L’organizzazione aziendale come modello della riforma dello Stato: i limiti di una “filosofia” che è tanto di Monti quanto di Berlusconi

 

Prisma/nuova serie n. 60, 17 febbraio 2012

Senza tornare su cose già dette in una precedente puntata  di questa rubrica torno qui sul tema della “filosofia” del governo Monti, guidato da un persona  che – al di là di ogni altra differenza – ha qualcosa di importante in comune con Berlusconi: il riferimento all’organizzazione aziendale come al modello cui ispirare la propria azione di riforma delle istituzioni. Come in effetti già il fallimento sostanziale del progetto riformare di Berlusconi ha dimostrato, riferirsi a tale modello è giusto e sbagliato nel medesimo tempo. E’ giusto nella misura in cui si guarda all’attenzione che l’imprenditore ha e deve avere per l’efficienza e l’economicità della sua organizzazione, ma è sbagliato nella misura in cui si guarda ai modi con cui persegue tale fine. Tali modi infatti non possono venire affatto efficacemente trasferiti nella sfera delle istituzioni, quantomeno delle istituzioni democratiche. L’azienda è per natura sua monocratica, e chi la dirige è legittimato dal fatto di avere il compito di far fruttare il capitale investito e quindi di rimunerare tutti i fattori produttivi, ossia tanto il capitale quanto il lavoro. Salvo il caso di situazioni rivoluzionarie, nessuno né vuole né può mettere in discussione sia tale struttura monocratica sia le radici della sua legittimazione. E in tale prospettiva l’imprenditore è legittimato dalla sua effettiva capacità di raggiungere gli obiettivi di cui sopra nel quadro di una catena di comando che deve essere efficiente, ma che nessuno si attende sia concordata.

Non sorprende perciò che chi governa assumendo tale modello sia innanzitutto centralista. Lo era Berlusconi, malgrado ogni tanto dovesse concedere qualcosa alla Lega Nord, e tanto più lo è Monti che non ha nemmeno tale necessità. Il problema però è che l’amministrazione centrale dello Stato italiano non ha niente a che vedere con la direzione generale di Mediaset o delle grandi multinazionali di cui Mario Monti è stato e tornerà poi di certo ad essere uno grande studioso e un ricercato consulente. L’amministrazione dello Stato italiano è una voragine di sprechi e di inefficienze. Se dunque non si decide di porre mano in via preliminare alla sua radicale riorganizzazione, il che non rientrò ieri nei programmi di Berlusconi  e non rientra oggi in quelli di Monti, tanto più si pretende di usarla come se fosse la direzione generale di una grande impresa tanto più si pesta l’acqua nel mortaio.

Significativa è poi una questione fondamentale come quella delle imposte. Più si irrigidisce e si centralizza la raccolta delle imposte e più aumenta l’evasione. La strada da imboccare sarebbe tutt’altra, ossia quella della sovranità fiscale di ogni livello di governo, che porta con sé anche il diritto per chi è più efficiente di ridurre le imposte ai propri cittadini a parità di servizi offerti. Altrove in Europa dove questo accade il principale strumento di contrasto dell’evasione è la prospettiva reale della possibile riduzione della pressione fiscale, che spinge i cittadini a vegliare sia sull’efficienza della pubblica amministrazione che sul pagamento da parte di tutti di imposte che peraltro devono essere ragionevoli. Dove invece, come da noi, la spesa pubblica assorbe  circa metà del prodotto nazionale lordo, e tutti sanno che il comportamento dei contribuenti virtuosi non è per loro di alcun vantaggio, non saranno alcuni pur clamorosi “blitz” della Guardia di Finanza nei bar e nei ristoranti a cambiare sostanzialmente la situazione.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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