Tav e “No Tav”/1: la fermezza è necessaria ma non sufficiente

Prisma/nuova serie n. 62, 2 marzo 2012
Quello della TAV in Val Susa è più che mai un “pacco” che Monti ha ricevuto dai governi precedenti sia di centro-destra che di centro-sinistra. La patata è bollente,  ma a farla giungere a ebollizione sono stati vent’anni di errori nella gestione del rapporto con il territorio interessato all’imponente progetto e con i suoi abitanti. Lo conferma il fatto che nel medesimo periodo in cui in Italia siamo arrivati a questo putiferio dall’altra parte del confine, in territorio francese, i lavori sono andati avanti senza grandi problemi. E inoltre in Svizzera

si è scavata tranquillamente AlpTransit  www.alptransit.ch, la nuova galleria di base del San Gottardo, lunga 57 chilometri, che sbuca nel Canton Ticino circa cento chilometri a nord di Milano. Chi oggi viaggia in Svizzera tra Lugano e e Basilea sull’autostrada A2 da Biasca in avanti corre lungo il più grande cantiere di opere pubbliche attualmente aperto in Europa ma non se ne accorge nemmeno, tanta è stata la cura nel renderlo compatibile con la normale vita quotidiana degli abitanti del territorio interessato ossia della valle Leventina. Inoltre l’ampia e non formale consultazione preventiva degli abitanti e l’approvazione dell’opera tramite diversi referendum popolari ha tolto l’acqua al pesce dell’anarco-insurrezionalismo.  Dal momento insomma che la decisione di scavare il tunnel era stata confermata da tali referendum nessun gruppuscolo “antagonista” ha potuto auto-nominarsi rappresentante legittimo di una presunta volontà popolare contraria all’opera. Da noi invece lo Stato (ovvero la burocrazia ministeriale romana) ha cercato di andare avanti a suo modo camminando sulla testa dei valligiani, e tutti i governi degli ultimi vent’anni se ne sono lasciati condizionare fino a quando in Val Susa il tessuto sia sociale che istituzionale si è lacerato; e nella ferita così apertasi è entrata quella tossina della società del nostro tempo che sono gli “antagonisti”. Questo è il punto-chiave della questione anche se il ribadirlo adesso non consola.  Ormai infatti il tessuto sociale è lacerato e riparare allo strappo non è affatto facile. Rispetto al progetto originario sono state fatte parecchie modifiche, ma senza che ciò abbia aiutato i sindaci a riassumere il loro ruolo di rappresentanti legittimi delle popolazioni della val Susa.

Di certo però adesso la soluzione non può semplicemente essere di polizia. In questo senso c’è di che preoccuparsi quando un prefetto divenuto pro tempore ministro dell’Interno va a dire in televisione che la questione della TAV in Val Susa è giunta al punto del non ritorno. E’ vero che un governo come quello di Monti, che è sostenuto dell’intero ordine costituito del Paese, se lo può permettere. Però sarebbe anche il caso di valutare per così dire i costi e benefici di una linea del genere sul piano sia umano che politico. Ad ogni modo Monti ha poi corretto il tiro in un Consiglio dei Ministri che ha approvato un piano che positivamente punta sulla comunicazione da un lato e su stanziamenti straordinari a favore della Val Susa dall’altro, ma sempre nel modo centralistico, prefettizio che è tipico di questo governo. A nostro avviso invece ai fini del successo dell’operazione è decisivo riaccreditare le amministrazioni locali, i sindaci come unici autentici rappresentanti delle popolazioni valsusine. Perciò — fermo restando che la scelta in quanto tale di costruire la nuova linea ferroviaria non viene messa in discussione —  invece di cercare di risolvere tutto da Roma sarebbe meglio percorrere una strada come ad esempio la seguente:

1) convocare a Torino una conferenza nazionale in cui ripresentare pubblicamente il progetto con eventuali aggiornamenti accompagnandolo con un rinnovato e credibile piano straordinario di misure di mitigazione del disagio per le popolazioni locali nella fase di cantiere, di indennizzi nonché di utilizzazione in tutta la misura del possibile di risorse e di imprese locali nei lavori e nei servizi connessi presenti e futuri;

2) sciogliere le amministrazioni locali della valle e indire nuove elezioni facendo prima e durante la campagna elettorale un grosso sforzo di pubblica informazione sui vantaggi e gli svantaggi che deriveranno ai valsusini dalla nuova linea ferroviaria.

3) chiedere alle nuove amministrazioni di pronunciarsi in sede di prima convocazione a favore o contro il piano di cui sopra restando inteso che in caso di voto contrario della maggioranza dei comuni (o anche di una doppia maggioranza sia di comuni che di abitanti) l’opera proseguirà, ma con il solo accompagnamento di misure di mitigazione e di agevolazione ordinarie.

Questo potrebbe essere un modo per sbloccare la situazione. Quantomeno un tentativo che è ragionevole fare prima di giocare qualsiasi altra carta.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Tav e “No Tav”/1: la fermezza è necessaria ma non sufficiente

  1. roberto ha detto:

    Quanto lei dice è ragionevole, concorda con qualsiasi manuale di Project management. Perchè allora non è stato fatto?
    Ho letto il suo articolo su “il Sussidiario” (ma lì non riesco a fare commenti) insieme a quello del prof. Sapelli, circa il “mondo NOTAV”, che sta diventando un ricettacolo di “antagonisti” indipendentemente dal TAV e la cosa mi spiace molto.
    Sul TAV però io aggiungerei un 4 punto. Lo stato italiano non tiri fuori neanche un soldo. Sarà utlle per la crescita, darà opportunità di lavoro… insomma ci sarà un ritorno degli investimenti? Se si allora gli imprenditori che ne vedono un ritorno finanzino l’opera (al limite potranno detrarre dalle tasse) . Si potrebbero aprire un “public company” e i risparmiatori investiranno i loro risparmi sul TAV. Se avrà un ritorno, chi investe oggi avrà il suo capitale incrementato nel futuro. Ma questo non viene fatto. Per questo come contribuente, lontanissimo dagli antagonismi NoTAV; penso che questa sia la più grossa buca keynesiana.

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