Paradossi italiani: in nome della liberalizzazione il governo Monti vuole obbligare Comuni, Province e Regioni a depositare i loro averi nelle casse dello Stato

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo,Lugano, 12 febbraio 2012

Una grossa battaglia politica potrebbe scoppiare questa settimana in Italia attorno al provvedimento del governo Monti sulle “liberalizzazioni”: un decreto che in realtà contiene di tutto, e che in molti e importanti casi introduce norme che, senza introdurre alcuna autentica liberalizzazione, per di più rimettono nelle mani dell’inefficiente e costosa burocrazia centrale competenze e responsabilità che sono dei Comuni, delle Regioni e di altri enti di governo locale. In Senato, dove domani ne inizierà la discussione, sono state presentate 2400 proposte di emendamento al testo presentato dal governo. Il casus belli è comunque quello dell’articolo 35 del decreto che, in nome della liberalizzazione, toglie a Comuni, Province e Regioni il diritto di mettere a concorso i loro servizi di tesoreria affidandoli alla banca migliore offerente; e li obbliga invece a servirsi della Tesoreria dello Stato. Si calcola che così 8,6 miliardi di euro di depositi di Comuni, Province e Regioni per lo più del Nord (dove si concentrano gli enti che, avendo i conti in ordine, hanno anche delle risorse proprie da gestire) andrebbero nelle casse dello Stato che poi, come accadeva fino a quando nel 1997 tale monopolio venne sospeso, li restituirebbe quanto più lentamente possibile per usare per proprie esigenze di cassa il monte delle risorse giacenti. Contro l’art. 35 è scesa in campo la Lega Nord, ma il consenso attorno a tale opposizione va ben oltre le fila del Carroccio.  Se l’art. 35 dovesse passare la Lega Nord prospetta la “disobbedienza civile” mentre si lavora pure all’ipotesi di un ricorso alla Corte Costituzionale da parte di Regioni anche a nome di Comuni e di Province.

Quello dell’art. 35 è il caso più clamoroso, ma l’intero impianto del decreto sulle presunte “liberalizzazioni” è orientato non tanto a un’effettiva apertura dei molti mercati che in Italia sono chiusi – dai taxi alle farmacie, dalle assicurazioni alla vendita dei carburanti e così via – quanto a variazioni di sistemi basati su licenze a numero chiuso che restano tali; per di più cogliendo ogni volta possibile l’occasione per centralizzarne il controllo creando per questo a Roma nuovi uffici. Tipico il caso delle licenze dei taxi, che da comunali diventerebbero statali e verrebbero concesse sotto l’ègida di una prossima ventura Autorità dei Trasporti con sede in Roma. Analogo il caso delle farmacie, il cui rigido regime di concessione tra l’altro pesa soltanto laddove viene effettivamente applicato e non ad esempio in quelle regioni del Sud dove proliferano “para-farmacie” che poi in realtà vendono anche medicinali veri e propri.

Forte del sostegno dell’establishment e di tutta la grande stampa, e protetto alle spalle dal presidente della Repubblica, che è riuscito a mettere la museruola anche alle più riottose “parti sociali” (ovvero ai sindacati storici e alla associazioni di rappresentanza degli imprenditori a partire dalla un tempo potente Confindustria), Monti sta rischiando grosso forse non per sé e per il proprio governo, ma di certo per il futuro del Paese. Anche se adesso dovesse spuntarla (e non è detto) quando fra poco più  di un anno  in Italia si andrà a votare per il rinnovo del Parlamento è molto probabile che esploderà il disagio del Nord e di quelle altre parti del Paese ove la società è più vivace e l’economia è più produttiva.  E tale esplosione potrebbe provocare una crisi politica anche ben più grave di quella che si è voluto molto più placare che risolvere con la discesa dall’alto del deus ex machina Mario Monti. Sin qui questo governo ha al proprio attivo l’importante riforma delle pensioni, il che senza dubbio non è cosa da poco. Forse riuscirà anche a modificare la legislazione sul contratto di lavoro; e se ci riuscirà sarà un altro risultato di grande rilievo. Con la sua cultura centralista, e la sua sin qui confermata incapacità di toccare i veri grandi interessi corporativi che bloccano l’Italia,

Monti rischia però di non riuscire affatto ad azionare la leva della crescita senza la quale la vicina Repubblica non uscirà affatto fuori della  crisi.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Paradossi italiani: in nome della liberalizzazione il governo Monti vuole obbligare Comuni, Province e Regioni a depositare i loro averi nelle casse dello Stato

  1. Giancarlo Paganini ha detto:

    Caro Robi,
    purtroppo tutte le azioni di questo governo non vanno in senso sussidiario e tantomeno solidaristico. E’ il trionfo del centralismo statale, della tassazione soffocante e del peggio in termini sociali. Crescita zero, forse solo degli intrioti di cassa immediati, ma poi? Mi chiedo se davvero il prezzo da pagare per uscire da una crisi (eterodiretta?!!) sia rinunciare anche alla libertà e ai “valori” come la sussidiarietà, tanto sbandierata in passato.
    Sinceramente l’appiattimento dei “nostri” politici, almeno quelli più sensibili alla dottrina sociale della Chiesa, è sconfortante: vista la conclamata inanità nel risolvere i problemi è il caso di rivotarli?
    Giancarlo Paganini

  2. Giancarlo Paganini ha detto:

    Confermo la mia idea soprattutto dopo il cdm “liberalizzazioni”. Questo Governo Monti è diretta espressione dei grandi interessi finanziari che vorrebbero, se già non lo fanno, governare il mondo al posto degli inutili politici che pongono stupidi problemi di principio. Che gli frega alla finanza, ai contabili e ai ragionieri, ai burocrati, della libertà, del no-profit, della famiglia, della sussidiarietà, della libertà di educazione, della democrazia? NULLA! Contano solo i conti. Ma c’è modo e modo di farli quadrare. Mi turba che qualcuno possa ancora pensare che esistano scelte neutrali (o tecniche), in economia come in politica.
    Allora una bella opposizione, un mettersi un po’ di traverso, porre con energia delle questioni sul dove si vuole andare, non sarebbe necessaria per chi ci verrà tra poco a chiedere il voto? Perché dovrei dare il mio voto, da cattolico, a chi è appiattito su questo governo di contabili?
    Già hanno i miei soldi, non avranno il mio scalpo! 🙂
    Giancarlo P.

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