettere in moto un processo di rinascita di questa forza e di questa ampiezza con delle generazioni giovanili fatte in ampia misura di gente scoraggiata, passiva, culturalmente annichilita, disorientata, rintronata dalle troppo notti passate in discoteca e vittima dei miti del peggio dell’odierna cultura di massa.

Nel caso della Valtellina – grazie in particolare al Centro Don Minzoni e a Quaderni Valtellinesi — tale impegno può positivamente prendere le mosse dal patrimonio di esperienze e di idee che nel 1986 trovarono un momento forte di espressione nella Carta di Sondrio (*). Un catalizzatore molto rilevante di un tale processo sarebbe poi, valorizzando e incrementando il tradizionale plurilinguismo della gente delle Alpi, l’avvio tra Sondrio e Coira — nel segno della libertà di ricerca, di insegnamento e di educazione — del progetto di una Scuola Retica di Alti Studi le cui lingue d’insegnamento fossero tanto l’italiano quanto il tedesco (**), salvo l’uso anche ovviamente  di altre lingue, in primis l’inglese e il francese, quali strumenti di studio: un luogo di formazione di eccellenza in grado di contribuire a ridare centralità al “Paese delle Alpi”, che l’età moderna ora al tramonto aveva negli ultimi secoli ridotto a periferia.

La crisi finanziaria degli Stati moderni, motore immediato anche se non sostanziale della crisi economica in atto, segna tra l’altro la fine degli assistenzialismi di ogni genere e tipo, compresi quelli relativi alla montagna. Come abbiamo scritto nel più recente numero di Confronti, la rivista di cultura politica della presidenza della Regione Lombardia, la montagna non è un problema ma una risorsa da riscoprire scommettendo sulla capacità di autogoverno di chi vi abita e vi lavora. A mio parere è più che mai il caso di tenerne conto.

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(*)  Cfr. Autori Vari, La montagna: un protagonista nell’Italia degli anni ’90, Jaca Book, 1987.

(**)  “Tra Sondrio e Coira c’è già una scuola universitaria di eccellenza: si tratta solo di farla percepire e di darle forma”, Confronti n. 2-3/2010. Confronti è accessibile anche in forma telematica tramite i siti www.regione.lombardia.it e www.eupolislombardia.it.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a La montagna: non un problema ma una risorsa da riscoprire scommettendo sulla capacità di autogoverno di chi ci vive e ci lavora

  1. Michele Corti ha detto:

    L’egemonia della pianura è un portato della modernità. Per superarla ed evitare l’ulteriore accentramento delle masse umane in conurbazioni sempre più artificiali (dove i poteri opachi sempre meno trasparenti e sempre meno controllabili possono esercitare meglio il loro controllo sociale) si deve essere consapevoli che le strade che possono essere imboccate sono la super-modernità o la post-modernità che ha il coraggio di porti come antimoderna. Di enorme interesse il progetto di ponte retico con il mondo tedesco. Quest’ultimo che non è – per fortuna- solo la nuova prussia di Berlino e del IV Reich. In un periodo in cui rischia di rimontare l’anti-germanesimo in spregio al progetto di dittatura europea e alle imposizioni della Merkel (anche strumentale a consentire una certa valvola di sfogo e a dirottare da Roma una parte dell’odio popolare) è vitale distinguere tra Prussia e area tedesco-alpina. Quest’ultima, insieme a quella lombarda (in senso lato medioevale) può giocare un ruolo di contrasto al folle ma pericoloso progetto di super-stato europeo a dittatura berlino-bruxelles-centrica.

  2. la crescente crisi ci farà riscoprire la montagna con il suo immenso ed insostituibile valore

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