Monti e il mito dei “Cento giorni”: un accostamento del tutto ingiustificato

Prisma/nuova serie n. 61, 24 febbraio 2012

Nel nostro Paese, ma non soltanto, i media si stanno per lo più riducendo a essere dei rivenditori a minuto di luoghi comuni e di “veline” dei potenti del momento. Questo aiuta a capire gli squilli di tromba che hanno salutato nella scorsa settimana i “cento giorni” del governo Monti, ancora una volta con un richiamo del tutto ingiustificato agli storici “Cento giorni” con cui Franklin Delano Roosevelt inaugurò nel 1933 il primo dei suoi quattro mandati di presidente degli Stati Uniti: cento giorni nel corso dei quali Roosevelt propose e riuscì a far votare d al Congresso una decina di leggi che, sommandosi ad alcuni suoi “decreti esecutivi” (qualcosa di paragonabile ai nostri decreti-legge), riorganizzarono radicalmente il sistema bancario, la finanza e l’economia produttiva degli Usa. Leggi e decreti che con l’aiuto di esperti di sua fiducia aveva preparato nei mesi precedenti alla sua entrata in carica. L’effetto combinato di questo insieme di leggi e di decreti, entrati in vigore l’uno dopo l’altro in poche settimane, provocò uno shock salutare sull’economia americana che cominciò così ad uscire dalla grave crisi scoppiata nel 1929.

Ebbene, questo è proprio ciò che nei suoi primi cento giorni Mario Monti non ha voluto o potuto fare. E d’altro canto lo stesso si può analogamente dire del suo predecessore. D’altro canto non si può certo dare all’ufficio stampa del governo tutta  la colpa di questa montatura. I “cento giorni” sono innanzitutto una trovata dei cronisti parlamentari; e chi ha memoria se ne ricorderà molti altri celebrati altrettanto ingiustificatamente in precedenza: dai “cento giorni” di Berlusconi a quelli di Prodi e via via risalendo indietro negli anni. Di slancio Monti è riuscito a respingere l’attacco franco-tedesco sotto bandiera europea alla nostra economia, ma al prezzo di un brusco aumento della pressione fiscale i cui effetti recessivi sono sempre più evidenti, e a fare un’incisiva riforma delle pensioni, punto e basta. Beninteso, non sono di certo cose da poco tanto più considerando che a Berlusconi non era riuscita né una cosa né l’altra. Poi però Monti si è fermato, e buona parte dei suoi cento giorni sono trascorsi in negoziati non ancora conclusi con sindacati, ordini professionali e associazioni di categoria nel tentativo di avere via libera sull’ormai mitico decreto prossimo venturo sulle liberalizzazioni. Sta mancando cioè proprio quel salutare effetto shock prodotto dall’effetto combinato di molte radicali riforme simultanee per cui i “Cento giorni” di Roosevelt passarono alla storia. Una grande delusione per chi, come noi, aveva sperato che — diversamente da quelli che l’avevano preceduto — dei veri “Cento giorni” fossero finalmente possibili a un governo garantito da un così forte sostegno politico e formato da  esperti, ciascuno dei quali ci si immaginava avesse da anni la sua bella riforma pronta nel cassetto.  Ciò detto possiamo anche decidere di consolarci per i 43 milioni di euro che la Presidenza del Consiglio annuncia di aver risparmiato nei suoi fatidici primi cento giorni, ma è (relativamente) una ben magra consolazione.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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