I cittadini hanno il dovere di non evadere le imposte, ma lo Stato ha quello di non depredarli. Qualche riflessione su due doveri strettamente complementari

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 11 gennaio 2012

Lo scambio di battute riguardo alla Svizzera tra il nuovo premier italiano Mario Monti e Fabio Fazio, conduttore di “Che tempo che fa”, in onda domenica scorsa sulla Rete tre della RaiTV, merita di venire considerato attentamente anche al di là del suo contenuto immediato. E’ stato infatti un ulteriore riflesso di pregiudizi a danno della Confederazone che a mio a avviso a queste latitudini sarebbe meglio non prendere sottogamba. E ciò nel comune interesse del positivo sviluppo delle relazioni italo-elvetiche. Come ho recentemente ricordato ai lettori della mia rubrica sul quotidiano via Internet <labussolaquotidiana.it>, ricordo di aver giustamente sentire dire una volta da Pascal Couchepin, allora presidente della Confederazione Elvetica,  che i  paradisi fiscali non ci sarebbero se non ci fossero gli inferni fiscali. E l’Italia, aggiungo io, è uno di questi. Nell’ondata di moralismo troppo spesso a senso unico, che sta passando sull’Italia in queste settimane, si fa un gran dire del dovere che i cittadini hanno di pagare le imposte, il che è ovviamente giusto. Ci si dimentica però di aggiungere che per parte loro le istituzioni hanno il corrispondente dovere di non depredare i cittadini, come purtroppo invece accade in Italia, dove l’Iva è al 22 per cento (Svizzera: 8 per cento) e il prelievo fiscale effettivo si sta ormai avvicinando al 50 per cento della produzione interna lorda (Svizzera: secondo le varie fonti da un minimo del 29,4 a un massimo del 30,3 per cento). Tenendo poi conto dei costi indotti dalla farraginosità delle norme e della bassa qualità dell’amministrazione statale, un centro di ricerche molto ascoltato con sede a Mestre (Venezia) calcola che attualmente in Italia ogni anno si lavora da gennaio fino al 19 giugno per lo Stato, e solo dal 20 giugno in avanti per proprio reddito.

Quello della rilevante evasione fiscale, che peraltro si concentra specialmente in alcuni settori economici e in alcune parti del Paese, è certamente un problema per l’ Italia. Al di là infatti di tutte le attenuanti che si possono invocare, nella misura in cui è diffuso un comportamento illegale percepito da molti come giustificato è un’infezione che logora la convivenza civile. Quindi va combattuto. Quello dell’equità fiscale, di cui invece quasi nessuno parla, è però un problema altrettanto urgente. E fra l’altro i due problemi in questione hanno tra loro un nesso evidente. Al di sopra infatti di una certa soglia di pressione fiscale l’evasione diventa irrefrenabile se non al prezzo dello sviluppo di una rete di controlli così fitta e così pesante da costituire un ulteriore ostacolo alla ripresa dell’ economia privata.

Secondo invece la cultura politica della sempre più arcaica sinistra italiana — di cui Fabio Fazio è un portavoce tanto compito nella forma quanto intransigente nei contenuti –  le imposte sono intese non tanto come il prezzo dei servizi della pubblica amministrazione quanto in sostanza e in primo luogo come lo strumento principe di una tendenziale ridistribuzione egalitaria di quella ricchezza che invece l’economia privata ha la colpa di distribuire in modo asimmetrico. Pertanto il problema dell’equità fiscale non si pone per definizione; e quindi nemmeno si avverte il problema del soffocamento di un’economia di cui lo Stato incamera la metà del prodotto. La panacea di tutti i mali è invece la lotta all’evasione fiscale fatta in certo modo manu militari; e peraltro non solo per modo di dire se è vero come è vero che l’Italia è l’unico Paese al mondo ad avere con la Guardia di Finanzia una polizia fiscale armata,  in uniforme e con poteri di polizia criminale compresi quelli di pattugliamento del territorio, di perquisizione e di arresto. Pretendendo però di ignorare, come dicevamo, che è la sproporzionata pressione fiscale a rendere in certa misura irrefrenabile l’evasione e la fuga di capitali all’estero, l’establishment italiano – tutto quanto abbastanza post-giacobino al di là di ogni altra differenza — da Tremonti a Monti passando per Fazio, ama credere che quella contro i “paradisi fiscali” sia l’ultima battaglia campale che ancora resta da combattere perché l’evasione non abbia più scampo. E’ su questo sfondo che si colloca il botta e risposta televisivo di Fabio e di Monti riguardo alla Svizzera, con il primo che compitamente lancia l’idea che l’Ue assedi e strozzi la Confederazione, e il secondo che risponde in modo altrettanto garbato di aver già provato a farlo quando era membro della Commissario europeo e di esser pronto a riprovarci anche adesso.

Beninteso la Svizzera —  come Paese che per dimensioni, per storia e per competenze accumulate è chiamato ad essere uno dei maggiori crocevia finanziari del mondo – ha il dovere di contemperare tale ruolo con il dovere e anche l’interesse di mobilitarsi per non diventare un grande ricettacolo di denaro sporco e una tesoreria della criminalità internazionale, e già lo fa. Quello però che è urgente faccia capire all’estero è che in tale impegno può avere tanto più successo se non viene fatta oggetto di ottusi assedi. Si torna però qui di nuovo, osservo concludendo, a una questione su cui già tante volte mi sono soffermato: l’insufficiente impegno della Confederazione in un’opera efficace di riqualificazione della sua “immagine” in Italia e negli altri maggiori Paesi dell’Unione Europea.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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